In Libia non dimentichiamo faccetta nera

In Libia non dimentichiamo faccetta nera

«Camicie nere della rivoluzione, uomini e donne di tutta Italia e amici dell’Italia al di là dei monti e al di là dei mari, ascoltate! Il Maresciallo Badoglio mi telegrafa: oggi, 5 maggio, alle ore 16, alla testa delle truppe vittoriose, sono entrato in Addis Abeba. Durante i trenta secoli della sua storia, l’Italia ha vissuto molte ore memorabili, ma questa di oggi è certamente una delle più solenni».

Sono le parole con cui Benito Mussolini nel tardo pomeriggio del 5 maggio 1936 annuncia la fine della guerra. Settantacinque anni dopo, noi di quell’«ora solenne» non abbiamo più memoria, o almeno pubblicamente non ne parliamo. Perché? Perché in quella guerra non si consumò né solo, né prevalentemente la violenza di un regime (quella violenza l’abbiamo raccontata molte volte, dopo. In ogni caso la sua violenza il regime stesso la raccontò, rivendicandola). Noi in quella guerra smettemmo di essere “bravi”. Ammesso che il “bravo italiano” sia esistito, in quella guerra scomparve per sempre.

Non è l’unica cosa di cui non ci ricordiamo. Non ricordiamo molte altre cose in merito a quella guerra. Non ci ricordiamo del modo in cui l’abbiamo combattuta, delle armi, (compreso l’uso dei gas asfissianti) che abbiamo utilizzato e impiegato. Si potrebbe dire che vogliamo rimuovere la “guerra sporca” da noi condotta allora. Se così fosse, se di rimozione si trattasse, vorrebbe dire che in un qualche modo e in qualche angolo, anche molto nascosto, abbiamo maturato una riflessione critica, un senso di distacco e anche di imbarazzo su quell’evento che ci trattiene oggi dal parlarne.

Non ne sono convinto. Perché, in mezzo a quella guerra matura, qualcosa di molto più profondo. Non riguarda la nostra “guerra sporca” sul piano delle armi che si usano, ma le trasformazioni culturali e mentali che nel corso di quella guerra si strutturano, e con cui ci siamo costantemente rifiutati di fare i conti per davvero. Nel doppio senso: di riflettervi e di prendervi la distanze.

La questione riguarda la costruzione culturale, politica e mentale del razzismo in Italia. Un discorso politico che nasce nel corso di quella guerra. Il razzismo in Italia, infatti, non è un incidente di percorso che inizia nel’ottobre 1938 con le «malaugurate leggi razziali antiebraiche», secondo un’espressione che ormai fa parte del gergo politically correct, ma parziale della Seconda Repubblica. Quelle leggi sono un pezzo di un percorso la cui strada era già sta imboccata da tempo in Italia.

Si guardino bene le due cartoline coloniali del periodo 1935-1936 che qui sotto si riproducono. È evidente il messaggio: nella prima l’invito era che con gli indigeni «non si doveva sprecare» olio di ricino («privilegio riservato agli avversari di pelle bianca»), ma «la bevuta» consisteva nella somministrazione di benzina direttamente dalla pompa. Nella seconda l’idea è che l’indigeno non solo è nero perché sporco , ma anche maleodorante. Con ciò si giustifica l’uso della maschera antigas, nel tentativo patetico, anche, di spiegare subdolamente che non la si indossava per evitare gli effetti della propria “guerra sporca”. Che ancora a 75 anni di distanza nessuno pubblicamente riconosce.

*storico

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