Senza truppe di terra in Libia sarà un lungo conflitto

Senza truppe di terra in Libia sarà un lungo conflitto

In questo momento la polveriera mediterranea ha bisogno di pompieri, più che di incendiari. Eppure questo sembra essere il ruolo scelto da Sarkozy e dall’immancabile Gran Bretagna, sempre pronta alla chiamata alle armi sebbene le sue recenti figuracce militari (8 uomini dello Special Air Service introdottisi in Libia e subito catturati) dovrebbero consigliare maggior prudenza. Noi italiani non abbiamo nulla da guadagnare dall’inserimento di nuovi attori in quel conflitto: la Libia, piaccia o non piaccia, è un nostro importante interlocutore energetico e in quei deserti abbiamo proprietà ed interessi nazionali sotto forma di pozzi petroliferi operati dall’Eni. E non solo, il Paese è un nostro primario partner commerciale nonché, si spererebbe, nostra frontiera avanzata contro la migrazione di un intero continente verso l’Italia.

Questo articolato livello di “compromissione” con quel governo può far storcere il naso e non interessare i “signori” della guerra anglo-francesi, ma interessa molto noi, che da laggiù importiamo buona parte del nostro fabbisogno di gas e petrolio: avremmo tutto l’interesse che la situazione non degenerasse e che la rivoluzione in atto si risolvesse con l’appoggio solo politico, diplomatico, umanitario, mediatico e di intelligence dell’Occidente. Ma poiché facciamo parte di alleanze e coalizioni, cerchiamo almeno di fare in modo che la no-fly zone non diventi pretesto per una escalation del conflitto. Sappiamo che il coinvolgimento dell’Occidente in conflitti locali si è storicamente rivelato un ginepraio dal quale è difficile districarsi (Somalia, Kosovo, Iraq, Afghanistan). Sappiamo dai tempi di Saddam che l’istituzione di una no-fly zone non è cosa semplice né utile ad evitare successivi conflitti. Al contrario è strategicamente e tatticamente una faccenda assai delicata, basata su una macchina militare imponente, con costi elevati e massimo coordinamento tattico militare tra i paesi chiamati ad esercitarne il controllo (per ora in prima fila Francia, Inghilterra, Usa e Qatar).

Dobbiamo sapere che la premessa indispensabile è che tutto ciò che è funzionale a far volare e proteggere i velivoli del Colonnello deve essere distrutto: basi aeree, piste, hangar, stazioni radar, centri di comunicazione e controllo, postazioni contraeree, depositi di carburante. Solo dopo si può iniziare a parlare di effettivo controllo dei cieli e di capacità di interdizione. A questo punto inizia la parte più complessa: in quali condizioni si impone l’abbattimento di un velivolo non autorizzato? Di una cosa possiamo stare certi: nell’eventualità che la coalizione abbatta un aereo del Colonnello, sicuramente questi accuserà gli Americani ed i loro alleati di aver abbattuto un aero-ambulanza, un cargo di aiuti umanitari o chissà quale trasporto di orfanelli. Anche se si trattava di un bombardiere diretto a colpire i civili.

Di questo dobbiamo essere convinti, perché non appena questa evenienza dovesse verificarsi, la baldanza interventista che oggi sembra far fremere i cuori di tanti inizierà a mostrare le prime crepe, con i soliti noti pronti a protestare in piazza contro i sanguinari governi filo-americani. Assodato questo, il problema di riconoscere gli aerei nemici da quelli amici resta, visto che anche gli insorti pare abbiano ora una componente aerea. C’è da aspettarsi che Gheddafi si impegnerà a creare i presupposti per farci abbattere o colpire a terra gli insorti. Così i piloti alleati dovranno cimentarsi nell’arte di discernere se la singola postazione antiarea, il soldato armato di missile terra-aria, il solitario camion con mitragliera siano bersagli nemici da colpire o amici da evitare. Nella certezza che prima o poi si finirà comunque per colpire qualcuno di coloro che si è andati ad aiutare: tra chi combatte a terra e chi vola non esiste alcuna forma di dialogo o procedure condivise di comunicazione. Un evento di questo genere sarebbe un disastro politico e mediatico, una fantastica occasione per i fondamentalisti di cavalcare gli eventi gettando la basi per il loro avvento al potere e screditando i “crociati invasori”.

Esattamente come sta succedendo in queste ore in Egitto, dove la Fratellanza Musulmana, che finora ha tenuto un profilo basso, sta mirando alla guida della nazione attraverso l’appoggio determinante del Supremo Concilio Militare, organo di governo di transizione pronto a passare la mano a quella che esso sembra ritenere la forza più rappresentativa del paese. In definitiva la no-fly zone contribuirà moltissimo alla sconfitta del Colonnello, ma in maniera lenta, al prezzo di aspri combattimenti tra il suo esercito e gli insorti, imbaldanziti dalla fine dei bombardamenti aerei. Chi gli è oggi fedele lo sarà meno alla vista dei caccia occidentali, ma, senza la presenza a terra di truppe Onu o Nato, i combattimenti sul campo continueranno ancora per molto, lasciando tutto il tempo ai fondamentalisti e integralisti di montare una campagna anti-occidentale che tornerà utile al momento di decidere chi dovrà succede a Gheddafi.

*Docente di Strategia, Università di Trieste
 

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