Johnson & Johnson: meno lacrime, più tangenti

Johnson & Johnson: meno lacrime, più tangenti

Stavolta la Johnson & Johnson di lacrime ne dovrà versare molte. La multinazionale americana, famosa in tutto il mondo per lo shampoo «che evita i nodi», è stata multata dalla Sec, la Consob americana, per quasi 70 milioni di dollari, circa 50 milioni di euro. Di questi, 21,4 milioni di dollari andranno al Dipartimento di Giustizia, «per sistemare le pendenze penali» attraverso un accordo extragiudiziale. La multa comminata dalla Sec, invece, costerà 48,6 milioni di dollari.

Secondo quanto si legge nei documenti dell’authority statunitense, «dipendenti e agenti di Johnson & Johnson hanno pagato tangenti a medici in Grecia, Polonia e Romania», utilizzando fondi neri e società offshore domiciliate nell’Isola di Man, al largo delle coste inglesi. Chi prescriveva prodotti della multinazionale, veniva premiato con viaggi e denaro.

Sotto la lente del regolatore Usa, oltre alla divisione attiva nella fornitura di apparati medicali, è finita anche la gestione degli appalti nell’ambito del programma «Oil For Food», destinato alla popolazione irachena in seguito alla Guerra del Golfo. In base alla ricostruzione della Sec, «un agente di Johnson & Johnson ha pagato tangenti per ottenere 19 contratti del programma» per la cifra di 875mila dollari.

La compagnia, che non ha né ammesso né confutato le accuse, ha però volontariamente dato alla Sec alcune informazioni su illeciti commessi dai propri impiegati e ha condotto un’indagine interna che ha riguardato «più di 12 paesi», ed è stata condotta sia da membri interni alla compagnia che da un consiglio esterno alla stessa.

Un duro colpo per l’immagine della Johnson & Johnson, multinazionale presente con oltre 250 compagnie operative in tutto il mondo dove, fra casa madre e filiali, lavorano 100mila persone. Un colosso fondato nel lontano 1886, che nell’anno fiscale 2009 ha realizzato vendite per 61,8 miliardi di dollari, ed è quotato a Wall Street dal 1944.

Le sanzioni patteggiate con l’Authority riguardano un periodo che va dalla fine degli anni ’90 a qualche anno fa. Sulla Grecia, in particolare, i fatti contestati vanno indietro fino al 1998, quando, negli ospedali pubblici, i medici  sarebbero stati illecitamente “invogliati” a scegliere protesi Johnson & Johnson. In Polonia, veri e propri appalti, dal 2000 al 2006, sono finiti sotto la lente della Sec,  e avrebbero coinvolto non solo medici ma anche dirigenti della sanità pubblica. In Romania – dal 2002 al 2007 – le tangenti sarebbero servite a spingere il personale sanitario locale a prescrivere prodotti farmaceutici della casa americana.

La Sec ha stimato inoltre quanto avrebbe fruttato la corruzione di Johnson & Johnson. In Grecia, negli otto anni contestati, i profitti sono arrivati a 24 milioni e mezzo di dollari. In Polonia e Romania, i soldi intascati hanno raggiunto rispettivamente quota 4,3 e 3,5 milioni di dollari.

L’ultima contestazione che viene mossa a Johnson & Johnson concerne il programma «Oil For Food», programma Onu studiato per «portare sollievo alla popolazione irachena» colpita dalle sanzioni approvate dalla comunità internazionale dopo l’invasione del Kuwait da parte di Saddam Hussein. Il programma, che consisteva nella vendita di greggio in cambio di medicine e materiali per la costruzione di infrastrutture, in realtà utilizzato da Saddam per finanziare politici occidentali, tra i quali spuntò il nome del Governatore della Lombardia Roberto Formigoni, che ha sempre negato un coinvolgimento. In Iraq, dal 2000 al 2003, controllate e agenti della compagnia avrebbero pagato delle tangenti, per ottenere appalti. Ai quali la Johnson & Johnson, partecipava attraverso la Cilag AG International e la Janssen Pharmaceutica N.V., due controllate che «operavano attraverso un agente libanese» le cui commissioni, giustificate come «attività promozionale», passarono dal 12 al 22% delle vendite realizzate nel Paese «per pagare tangenti ai ministri iracheni». Mascherandole come «commissioni del rappresentante nei libri contabili e bilanci della compagnia». Un modo di ottenere vantaggio competitivo «che è solo un miraggio», come lo ha definito Robert Khuzami, direttore della divisione enforcement della Sec.

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