Ti piace guadagnare facile? Beccati il Madoff dei Parioli

Ti piace guadagnare facile? Beccati il Madoff dei Parioli

Qualcosa di profondo accompagna la straordinaria “stangata” che più finanzieri, racchiusi – giornalisticamente – nell’unica definizione di «Madoff dei Parioli», hanno messo a segno ai danni di migliaia di soggetti economicamente molto sensibili. È qualcosa che riguarda il nostro modo di interpretare il valore del denaro, l’idea di poterne agevolmente aggirare e sopraffare la pericolosità, la semplicità arrogante con cui crediamo di moltiplicarlo.

Scriviamo tutto questo, ancor prima di conoscere l’ultima lista di nomi che da eccellenti diventerebbero eccellentissimi (banchieri, politici, esponenti delle forze dell’ordine), in una frenetica scala sociale che non ammette resistenze. La truffa, giusto per tracciarne i contorni più evidenti, ha un valore economico di circa 170 milioni di euro, coinvolge, come abbiamo detto, stratificazioni sociali molto diverse, e ha potuto sostenersi per molti anni grazie a quell’elemento molto, molto romano, in cui politica e affari si saldano in un intreccio tanto pericoloso quanto apparentemente credibile. Era credibile offrire rendimenti fino al venti per cento?

È una zona grigia, uno stagno comune in cui stile e sostanza delle persone non vengono indagate come in una qualsiasi società banalmente organizzata, ma affidate piuttosto a un passaparola di amici degli amici che garantiscono sulla liceità delle idee e delle intenzioni. Che poi la tragedia finisca in comica, è persino inevitabile: molti clienti eccellenti usavano come nome in codice quello del cane.

Lasciamo da parte per un momento l’elemento politico che ha accompagnato i primi momenti dello scandalo, quella misera soddisfazione nel sottolineare che anche una certa sinistra era caduta nel maledetto inganno, come un doloroso contrappasso, e concentriamo la nostra attenzione su chi ha sempre avuto confidenza con l’uso del denaro, non se n’è mai vergognato, ne ha fatto – al contrario – un tratto distintivo della propria vita, assumendolo a paradigma di un certo modo di pensare.

In larga misura, queste persone rappresentano perfettamente quella estrema semplificazione delle responsabilità che è uno dei grandi deficit del nostro Paese. E che probabilmente ha anche una parentela piuttosto stretta con una parola scomoda e ormai parecchio fuori moda: etica. Non ci è congeniale infierire su chi è già bastonato dalla vita e dai suoi eventi maligni. Ma in questa storiaccia dei Parioli emerge in superficie l’idea malsana e condivisa che data una certa condizione economica di per sé più che dignitosa, lo sbarco nel grande mondo dei milionari ridens doveva essere un’automatica conseguenza sociale, praticamente un diritto di casta, e che i moltiplicatori dei pani e dei pesci potevano persino essere considerati quegli squali da basso fondale che, in minime condizioni di sostentamento etico, uno valuterebbe per quello che sono: mascalzoni.

Se ciò non è accaduto, anche magari da parte di persone avvedute e democratiche, è perché questa nostra Italia ci ha abituato a un costante aggiramento della fatica e dei doveri, tra cui – non ultimo – ci sarebbe quello di rimanere con i piedi ben piantati sulla terra. Lamentazioni postume sono ammesse solo con questi requisiti.

Se possibile, questi traditori della fiducia altrui, che ora soggiornano in luoghi più angusti, si sono dimostrati finissimi conoscitori della psiche umana, interpretandola in modo sottilmente perfido: da una parte hanno tenuto alto l’elemento elitario dell’operazione, che fa sentire gli interessati come autentici protagonisti di una storia unica ed eccezionale, dall’altra hanno giocato sulla debolezza strutturale di un sistema che non garantisce più il credito e la conseguente sicurezza dei risparmi. Per farlo, hanno proiettato tutti gli investimenti in un luogo suggestivo e luccicante chiamato sogno. E i gonzi incredibilmente hanno aderito.

È disarmante osservare come categorie sociali anche molto diverse tra loro non abbiano avvertito la necessità di inseguire almeno il senso delle cose, quel pudore degli affari che dovrebbe consigliare prudenza, quell’attenzione al mondo reale che poteva almeno condurre all’anticamera del sospetto. Nei 150 anni della nostra unità, appare come il gesto più evidente di diseguaglianza.  

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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