Non sapete che fortuna se Sgarbi lascia la Biennale

Non sapete che fortuna se Sgarbi lascia la Biennale

Non fosse che siamo a quaranta giorni dal via – praticamente domani mattina pensando a com’è complessa l’organizzazione di grandi manifestazioni d’arte – non sapete che fortuna sarebbe perdere in corsa il curatore del Padiglione Italia meno attrezzato che la storia ricordi, e cioè Vittorio Sgarbi. Il quale ha legato la sua permanenza in Biennale al ruolo di soprintendente a Venezia, ruolo che il neo ministro Galan gli ha negato per motivi regolamentari. Da qui le dimissioni dell’irruento professore (alla fine ci ripenserà?).

In questo caso, le due situazioni stanno insieme come pere e bulloni, giacché appare del tutto pretestuoso il collegamento che ne fa il nostro valente storico dell’arte. Ma la sintesi forse più centrata di tutta la storia è quella di Maurizio Cattelan, l’artista italiano più spendibile (e valutato) fuori dai nostri confini: «Il padiglione Italia alla Biennale? L’ultima volta che sono andato al circo avevo nove anni. Sgarbi si è dimesso? Qualcuno dovrà ringraziarlo per questo».

Il problema Sgarbi-Biennale, in realtà, nasce contestualmente al problema Bondi-Ministero della Cultura. Nel senso che per sua stessa ammissione, un bel giorno il ministro dichiarò di non capire una beneamata mazza di arte contemporanea. L’episodio fu memorabile, come peraltro il racconto che ne fece un divertitissimo Bondi appena uscito da una visita al Madre, il museo d’arte contemporanea di Napoli. Persino chi vi scrive, ch’ebbe la ventura d’intervistarlo in diretta radiofonica qualche giorno dopo, non potè resistere a un attacco di riso assai poco consono al ruolo del bravo conduttore.

Ma insomma, Bondi era assolutamente sublime nel descrivere la sua totale estraneità a quelle opere così moderne e (a lui) terribilmente oscure, ma il giorno della visita al MADRE non rinunciò all’idea di illudere i due curatori del museo, Cicelyn e Codognato, che lo accompagnavano amorevolmente per le sale, che tutto ciò che gli scorreva davanti fosse luce per i suoi occhi appassionati. Salvo poi confessare di nascosto ai suoi collaboratori che non aveva capito nulla di quel che aveva fintamente ammirato, e in particolar modo – orrendezza delle orrendezze – quel mostro scuro scavato nel pavimento di un tal artista indiano, un certo Anish Kapoor.

Un ministro che confessa la sua totale inadeguatezza per la materia di cui si dovrebbe occupare, può far sorridere solo se il suo nome è Bondi, Sandro Bondi. Ma è lo specchio drammatico di un Paese arretrato, in cui non è nemmeno basico il concetto secondo cui al posto giusto dovrebbe sedere l’uomo (più o meno) giusto.

Bene, quest’uomo più o meno giusto ha nominato lui Sgarbi alla Biennale, e non in virtù di un approfondito screening tra tutti i possibili curatori italiani, ma semplicemente sulla base di una sottomissione intellettuale al personaggio, unita alla capacità del medesimo di intrattenere buone relazioni con questo centro-destra, che notoriamente non brilla sul piano squisitamente culturale.

Il prof. Sgarbi, si sa, non ama l’arte contemporanea, almeno l’arte contemporanea di questo nostro tempo. Non l’ama al punto tale da respingerla quasi alla radice, considerandola un vero e proprio attentato alla bellezza. Da sempre, si protegge con la pittura, ma oggi nel mondo la pittura rappresenta, al massimo, il cinque-dieci per cento della produzione planetaria.

Il professor Sgarbi, invece, è un vero, sincero, appassionato conoscitore, e poi impagabile divulgatore, dell’arte forse più straordinaria che la nostra storia abbia prodotto, quella del ‘500 e non solo, e restano incancellabili molti dei suoi percorsi letterari. A un uomo così, a una risorsa così, perchè dare in mano la cosa sbagliata?

Epperò. L’ultima Biennale vista aveva ancora il bollino Bondi, nel senso che sempre il ministro si era peritato di scegliere i curatori, pescando nello stagno (sotto consiglio del malefico Sgarbi?) altri due innamorati della pittura, della figurazione, del non-rischio, della più serena tranquillità di intenti, come Beatrice Buscaroli e Luca Beatrice. La mostra ne era l’ovvia conseguenza, due gocce di Lexotan e a nanna.
Bondi, Bondi, perché non parli?