La statua di Wojtyla è brutta, ma l’arte non è somiglianza

La statua di Wojtyla è brutta, ma l’arte non è somiglianza

“Eh, ma non assomiglia per niente a Giovanni Paolo”. Esili ma ferme, le vocine cardinalizie del Vaticano (quelle vere, qui Moretti non c’entra) si sono levate in coro per criticare quell’enormità di bronzo e argento, quel mastodonte verde di cinque metri e mezzo esposto davanti a Stazione Termini, che nell’idea di Oliviero Rainaldi, scultore in Roma ma non solo, doveva rappresentare l’omaggio contemporaneo al più grande Papa della nostra modernità: Karol Wojtyla.

L’Osservatore Romano si è fatto megafono del sottinteso malcontento e, per quanto può e deve, non ha avuto pietà dell’artista: «La statua pecca di una scarsa riconoscibilità – scrive così -, il suo volto, situato in cima alla struttura, ha però soltanto una lontana somiglianza con quello del Papa. E complessivamente il risultato non sembra all’altezza dell’intento».  Negandoci generalmente nulla, dobbiamo qui registrare anche interventi plurimi di politici d’ogni colore, che hanno – a nostro avviso, e come al solito, inutilmente – commentato. Non li trascriveremo, però.

“Eh, ma non assomiglia per niente” è solo un verso di una medaglia che ha anche una seconda faccia, a cui si associa l’altra espressione storica: “Questo lo facevo anch’io”, improvvida auto-proclamazione a miglior artista dilettante di fronte all’astruseria di un’installazione che potremmo tranquillamente rifare a casa, magari anche meglio. A una certa attitudine all’ignoranza inconsapevole, Francesco Bonami, un famoso critico d’arte, ha dedicato un libello interessante che ha titolato proprio così: «Questo lo facevo anch’io».

Cosa ci dà più fastidio, infatti, quando scrutiamo con occhi perplessi uno squalo in formaldeide, che Damien Hirst ci dice essere opera compiuta e scaturita dalla sua anima tormentata e poi dal mercato celebrata a suon di milioni di euro? Il fatto di non avere il benché minimo riscontro con la nostra vita corrente, opera d’arte in cui mancano colline, volti, case, colori, tempere, vasi di fiori e tanto altro di rassicurante. Tra cui, e non è poco, una cornice.

Ma questo smarrimento come può essere compensato da un’anima candida che voglia capirne di più, di che strumenti disponiamo per poter dire la fatidica frase: mi piace? Sotto questo cielo, effettivamente, il mondo dell’arte contemporanea è davvero lacunoso, anzi molto spesso perfino respingente.

Con queste premesse, è del tutto naturale che sorga lo scandalo quando si associa la figura sacra di un beato che ha lasciato una traccia nel cuore del mondo a una scultura che non ha il suo sorriso, né lo sguardo, e neppure i lineamenti. Timidamente, vorremmo però dire che si tratta di una visione molto provinciale dell’arte, in cui cercare una rassicurazione facile, accessibile, un ombrello protettivo di immediata risoluzione, che ha la sua massima sintesi nella stretta rassomiglianza tra opera d’arte e soggetto ritratto. Il tema religioso, poi, porta con sé un carico di aspettative ancora maggiore, come se la libera interpretazione dell’artista fosse vissuta come uno sfregio nel tabernacolo cristiano.

Pretendere una somiglianza non è mai cosa buona o almeno non sempre. Millanta esempi si potrebbero fare, ma ve ne giriamo uno, solare, evidente, dorato (nel vero senso della parola). Entrando nei giardini di via Palestro a Milano, i nostri storici giardini, troverete una statua che raffigura Montanelli. È la rassomiglianza fatta opera d’arte, anche nella postura del grande giornalista, che richiama una sua foto storica, nell’atto di comporre un articolo seduto su una pila di libri in un corridoio del Corriere della Sera nel ’40. Su, sbilanciatevi: ne siete orgogliosi, vi fermereste mai in un museo davanti a una cosa così?

Molti e molti anni fa, in pieno centro a Milano, proprio di fronte a via Montenapoleone, spuntò un cubo di cemento, aperto su un lato, opera di Aldo Rossi, grandissimo architetto. Il Comune lo intitolò a Pertini e scoppiò il putiferio. Originariamente, doveva essere un omaggio alla Resistenza, probabilmente destinato a uno spazio molto più ampio. Un bel giorno, Tomaso Staiti di Cuddia, vecchio signore fascista, si presentò con un martello pneumatico con la volontà di abbatterlo. Lo fermarono in tempo. Cosa c’era di Pertini in quel cubo aperto? Di somigliante assolutamente nulla, solo granitico come il vecchio Presidente. Come vedete, è una vecchia polemica. Che non si fermerà con la statua (contestata) di Wojtyla. 

Ps. Adesso, per quel che vale, dirò la mia, da modesto appassionato di arte contemporanea. La somiglianza conta nulla, come detto. Ma la scultura di Rainaldi è piuttosto brutta, un mix di garritta di caserma, piumato avvoltoio e spolverino di Batman.