Il flop alla Bpm vale tre milioni di buona uscita

Il flop alla Bpm vale tre milioni di buona uscita

«Una scelta consensuale, veramente sofferta». Con queste parole Massimo Ponzellini, presidente della Banca Popolare di Milano, ha annunciato davanti all’assemblea dei soci l’uscita del direttore generale Fiorenzo Dalu, 59 anni. Sarà dunque un altro manager – i pronostici danno per favorito l’attuale condirettore generale vicario Enzo Chiesa – a preparare il nuovo piano triennale necessario per dare una svolta gestionale all’istituto. 

«Quest’assemblea rappresenta per me il momento per comunicarvi la decisione più sofferta nella mia carriera professionale: sono 38 anni passati in questa che non è solo un’azienda ma il luogo dove si è svolta la mia vita», ha detto Dalu, cui l’assemblea ha tributato un’ovazione. 

La sofferenza dell’addio è stata attenuata da una buona uscita che ammonta a 3,1 milioni di euro. «Tre annualità erano dovute da contratto (759 mila euro l’anno, secondo il bilancio 2010, ndr), più 630 mila euro di versamenti previdenziale per il periodo mancante alla pensione (2012), più un bonus da 250 mila euro», riferiscono fonti qualificate. Il 2010 del gruppo Bpm si è chiuso con un utile di 111 milioni, grazie a una plusvalenza contabile di 220 milioni determinata dal conferimento di una partecipazione (Anima Sgr) in una holding. Anche così, però, il gruppo ha avuto un modesto ritorno sul capitale: 2,8% contro il 3,8% del 2009. 

Il contratto dirigenti della Bpm prevede 24 mesi di buona uscita per i dirigenti in caso di uscita non volontaria, ma al momento dell’accettazione dell’incarico Dalu aveva contrattato un’indennità di 36 mesi. Rispetto a quanto previsto dal contratto, il manager ha spuntato quasi 900mila euro in più. Un’altra fonte ha precisato che l’esito della transazione, che è stata gestita direttamente da Ponzellini, comporterà «un costo-banca totale di oltre 4 milioni», includendo anche gli altri oneri a carico del datore di lavoro.

La rapida chiusura dell’esperienza da capo-azienda di Dalu (era stato nominato a fine luglio 2008) era nell’aria da tempo. I deludenti risultanti gestionali, il danno reputazionale derivante dalle promozioni concesse a quattro dirigenti sindacali («scandalose oltre ogni limite», secondo un dirigente pensionato intervenuto in assemblea) e, da ultimo, le censure arrivate dalla Banca d’Italia hanno fatto venire meno la fiducia del consiglio di amministrazione. Ma soprattutto quella degli “Amici della Bpm”, l’associazione dei soci-dipendenti che, in una cooperativa dove i soci votano per testa e non per quote di capitale, è stata finora in grado di eleggere la maggioranza del cda. 

Proprio questi ultimi, per bocca di Alessandro D’Asta, presidente degli “Amici”, si sono detti «stanchi e dispiaciuti perché dipinti sempre come coloro che sono sordi o indisponibili al cambiamento». Il sindacalista (appartenente alla Fabi, la sigla maggioritaria fra i dipendenti) ha poi aggiunto che i soci dipendenti daranno «sostegno a un serio e credibile piano industriale che permetta nei tempi più brevi di recuperare efficienza e redditività», senza tuttavia risparmiare qualche frecciata alla Banca d’Italia.

«Le critiche mosse sono certamente degne di considerazione ma non tali da giustificare l’accanimento che si è riversato su di noi – ha aggiunto Dall’Asta – abbiamo il timore che a Bpm si voglia trovare una casa diversa, la si voglia far apparire più debole e meno solida di quanto non sia in realtà». Il giudizio finale degli ispettori della Banca d’Italia è stato «parzialmente sfavorevole», ha riferito Ponzellini. Sono stati rilevati «una serie problemi nel sistema organizzativo e informatico della banca» e criticate duramente le interferenze nella gestione da parte dei sindacati. I tecnici dell’autorità di vigilanza hanno espresso alcune raccomandazioni, «come ammodernare i processi informatici, avere una governance più semplice e trasparente e fare un aumento di capitale».

L’applicazione alla banca di requisiti patrimoniali più rigidi, decisa discrezionalmente dal governatore Mario Draghi fino a quando non saranno introdotti i correttivi prescritti, ha avuto l’effetto di far scendere automaticamente il core tier 1 (il coefficiente patrimoniale principale), dal 7,1% a poco meno del 6 per cento. Da qui la necessità di procedere con un aumento di capitale “fino a 1,2 miliardi di euro», contro una capitalizzazione della Bpm di poco inferiore a un miliardo. Ponzellini si è mostrato però ottimista sull’esito dell’operazione: «Pensiamo di non avere inoptato (cioè quote di capitale non sottoscritto, ndr)», sarà «il mercato» a mettere i soldi necessari alla ricapitalizzazione, senza bisogno di attivare la garanzia di sottoscrizione di Piazzetta Cuccia. Oltre all’approvazione del bilancio e alla distribuzione di un dividendo di 10 centesimi per azione, l’assemblea (2.462 soci presenti in proprio o per delega) ha approvato l’aumento delle deleghe di voto (da due a tre) e l’introduzione delle possibilità di partecipare alle assemblee in telecollegamento.  

Non è mancato un siparietto finale dai risvolti politici. Incalzato dai soci, che chiedevano spiegazioni sulla sua etichetta di “banchiere della Lega” (l’anno scorso Umberto Bossi rivendicò di averlo nominato), Ponzellini ha motivato i rapporti con esponenti leghisti con il fatto «di essere cresciuto in quella parte d’Italia» dove il partito di Bossi è più forte. La famiglia del presidente della Bpm è originaria di Cazzago Brabbia, località in provincia di Varese, dove è nato peraltro il deputato Giancarlo Giorgetti, “mente finanziaria” della Lega e cugino di Ponzellini. Lui però assicura di non avere mai votato Lega («e non credo lo farò alle prossime elezioni») e che «sono stati i soci della banca a nominarmi».

lorenzo.dilena@linkiesta.it