Fiat se ne va. Ma i patti non erano altri?

Fiat se ne va. Ma i patti non erano altri?

Torna il balletto sul trasferimento del quartiere generale Fiat. A rilanciarlo questa volta è la Reuters che cita fonti vicine al manager italo canadese. Secondo l’agenzia di stampa, Marchionne pensa di mantenere a Torino il centro da cui gestire le operazioni europee e di creare uno hub in Asia, mentre sulla sede legale del quartiere generale la scelta cadrebbe sul Paese dove il regime di tassazione è più conveniente e quindi sugli Stati Uniti. L’ipotesi di un trasferimento della sede era circolata nelle scorse settimane, ma sia Marchionne, sia il presidente della Fiat, John Elkann, avevano smentito le voci e rinviato ogni decisione al 2014. Tuttavia, da quanto scrive Reuters, sembra che le cose invece stiano andando avanti incuranti delle polemiche e delle dichiarazioni. Per ora non ci sono commenti ma il rilancio dell’ipotesi di un trasferimento della sede è di sicuro destinato a rinfocolare polemiche e critiche, tanto più che nei mesi scorsi tanta attenzione e tante polemiche si erano concentrate sul tema dell’efficienza del lavoro. Marchionne, inoltre, aveva pubblicamente fatto dipendere la permanenza di Fiat in Italia dal successo ai referendum aziendali.

La volta scorsa, quando il manager italo-canadese, aveva accennato all’idea di un trasferimento, il governo aveva provato a fare credere di fare la voce grossa. Dopo aver chiesto ai lavoratori di votare l’accordo di Mirafiori era ed è complicato andargli a dire che tanti sacrifici servono per traslocare armi e bagagli Oltreoceano. Così il 12 febbraio, al termine di un incontro a Palazzo Chigi, venne diramata una nota dalla Presidenza del consiglio in cui si diceva che il presidente e l’ad della Fiat, John Elkann e Sergio Marchionne, «hanno confermato al Governo l’intenzione di perseguire gli obiettivi di sviluppo della multinazionale italiana, che prevede la crescita della produzione nel nostro Paese da 650 mila a 1 milione 400 mila auto, un obiettivo sostenuto da un investimento di Fiat e Fiat Industrial per circa 20 miliardi di euro». Il più felice era il ministro del Lavoro Maurizio Sacconi che si era mostrato sicuro del fatto suo: Fiat «non andrà a Detroit, rimarrà a Torino». Ma anche dal centrosinistra, a cominciare dal candidato sindaco torinese Fassino, si levarono pronti cori di appagamento prima che il tema del futuro di Fiat – incerto per definizione, dato il segmento e il posizionamento – tornasse nel silenzio.

Pochi giorni dopo, Marchionne si era messo in giacca e cravatta per un audizione in Parlamento. Ma la musica non era cambiata. La Fiat scommette sull’Italia, ma il gruppo avrà più «teste» nel mondo era stata la sua linea. Con una specifica: la decisione sulla sede legale – Torino o Detroit – «non è stata ancora presa».

Nel report di Reuters, dove si racconta del «rock star appeal» di Marchionne al Salone di Ginevra e si paragona il manager del Lingotto all’Elvis Presley del settore auto, si parla anche della possibilità di quotazione della Ferrari che sarebbe valutata circa 5 miliardi di euro. Ma è proprio quell’aspetto fiscale, quello secondo cui sarebbero le tasse a costringere il Lingotto a spostarsi nella città di Madonna e Eminem, a mettere il dito nella piaga. Il governo di questa storia s’è lavato le mani dal giorno uno, salvo interventi sporadici a giochi fatti, dando di fatto la politica industriale in outsorcing ai torinesi. Mentre non risparmia le energie per organizzare cordate per bloccare il tentativo dei francesi di portarsi a casa Parmalat. Ma ora che c’è di mezzo in maniera tanto esplicita anche un aspetto squisitamente fiscale non è che Giulio Tremonti abbia voglia di dire qualcosa al manager più acclamato degli ultimi anni? A Marchionne, dopo tutto, si può chiedere conto dei suoi progetti adesso che, a rilanciare l’ipotesi dell’emigrazione, è rilanciata dalla più autorevole agenzia economic-finanziaria del mondo. E ancora, se davvero il tema è di un sistema fiscale svantaggioso, il suo miglioramento è naturalmente di competenza del governo e del ministero dell’Economia. 

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