Ma giudicare Fazio era compito dei giudici o degli storici?

Ma giudicare Fazio era compito dei giudici o degli storici?

Sono passati sei anni e sembrano cento. La ricostruzione dei reati e l’esibizione delle prove sono rimaste sullo sfondo. Verranno comunque vagliate dal tribunale a conclusione di un processo che gli imputati – da Giovanni Consorte ad Antonio Fazio – hanno accettato, anziché sottrarsi per simularlo a loro comodo su giornali e tv. In primo piano è invece arrivata l’ accusa all’ ex governatore della Banca d’Italia di aver fatto il regista anziché l’ arbitro delle banche. Ed è questo che oggi suscita sconcerto sul piano politico.

Quello stesso piano sul quale allora si giocò la partita decisiva, con l’ opposizione di principio all’ambizione napoleonica delle coop rosse manifestata non solo dalla Confindustria montezemoliana, ma anche dagli ex dc e dagli ex psi del centrosinistra preoccupati che si creasse un centro di potere nuovo, legato a Massimo D’Alema. Quanta acqua è passata sotto i ponti! Nel 2011, l’intervento della mano pubblica nelle partite finanziare non desta più scandalo: dalla Consob che interpreta in modo sostanzialista la legge sull’ Opa ai danni dei francesi di Groupama nell’ affare Premafin-Fonsai al governo che cambia le carte in tavola per fermare Lactalis, ancora i francesi, venuti alla conquista di Parmalat, e all’ uopo riscopre le coop, benché queste siano assai meno ricche dell’ Unipol di allora. Gli antichi censori tacciono. E fanno bene. Perché la Banca d’ Italia ha continuato a esercitare un ruolo di regia e non di arbitro”. 

Queste parole di Massimo Mucchetti, pubblicate dal Corriere della Sera poco più di un mese fa, ci son tornate in mente oggi, alla notizia della condanna di Antonio Fazio, Gianpiero Fiorani, Luigi Zunino e Giovanni Consorte per i fatti della scalata Antonveneta, strettamente legati a quelli di Unipol-Bnl.

Gli interrogativi – a prescindere dall’ovvio rispetto per il lavoro dei giudici – sono tanti, e restano tutti. Dopo una crisi finanziaria che ha dimostrato che le banche “too big too fail” sono un problema, e non una risorsa, ad esempio, viene il dubbio che le remore di Fazio per le grandi aggregazioni avessero un qualche fondamento. Andrebbero addirittura rivalutate, in un paese che invece sotto la regia successiva, quella di Draghi, ha visto nascere due grandi campioni nazionali nel nostro sistema bancario.

Sempre Mucchetti proseguiva così: “Alessandro Profumo sostiene di aver ricevuto pressioni autorevoli per caricare Capitalia sulle spalle di Unicredit quando nella banca romana c’ era un amministratore delegato pronto a venderla a una banca estera. Nessuno indaga? Sul piano politico, s’ intende. Fazio è caduto in grave errore a fidarsi di Fiorani e di altri. Diranno i giudici se ha anche commesso reati. Ma la storia può anticipare che, ove fosse, si tratterebbe di pagliuzze al confronto delle travi che hanno ancora negli occhi la Federal Reserve e la Bank of England, viste le gesta dei loro «vigilati», quei bankers che tanti di noi in Italia prendevano a modello”.

Una volta, un banchiere che aveva conosciuto molto bene Antonio Fazio, senza mai essergli stato alleato, lo descriveva così: “Aveva capito molte cose, solo puntava sulle persone sbagliate. Aveva in realtà un problema di fondo: non si fidava del capitalismo, anzi era profondamente scettico nei confronti dell’economia di mercato”. Uno scetticismo che a quei tempi nessuno contemplava ma che poi, nella bufera della crisi, è tornato di gran moda. Ironia della sorte, il capo degli scettici, in Italia, è stato e resta Giulio Tremonti: il più grande nemico di Antonio Fazio. 

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