E se la tortura avesse funzionato?

E se la tortura avesse funzionato?

Bin Laden è stato rintracciato grazie alle confessioni di prigionieri torturati a Guantanamo? Mentre l’America esulta per la morte del capo di Al Qaeda, questo interrogativo risuona in mille dichiarazioni rilasciate da esponenti della destra repubblicana. La dinamica che ha portato all’identificazione del nascondiglio di Osama bin Laden è ancora oscura. Ma i pochi particolari che cominciano a emergere sono sufficienti per scatenare la usuale baruffa ideologica tra liberal e conservatori.

Scrive John Yoo, ex assistente al ministro della Giustizia nel 2002-2003: «Stando a fonti anonime del governo citate dalla stampa, fu l’interrogatorio dei capi di al-Qaeda a portare all’identificazione del corriere che ha consentito di scoprire il nascondiglio di Bin Laden». Nel gennaio 2002 Yoo scrisse il documento noto come Torture Memo (memorandum sulla tortura), che fissava le «tecniche avanzate di interrogatorio» da usare con i «nemici combattenti» imprigionati a Guantanamo. Oggi scrive: «Il successo dell’operazione Bin Laden […] dimostra l’utilità delle politiche antiterrorismo dell’amministrazione Bush».

Sostiene il neocon Michael Barone sul sito dell’American Enterprise Institute: «Questa operazione non sarebbe stata possibile senza le famigerate tecniche avanzate di interrogatorio che furono definite “tortura” dagli avversari dell’amministrazione Bush». Barone aggiunge che anche il tanto criticato programma di intercettazioni telefoniche è servito a raccogliere informazioni utili. E che nell’attaccare il rifugio di bin Laden, gli Stati Uniti hanno compiuto un «atto unilaterale», senza avvertire l’Onu, contraddicendo così le idee multilaterali a lungo sostenute da Obama.

Anche Paul Wolfowitz, viceministro della Difesa nell’era Bush, interviene nel dibattito: «Questa operazione non sarebbe stata possibile se avessimo rilasciato i terroristi con leggerezza, senza strappare loro tutte le informazioni che avevano: magari per scoprire anni dopo che un dettaglio, per esempio lo pseudonomo di uno di loro, sarebbe risultato importante». Sono decine gli esponenti della amministrazione Bush che escono allo scoperto per rivendicare il loro ruolo nell’individuazione del nascondiglio di bin Laden. Ma davvero le informazioni raccolte molti anni fa grazie alle torture sono state fondamentali per arrivare al blitz del primo maggio?

Stando alle ricostruzioni finora rese pubbliche, sembra che il nascondiglio di bin Laden sia stato identificato seguendo le tracce di un suo uomo di fiducia, un corriere che per anni ha tenuto i collegamenti tra il capo di al Qaeda e l’organizzazione. Il primo prigioniero a parlare dell’esistenza di questo corriere fu Khalid Sheikh Mohammed, uno dei personaggi chiave di al Qaeda, già condannato per avere guidato il commando dell’11 settembre 2001. Nel 2003, subito dopo la sua cattura, Mohammed fu sottoposto al più brutale ciclo di «tecniche avanzate di interrogatorio» previste dal Torture Memo di John Yoo: fu ripetutamente sbattuto contro un muro, obbligato a stare sveglio per 180 ore consecutive, sottoposto alla tortura dell’acqua (waterboarding) 183 volte. Questa tecnica prevede che il detenuto sia legato sopra un asse inclinato, con la testa verso il basso e la faccia investita da un flusso ininterrotto d’acqua che impedisce di respirare e consente al liquido di penetrare nei polmoni. Una variante del waterboarding prevede che il volto investito dall’acqua sia coperto da uno straccio che obbliga il detenuto a «respirare» acqua. Mohammed non fu torturato solo a Guantanamo, ma anche in altre prigioni estere: certamente in Polonia, Romania, Tailandia, stando a fonti ufficiali.

Sembra che le «tecniche avanzate di interrogatorio» non siano più state usate su Mohammed dopo il 2003 e che l’esistenza del corriere emerga dai verbali solo nel 2004, quando il prigioniero cominciò a collaborare. Secondo il New York Times Mohammed ammise di avere conosciuto il corriere di al Qaeda: il suo pseudonomo era Abu Ahmed al-Kuwaiti, ma era una figura di secondo piano ormai fuori dall’organizzazione. Mohammed cominciò a collaborare grazie alle torture? È probabile, in ogni caso su al-Kuwaiti disse pochissimo.

Qualcosa di più rivelò Hassan Ghul, un militante arrestato in Iraq nel 2004, che fu «trattato rudemente» per un breve periodo, stando ai resoconti della Cia, ma non fu sottoposto alla tortura dell’acqua. Secondo Michael Isikoff, l’ex giornalista di Newsweek e ora di Nbc/Msnbc che ebbe per primo la notizia di Monica Lewinsky, un altro prigioniero a nominare al-Kuwaiti fu Mohammed al-Qahtani, noto come il «ventesimo terrorista»: avrebbe dovuto partecipare all’attentato dell’11 settembre ma non riuscì a entrare negli Stati Uniti e fu poi arrestato in Afghanistan. Al-Qahtani fu uno dei detenuti sottoposti alle torture e alle umiliazioni più gravi: fu persino obbligato a vestirsi da donna e a procedere carponi con il collare da cane. Fu ricoverato due volte in ospedale dopo aver trascorso lunghi periodi nudo a basse temperature. Nel gennaio il giudice Susan Crawford, capo della commissione militare che doveva giudicarlo a Guantanamo, rifiutò di ammettere al-Qahtani al processo proprio a causa delle torture che gli erano state inflitte.

Tirando le somme, i prigionieri torturati che parlarono di al-Kuwaiti, il corriere di bin Laden, furono almeno tre. Ma nessuno dei tre rivelò il suo nome vero. Secondo Msnbc, la reale identità del corriere fu scoperta solo nel 2007, e solo nel 2009 la Cia fu in grado di rintracciare fisicamente l’uomo in Pakistan, dove si trovava assieme al fratello, e cominciò a tenerlo sotto controllo sperando di trovare una traccia che potesse portare al capo di al Qaeda.

Il nome del corriere non è ancora stato reso noto. Si sa che è stato ucciso il primo maggio, assieme al fratello, all’interno del nascondiglio di bin Laden.
Sono state fondamentali le informazioni strappate con la tortura ai prigionieri di Guantanamo per individuare il nascondiglio del capo di Al Qaeda? Difficile dirlo stando alle informazioni finora note. I vecchi sostenitori di George Bush dicono di sì. I paladini di Obama sono certi di no. Ma la dinamica dell’operazione resta incerta e tale resterà per molto tempo.

In realtà la discussione che si è accesa negli Stati Uniti è dominata dall’ideologia. Chi è favorevole alla tortura come metodo per strappare una confessione ai detenuti non cambierà idea anche se verrà fuori che nel caso di bin Laden la tortura è servita a nulla: potrebbe comunque essere utile la volta prossima. L’importante oggi, per i conservatori, è ricompattare le truppe lanciando un messaggio che possa essere replicato dalle reti di simpatizzanti. E il messaggio suona così: Obama si fa bello per un successo ottenuto grazie a chi ha avuto il coraggio di sporcarsi le mani per il bene della patria. Nell’America spaccata in due ci si divide su tutto, anche sulla morte del nemico numero uno del paese. 

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club