Tutta la Milano radical chic nella lista di Milly Moratti

Tutta la Milano radical chic nella lista di Milly Moratti

All’epoca – era il 2001 – correva come sindaco in una lista tutta sua. Il candidato ufficiale del centro-sinistra era Sandro Antoniazzi – contro quello che fu poi rieletto, Gabriele Albertini (ex Forza Italia) – e lei era un cognome comunque piuttosto conosciuto ai milanesi (il 62 per cento sapeva chi fosse, secondo un sondaggio di allora). Emilia Bossi in Moratti, detta Milly (moglie di Massimo Moratti, presidente dell’Inter e petroliere della Saras) oggi ci riprova, dopo tre mandati da consigliere comunale d’opposizione. Sessantacinque anni, laureata in fisica, presidente della Fondazione Emergency dal ’99 e della sua associazione “ChiamaMilano” (fondata col marito Massimo) sul cui sito si legge: «La nostra missione è contribuire in modo propositivo al miglioramento di Milano, favorendo nuove modalità di comunicazione tra le persone, ascoltando i bisogni e le idee dei cittadini milanesi e trasformando alcune di queste in progetti concreti e sostenibili, attraverso il supporto di competenze professionali specifiche e di una attività di lobbying per la loro affermazione e realizzazione».

Oggi corre da capolista nella lista dell’arancia. Altre amministrative, nuova partita da giocare, ma stesso simbolo e qualche ripescaggio tra i candidati di allora. L’agrume un po’ strizza l’occhio allo spirito ambientalista (che è l’origine politica di Milly) e un po’ – almeno nelle sue intenzioni – rimanda a Milano, divisa in tanti spicchi che ricordano le circoscrizioni della città. Il candidato sindaco per il pd, Giuliano Pisapia, non ha voluto un listone civico unico a lui collegato: scelta che ha provocato qualche mal di pancia in chi pensa che la strategia sia controproducente, perché disperde voti. Qualcuno, nel centrosinistra, parla chiaro: «Milly ci ha tenuto a una lista tutta sua per ribadire che quel cognome, associato alla cattiva amministrazione del sindaco uscente, rimanda anche a un’altra storia, a una famiglia che conta e ha relazioni a Milano: insomma a un altro nucleo rispetto a quello di Letizia Brichetto Arnaboldi, diventata Moratti per matrimonio».

Il progetto sarebbe, nell’intento, quello di una “amministrazione condivisa”, ovvero «la partecipazione attiva della cittadinanza». Ma chi c’è dentro la lista? A scorrerla, in realtà, si scopre il meglio dell’alta borghesia milanese. Molto poco “pop”, dunque. Qualcuno, interno al pd, aveva suggerito a Pisapia e ai suoi di spendere la campagna elettorale interamente nelle periferie, per strappare i voti al pdl o rastrellare quelli preziosi in bilico, degli indecisi, che avrebbero potuto spingere la campagna fino al ballottaggio. Pare che il suggerimento non sia stato accolto. Anzi. Proporre “biciclettate” come iniziative nei quartieri popolari, dove il maggior problema è lo spaccio o il racket degli alloggi, è parso un po’ troppo “radical chic”, e certo non vincente, in termini di voti. La lista dell’arancia è data, dagli stessi interni al pd, al due per cento, nella più ottimistica delle previsioni. Molti i nomi conosciuti. Gabriele Mazzotta, storico collezionista (sua la Fondazione d’arte Antonio Mazzotta) ed ex presidente dell’Accademia di Brera, corre insieme a Luca Mangoni, professione architetto, ma più noto alle cronache come performer del gruppo musicale Elio e le storie tese. La moglie del presidente Rcs Piergaetano Marchetti – Ada Gigli Marchetti, anche lei in lista – è docente universitaria (insegna storia contemporanea alla Statale di Milano, facoltà Scienze Politiche), e tiene il corso di storia di giornalismo all’Ifg di Milano, la scuola che forma i futuri cronisti.

L’ex parlamentare Elio Veltri, ex sindaco di Pavia nella lista socialista, fu buttato fuori dal partito da Craxi, per una polemica sulla questione morale. Stessa scena con Di Pietro: prima ne fonda il partito e poi ci litiga ed esce. Un passaggio alla Regione Lombardia nel 1985, come consigliere nella lista di democrazia proletaria, un libro col cronista giudiziario Gianni Barbacetto su Tangentopoli, un seggio alla Camera nel ’96 nelle file dell’Ulivo (ex Pds). Ancora, Jacopo Gardella, architetto (figlio di quel celebre Ignazio, esponente del razionalismo lombardo e autore del Pac, il padiglione d’arte contemporanea di Milano) corre con Massimiliano Gaspari, presidente del Circolo Arci Bellezza e col fondatore di Zelig, Saturno Bioschi. C’è anche “il meglio dello spettacolo”: Claudio Trotta, che portò Springsteen a San Siro, e Patrizia Wachter, che ha gestito il Teatro Ciak per vent’anni. I medici, gli architetti, i docenti universitari, i giornalisti, gli artisti, gli attori e i registi sono il grosso della lista più gauche caviar che si sia vista negli ultimi tempi.

Dentro c’è finito anche Michele Sacerdoti, uno dei quattro candidati silurati alle primarie. Sul sito della sua associazione “Democrazia e Libertà”, fondata nel ’96, Elio Veltri spiega che «la nostra è una lista tipica di società civile, di media  borghesia milanese delle professioni, dell’imprenditoria e del lavoro dipendente, con una caratteristica fondamentale: tutti i candidati fanno lavoro volontario in associazioni che hanno fondato o alle quali sono associati. Peraltro, sono associazioni che si occupano di problemi sociali, di cultura, di difesa del territorio e dell’ambiente, di scuola e formazione. La stessa associazione “Chiama Milano” fondata da Milly, è significativamente un “ Negozio Civico”, nel quale professionisti volontari forniscono consulenze gratuite ai cittadini che hanno problemi con la pubblica amministrazione e con i privati. Cittadini che per avere risposte convincenti ai loro quesiti dovrebbero rivolgersi ad avvocati e specialisti, che certo non lavorano gratis. Per questi motivi è possibile che la lista possa attrarre consensi dall’area del non voto e da quella del centro destra». Dunque, un deluso di centro-destra, o un indeciso, dovrebbe votarli per le consulenze? Vediamo ora il programma. Veltri prosegue: «Ma la lista ha anche un’altra qualità: pur sostenendo con convinzione Pisapia, dimostra una grande autonomia culturale e politica dagli stessi partiti del centro sinistra e si occupa con maggiore incisività di problemi che non sempre sono stati affrontati con la necessaria chiarezza. Mi riferisco alla politica urbanistica del comune e al Piano di Governo del territorio, alla lotta alla Ndrangheta, alla difesa dell’ambiente e del territorio». Nel Pd si vocifera che Milly non abbia propriamente brillato nelle sue performance di consigliere d’opposizione. Altri, maliziosamente, ricordano che le due Moratti – Milly e Letizia – dopo le baruffe in consiglio comunale, si incrocino nel comune palazzo di via Bigli, dove risiedono, nel centro di Milano, per tuffarsi nella città dei ricevimenti, delle cene e degli appuntamenti sociali formali. Dove il cognome acquisito da entrambe pesa allo stesso modo.

paola.bacchiddu@linkiesta.it