L’economia giapponese sta perfino peggio di Fukushima

L’economia giapponese sta perfino peggio di Fukushima

Dopo lo tsunami marino, è arrivato quello finanziario. Infine, ecco giungere quello economico. Il Prodotto interno lordo del Giappone è crollato nel primo trimestre: meno 3,7% su base annua, meno 0,9% su base trimestrale. Si tratta di un dato ben peggiore delle previsioni, che indicavano una contrazione anno su anno intorno a quota 2% e trimestre su trimestre dello 0,5 per cento. Il premier Naoto Kan, per stimolare la ripresa, ha appena approvato un piano di ricostruzione del valore di 49 miliardi di dollari, ma potrebbe non bastare. Sono infatti sempre di più le prospettive, di banche d’investimento e centri studi, che vedono una nuova spirale recessiva per il Sol Levante. Lo spettro della recessione torna a lambire nel pieno l’arcipelago nipponico.

Gli oltre 24mila fra morti e dispersi, il fermo produttivo dei produttori automobilistici, la sofferenza delle società tecnologiche, le iniezioni di liquidità da parta della Bank of Japan: sono queste le principali cause della caduta del Pil nei primi tre mesi dell’anno, più pesante delle stime iniziali. Una doccia fredda che rischia di durare per tutto il resto dell’anno. Secondo il ministro dell’Economia, Kaoru Yosano, questa contrazione è solo «fenomeno temporaneo». È l’ottimismo a trainare le parole di Yosano, che ha rimarcato come nel terzo trimestre dell’anno sarà ripristinato lo stesso livello di crescita stimato prima dell’11 marzo, data del sisma e del conseguente tsunami che hanno sconvolto l’economia giapponese. Tuttavia, non mancano i dubbi riguardo a questa veloce ripresa. Nelle previsioni della Federal Reserve di St. Louis, che mappa lo stato dell’economia globale di settimana in settimana, il Giappone non gode di buona salute.

«Probabilmente chiuderà il 2011 con una contrazione del Pil che si attesterà sul 3%», ha scritto due settimane fa. E osservando i dati macroeconomici finora diramati, non è difficile immaginare uno scenario recessivo per tutto l’anno in corso. Solo nel primo trimestre dell’anno gli investimenti in beni capitali sono crollati dello 0,9% su base congiunturale, mentre la spesa delle famiglie è declinata dello 0,6% nello stesso periodo. Toshiro Muto, ex numero due della Bank of Japan, non ha usato metafore per definire l’attuale congiuntura nipponica: «È uno shock, sono dati che nessuno aveva ipotizzato, i modelli non quantificavano un danno così esteso». Le prospettive rimangono incerte. Poche ore dopo il sisma Takuma Ikeda, senior economist di Nomura, ha spiegato come avrebbe impattato lo tsunami sull’economia nipponica: «Ci attendiamo che anche il Pil possa contrarsi anche di mezzo punto percentuale nei prossimi mesi». Passa una settimana, emergono ulteriori dettagli sulla gravità della situazione e la stima cambia in peggio: «Il trimestre potrebbe segnar un meno 0,5%, ma è ancora presto per definire in che modo si potrà ripercuotere il terremoto sull’economia nell’anno solare».

Uno degli ultimi a manifestare incertezza sull’andamento tendenziale del Pil giapponese è stato Yves Longchamp, capo economista di Pictet, che nell’ultima lettera agli investitori ha parlato di «ritorno agli anni Novanta» per Tokyo. Chiaro il riferimento al “decennio perduto”, i dieci anni in cui il Giappone ha vissuto la sua peggiore congiuntura dalla fine della Seconda guerra mondiale. La reazione degli investitori è stata nervosa. L’indice Nikkei 225 ha perso lo 0,4% nella seduta odierna, proprio a seguito dei dati peggiori delle stime. Nel complesso il principale listino giapponese si è contratto di 8 punti percentuali dall’11 marzo a oggi. Non sono bastate tutte le iniezioni di liquidità erogate dalla Bank of Japan dalle prime ore dopo il sisma ai giorni nostri, diverse centinaia di miliardi di dollari. Sebbene qualche spiraglio di ritorno alla normalità si possa cogliere, i comparti più sotto pressioni rimangono quello assicurativo e quello manifatturiero, senza dimenticare quello energetico, in cui Tokyo electric power company (Tepco), il gestore dell’impianto di Fukushima, è il principale driver ribassista. A peggiorare la situazione, soprattutto sotto il profilo della fiducia dei consumatori, è stata infatti anche la crisi nucleare all’impianto di Fukushima Daiichi.

«Con il giro di vite sull’utilizzo dell’atomo come fonte di energia, è possibile che il quantitativo di spesa per l’approvvigionamento della stessa possa ridurre le prospettive di crescita del Paese», ha detto Muto. Nel frattempo emergono nuovi particolari sui danni patiti dai quattro reattori che compongono il sito. In tre di essi buona parte delle barre di combustile si sono fuse a seguito del blocco del sistema di raffreddamento e ora si sta procedendo al pompaggio di acqua contaminata all’interno degli edifici dei reattori per evitare il surriscaldamento. Secondo Tepco «saranno necessari almeno sei mesi per completare la prima fase delle operazioni di stabilizzazione». Quanto ci vorrà per ripristinare l’economia nipponica, invece, non è chiaro.