Meno Pil per tutti, e qualche tassa in più

Meno Pil per tutti, e qualche tassa in più

Il consiglio dei ministri ha recentemente deliberato un aumento dell’accisa sulla benzina, dell’ordine di 1 o 2 centesimi. Effettivamente non è molto, anche se non sarei per niente certo che, come dice Gianni Letta, questo è ‘un piccolo sacrificio che tutti gli italiani saranno lieti di poter fare’. Ma ci fornisce l’occasione per una valutazione della politica fiscale di questo governo. Prima domanda: quante nuove tasse sono state messe? L’aumento dell’accisa non è certo l’unico, anche se, dato che viene pagato un po’ da tutti, è particolarmente visibile e dannoso per la retorica del ‘non mettiamo le mani nelle tasche degli italiani’.

Un altro recente aumento si è verificato con la legge sul federalismo municipale, che ha sbloccato l’addizionale Irpef dello 0,4% per un certo numero di comuni. Altri ne seguirano man mano che il federalismo fiscale entra a regime A dir la verità in un quadro federalista serio tale aumento sarebbe da imputare agli enti locali più che alla politica economica del governo, ma di quadro federalista serio non c’era è non c’è traccia. L’aumento delle addizionali Irpef è pertanto di fatto imputabile al governo.
Altri aumenti sparsi delle imposte si erano visti anche negli anni passati, a volte mascherati a volte meno. Si era cominciato con l’addizionale IRES su petrolieri e assicurazione, la mal chiamata Robin tax, passando per l’aumento IVA sulle pay tv fino alle ‘spontanee’ donazioni di fondi di ENI ed ENEL alla causa della social card (l’uso inutile dell’inglese è una costante dei nostri politici). Allo stesso tempo nessuno si è sognato di eliminare il cambiamento delle aliquote Irpef del 2007, quello famoso del ‘anche i ricchi piangano’, contro cui il centrodestra si era tanto scagliato. E anche l’aumento delle aliquote dei contributi sociali per gli iscritti alla gestione separata INPS, stabilita con l’ultima finanziaria del governo Prodi, è andata avanti più o meno indisturbata. Si è vista pure qualche piccola diminuzione, come la famosa abolizione di quel che restava dell’ICI sulla prima casa.

Ma per fare una valutazione più complessiva occorre guardare alla pressione fiscale, ossia la percentuale di tasse sul reddito nazionale. Non abbiamo ancora dati definitivi per il 2010 che permettano confronti internazionali, però possiamo comparare quello che è successo tra il 2007 e il 2009. Il 2008 e il 2009 sono stati gli anni più duri della crisi e in molti paesi la pressione fiscale è scesa. Guardando ai dati pubblicati dall’OCSE, che si fermano al 2009, osserviamo una pressione fiscale stazionaria, poco superiore al 43%, per l’Italia. La pressione fiscale è invece scesa in Francia, da 43,5% a 41,9% , nel Regno Unito, dal 36,2% al 34,3% e negli Stati Uniti, dal 27,9% al 24%. Ha ‘tenuto botta’ invece la Germania dove la pressione fiscale è salita di un punto tra il 2007 e il 2009, passando dal 36% al 37%.

Cosa ci dicono questi dati? Intanto ci ricordano che l’Italia ha una delle pressioni fiscali più alte del mondo, inferiore solo a quella dei paesi scandinavi (le comparazioni su ciò che si ottiene in cambio delle tasse pagate le lasciamo per un’altra volta). Ci dicono anche che l’Italia si è attivamente impegnata nel 2008 e 2009 per mantenere alta la pressione fiscale, evitando di revocare gli aumenti decisi alla fine del 2007 e che hanno accresciuto il gettito a partire dal 2008. La pressione fiscale è stata quindi mantenuta nonostante il crollo del PIL, in Italia, sia risultato uno dei peggiori tra i paesi industrializzati. In realtà, dato l’alto livello di indebitamento con cui l’Italia è entrata nella crisi, non esisteva realmente scelta: il deficit andava contenuto, pena la crisi di fiducia e la bancarotta. La sola scelta che restava era se contenerlo sul lato delle spese o su quello delle entrate, e il governo ha scelto quest’ultima alternativa. Il ‘contenimento’, va chiarito, è stato relativo.

Anche se abbiamo evitato i deficit pari al 10% del PIL che si sono visti in alcuni paesi, i dati più recenti, messi a disposizione dall’Istat, dipingono un quadro che resta preoccupante. Nel 2007 il saldo tra uscite ed entrate era pari a -1,5% del PIL, e il saldo primario (ossia quello che si ottiene escludendo la spesa per interessi) era positivo e pari al 3,5% del PIL. La crisi ha portato il deficit a -2,7% nel 2008 e a -5,4% nel 2009. La timida ripresa del 2010 ha leggermente migliorate le cose, portando il deficit a -4,6, che resta comunque un livello insostenibile nel più lungo periodo. Nel frattempo il saldo primario si è azzerato.
Quali componenti del carico fiscale sono cresciute di più? Nel 2009 ci sono state alcune entrate straordinarie (in particolare quelle relative allo scudo fiscale) ma la componente più dinamica è chiaramente quella dei contributi sociali, che dal 2007 al 2009 hanno aumentato il loro peso dal 13,3% al 14,2% del PIL. Tale aumento, insieme alle entrate straordinarie, ha compensato il calo delle imposte dirette e indirette e ha mantenuto la pressione ai livelli pre-recessione. Questa non è una buona notizia.

Da un lato, significa che nel mezzo della recessione c’è stato uno spostamento ulteriore della tassazione sul lavoro. Dall’altro, c’è ragione di credere che le rigidità del mercato del lavoro italiano, che hanno contribuito nella fase iniziale della crisi ad evitare un crollo dell’occupazione, renderanno più difficoltosa l’espansione di questa componente di entrate nella fase di ripresa. In effetti, l’Istat ci segnala che nel 2010, anno in cui il PIL è tornato a crescere, i contributi sociali sono cresciuti meno sia delle imposte dirette sia di quelle indirette. Che aspettarsi per il futuro? Non molto. La verità è che, dato l’elevato livello di indebitamento, nessun governo può permettersi una sostanziale riduzione della pressione fiscale se prima non si riduce il peso della spesa pubblica sul PIL. Ci sono solo due modi per ridurre una frazione: o si diminuisce il numeratore o si aumenta il denominatore. Ossia, o si riduce la spesa pubblica o si fa aumentare il PIL. In entrambe queste aree il governo finora non ha brillato, per cui è difficile essere ottimisti. 

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