Col suo flop, Zapatero trascina giù le Borse d’Europa

Col suo flop, Zapatero trascina giù le Borse d’Europa

L’incertezza si abbatte sui mercati finanziari mondiali. L’indomani del voto che ha sancito la più pesante sconfitta elettorale del presidente spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero, il cielo è nero sopra l’Europa. E non è il vulcano islandese Grimsvötn a spaventare, bensì la crisi europea dei debiti sovrani. L’euro ha perso terreno contro dollaro e franco svizzero, mentre aumentavano i differenziali fra i titoli di Stato dei Paesi periferici e la Germania. Il commissario Ue agli Affari economici e monetari ha tentato di frenare la sfiducia, ricordando che «l’Eurozona non è in pericolo». Non è bastato. Milano, complice lo stacco dei dividendi, ha ceduto oltre il 3,32%, mentre Madrid ha lasciato al campo quasi due punti. In rosso tutta l’Europa, con Francoforte, Londra e Parigi capaci solo di seguire a ruota il trend ribassista senza riuscire a invertirlo. Anche Wall Street ha aperto in negativo, con l’indice Dow Jones in calo dell’1,1%, l’S&P 500 dell’1,2% e il Nasdaq di un punto e mezzo.

A Piazza affari già si sapeva che sarebbe stata una giornata molto particolare. Sull’intero paniere presente a Borsa Italiana erano 64 le società che avrebbero staccato il dividendo. Solo del listino Ftse Mib erano 29 le big che hanno deciso di elargire parte dei propri utili agli azionisti. L’impatto di questa mole di denaro è quantificabile in quasi due punti percentuali, dato che il dividend yield (rapporto fra importo erogato e prezzo del titolo) è fra i maggiori in Ue. Ma non è solo questo che ha fatto declinare Milano.

I debiti sovrani continuano a far paura e proprio questi timori stanno arrivando da Madrid e Roma. La disfatta elettorale iberica di Zapatero, unita alla protesta giovanile (e non) dei Los Indignados, ha contribuito ad alimentare l’instabilità dell’eurozona. Lo stesso si può dire della revisione dell’outlook italiano, da stabile a negativo, da parte di Standard & Poor’s, giunta sabato scorso. Nonostante non si tratti di una misura drammatica, ma il frutto della condizione dei conti pubblici di Roma, la reazione delle istituzioni sono state inconsulte, contribuendo ad amplificare l’incertezza. Questa si è poi trasferita ai mercati internazionali, dal Ftse di Londra al Dax di Francoforte, finendo con Wall Street.

I principali barometri della sofferenza di uno Stato sono due: rendimenti dei titoli governativi e andamento dei Credit default swap (Cds), i derivati che assicurano contro il fallimento. Solo nella giornata di ieri lo spread fra i bond dei Piigs (Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia, Spagna) e quelli della Germania, storico baluardo di solidità, ha raggiunto nuovi picchi. Solo per Madrid il differenziale dei rendimenti è stato superiore ai 250 punti base, fattore che ha indotto il governatore del Banco de España a definire «del tutto inappropriata» la tendenza in atto. Di riflesso alla revisione dell’outlook italiano, da stabile a negativo, da parte di Standard & Poor’s, anche i titoli di stato di Roma hanno registrato un rabbioso rialzo: nel momento in cui scriviamo sono a 187 punti base, anche se è previsto un ulteriore peggioramento nei prossimi giorni. Sempre sotto pressione l’altra faccia del Club Med, quella già salvata. Per Atene lo spread è di 1.424 punti base, sintomo di un rendimento del 17,25 per cento. Per Dublino meglio non va, dato che lo spread coi bund è sopra quota 800 punti base, per un rendimento dell’11,10 per cento. Infine Lisbona, l’ultima nazione ad essere salvata: il rendimento dei titoli di Stato lusitani si avvicina prepotentemente al 10%, che si traduce in un differenziale di 670 punti base.

Sul fronte dei Cds, il peggioramento più significativo. La maglia nera dei Piigs è andata all’Italia, con un aumento giornaliero di 13 punti base sugli schermi CMA, fino a toccare i 172 punti, più 8,1% rispetto l’ultima chiusura. Performance sofferente anche per Madrid, che è salita fino a 276 punti base, con un incremento intraday simile a quello italiano. La Grecia è ormai data per spacciata, con i Cds che sono prossimi ai 1.550 punti base, con una percentuale implicita di fallimento del 68,7%.

Sui mercati valutari, l’euro non poteva che perdere terreno nei confronti di dollaro statunitense e franco svizzero. Nel cross euro-dollaro si è arrivati a un minimo di 1,3968, seconda volta in due mesi che rompe il supporto e scende sotto la soglia psicologica dell’1,40. Molto simile la curva del cross euro-franco svizzero, che ieri ha ritracciato al ribasso in virtù dello status di moneta rifugio della divisa elvetica, arrivando fino a un minimo di 1,2322. Analogo ragionamento per l’oro, tornato stabilmente sopra quota 1.510 dollari l’oncia, con una tendenza rialzista considerata «molto sostenuta» dagli analisti di Barclays. L’epidemia dei debiti sovrani continua la sua corsa, come anche la Gipsi way, la cosiddetta “Via degli zingari dell’euro” che prende il nome dalle iniziali dei Paesi che saranno costretti a chiedere aiuto a Bruxelles per la loro sopravvivenza. Per ora ci sono stati i bail-out di Grecia, Irlanda e Portogallo. La Gipsi way è ancora attiva.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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