La vera opposizione a Gheddafi è l’Islam

La vera opposizione a Gheddafi è l’Islam

Il Consiglio Nazionale Transitorio di Bengasi è stato ormai ufficialmente riconosciuto da Francia, Italia, Qatar, Kuwait, Maldive e Gambia, mentre l’Unione europea e gli Stati Uniti hanno contatti costanti con il consiglio senza però averlo ancora riconosciuto. Questi e altri paesi lo riforniscono di istruttori, di armi, di veicoli, e di benzina. La Nato sta cercando di aiutarlo bombardando con aerei e droni obiettivi militari e non del regime di Gheddafi. Ma se, come rilanciato da Stefano Casertano proprio su Linkiesta, gli sviluppi della situazione in Siria ed Egitto evidenziano ancora una volta come la tendenza delle rivolte arabe non sia necessariamente democratica, ma abbia forti componenti identitario-religiose, è corretto e obbligato chiedersi: ma alla lunga per chi stiamo lavorando in Libia?

Il Consiglio è un mix di vecchi membri del regime, politici e militari, come Mustafà Abdel Jalil, ex ministro della Giustizia, e di storici “oppositori”. Molti di questi sono stati allevati nella fucina riformista di Saif Al Islam, uno dei figli del Colonnello, che li ha prontamente tacciati di tradimento. I volti nuovi sono pochi: sono soprattutto giovani avvocati bengasini come Abd al-Hafiz Ghoga e Fathi Tirbil. La composizione fa presupporre che la solidità di questo gruppo non sia scontata: il loro collante pare Gheddafi. La rivolta in Cirenaica sembra un coagulo di almeno due anime: una mezza insurrezione di carattere giovanile (quasi per imitazione con quanto fatto nelle vicine Egitto e Tunisia), un mezzo colpo di stato di notabili del regime che probabilmente stavano aspettando il momento giusto per uscire allo scoperto. Ma quali forze più profonde potrebbero emergere in futuro, soprattutto se la situazione militare, come appare probabile, non dovesse risolversi a favore di Bengasi in breve tempo?

Una prospettiva democratica per la Libia appare molto lontana, molto più delle già difficili prospettive egiziana e tunisina. Non solo per i già tanto citati elementi clanici e tribali del paese, che ad oggi hanno comunque giocato un ruolo più marginale di quanto paventato, ma piuttosto per la rivalità regionale Cirenaica – Tripolitania, alimentata dalla guerra civile e dalla situazione di stallo. La Libia è un rentier state e chiunque potrà andare al potere utilizzerà la rendita petrolifera per la gestione del paese. Il patto sociale basato su distribuzione dei proventi in cambio di accondiscendenza all’esercizio del potere potrebbe perdurare anche senza Gheddafi. Inoltre, anche qui la componente identitario-religiosa potrebbe uscirne rafforzata.

La vera opposizione nel paese nel corso di decenni è stata quella islamica. È importante però non invertire il nesso di causa-effetto: l’islamismo radicale in Libia è stato alimentato dall’oppressione del regime. L’unico modo di dissentire per buona parte dei libici era aderire o appoggiare Al Qaida. I libici sono stati per anni il secondo maggior gruppo, dopo i sauditi, a combattere sui fronti iracheno e afghano. In particolare città come Derna, in Cirenaica, hanno alimentato il fronte qeadista. Le organizzazioni terroristiche pare siano state prese alla sprovvista dalla rivolta libica e non hanno avuto un ruolo importante, tuttavia più la guerra civile si prolungherà più sarà possibile che l’influenza islamica si faccia risentire. In questo senso l’attentato in Marocco è il segnale lanciato dal terrorismo islamico radicale, il messaggio è chiaro: “noi esistiamo ancora”. Anche se ora, con la morte di Osama Bin Laden, come annunciato dalla Casa Bianca, i giochi si potrebbero riaprire.

*Ricercatore, Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi)

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