Parmalat, giudici Milano assolvono le banche straniere

Parmalat, giudici Milano assolvono le banche straniere

Tutte assolte. Quello di Milano come quello di Parma, sono due processi difficili ma l’esito del troncone meneghino che vedeva coinvolte Morgan Stanley, Citygroup, Deutsche Bank e BofA finisce con un vero e proprio ko per gli inquirenti. I giudici della seconda sezione penale del tribunale di Milano hanno assolto gli istituti di credito stranieri imputati per il crac Parmalat e cinque loro funzionari. Le banche coinvolte in questo filone  rispondono in base alla legge 231 sulla responsabilità penale dei soggetti giuridici. L’accusa aveva chiesto pene per 120 milioni di euro circa. Per i funzionari, invece, sono state avanzate richieste da un anno a un anno e quattro mesi. In tutto sono sono sei le persone fisiche assolte. Si tratta di Carlo Pagliani e Paolo Basso di Morgan Stanley, Marco Pracca e Tommaso Zibordi di Deutsche Bank, Paolo Botta di Citigroup e Giaime Cardi di Credit Suisse. Per quest’ultimo l’accusa aveva chiesto la prescrizione ma per lui, come per gli altri manager, i giudici hanno ritenuto di emettere un verdetto di assoluzione piena.

Le banche gongolano:«Bank of America esprime la propria soddisfazione per l’ulteriore assoluzione emessa dal tribunale di Milano per il reato di aggiotaggio». «La sentenza del Tribunale di Milano – dice invece una nota di Citigroup – conferma inequivocabilmente che Citi e i propri collaboratori non ebbero alcun ruolo nella perpetrazione della più significativa bancarotta fraudolenta nella storia italiana». «La sentenza – afferma Deutsche Bank  – ha dimostrato che Deutsche Bank e i suoi dipendenti hanno agito con professionalità e nel rispetto della legge italiana». 

Nel 2004 sono stati stabiliti due filoni d’inchiesta differenti per il crac di Collecchio: uno per aggiotaggio e false comunicazioni sociali, di competenza del Tribunale di Milano, e uno per bancarotta, il filone più rilevante, di competenza della Procura di Parma. Così Milano, dove c’è una procura che ha una forte esperienza di crac finanziari, è quella che si occupa del reato minore mentre il reato maggiore, quello di bancarotta, finisce sulle spalle della piccola procura parmigiana.

A fine maggio la Corte d’appello di Milano aveva confermato la pena di 10 anni di reclusione per l’ex patron della Parmalat, Calisto Tanzi, condannato in primo grado per le accuse di aggiotaggio e ostacolo all’autorità di vigilanza. Inoltre, Tanzi dovrà risarcire – insieme ai manager Giovanni Bonici e Luciano Silingardi – circa 105 milioni di euro, cioè il 30% del danno, ai risparmiatori danneggiati che si sono costituiti parte civile. In primo grado, invece, i risparmiatori avevano ottenuto soltanto una condanna al risarcimento del danno a carico di Tanzi, ma da stabilirsi in un giudizio civile.

Il 18 dicembre 2008 i giudici della prima sezione penale del tribunale di Milano e il loro presidente, Luisa Ponti, avevano condannato in primo grado Tanzi a 10 anni. Era stato l’unico imputato nel crac Parmalat ad essere condannato. Poi i giudici della Corte d’Appello non solo hanno confermato la sentenza di primo grado per Tanzi, ma hanno anche ribaltato il verdetto per Giovanni Bonici, ex responsabile di Parmalat Venezuela, e per Luciano Siningardi, ex consigliere indipendente di Parmalat, condannati rispettivamente a 2 anni e 6 mesi e a 3 anni.

Dopo la lettura del verdetto di oggi i due pm presenti in aula, Eugenio Fusco e Carlo Nocerino si sono allontanati senza dire una parola. La débacle della procura è sotto gli occhi di tutti e come commenta a caldo un investigatore che vuole restare anonimo «resta difficile pensare che Tanzi e Tonna abbiano  davvero fatto tutto da soli».   

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