2 agosto 2011, l’America di Obama rischia la bancarotta

2 agosto 2011, l’America di Obama rischia la bancarotta

La data è stata fissata dal ministero del Tesoro americano: 2 agosto 2011. Quel giorno il debito degli Stati Uniti raggiungerà il tetto fissato per legge: 14,29 trilioni di dollari. Se nel frattempo non sarà stato siglato un accordo bipartisan per alzare questo limite, il Tesoro dichiarerà bancarotta. Il 15 agosto dovrà pagare 25 miliardi di interessi per oltre un trilione di dollari di obbligazioni che scadono. Se si dichiarerà insolvente, difficilmente gli Stati Uniti potranno conservare la tripla A nel rating delle grandi agenzie internazionali. La società Fitch ha già suonato la campanella di allarme.

Il ministro del Tesoro non ha scelta. La Costituzione americana dice che il Congresso ha il compito di fissare il limite massimo del debito che il governo può contrarre. Dalla fine degli anni Settanta a oggi questo limite è stato spostato quaranta volte verso l’alto e ogni ritocco è stato occasione di scontri molto duri. Ma oggi la polemica ha assunto i toni della guerra di religione. La Camera è saldamente in mano al partito repubblicano, e il movimento del Tea Party ha fatto della lotta alla spesa pubblica e al debito dello Stato la sua ragion d’essere.

Circolano idee radicali nella campagna dei candidati repubblicani per la nomination alle presidenziali 2012. Tim Pawlenty, ex governatore del Minnesota, nel corso del dibattito tra i sette candidati repubblicani che si è svolto lunedì scorso nel New Hampshire, ha avanzato le seguenti proposte: eliminare le tasse sul capital gain, sui dividendi finanziari e sulle proprietà immobiliari; abbattere le imposte sui profitti aziendali dal 35 al 15%; ridurre il sistema fiscale a due sole fasce, tassando per il 10% i redditi fino a 50 mila dollari, e per il 25% quelli al di sopra di tale cifra. Pawlenty propone anche di privatizzare una serie di servizi essenziali tra cui le Poste, le ferrovie e il Medicare (che garantisce l’assistenza sanitaria agli anziani).

Qualcuno gli ha fatto notare che, riducendo le entrate in modo così drastico, si aumenterebbe il deficit a oltre 5 trilioni di dollari. Pawlenty ha risposto che abbattendo le tasse e tagliando in modo sostanziale il peso dello stato sulla comunità si farebbe galoppare l’economia con tassi del 5% annuo, con straordinari benefici sia sull’occupazione sia sulle entrate fiscali. D’altra parte è proprio questo l’obiettivo della destra repubblicana: tagliare le imposte per asfissiare lentamente l’amministrazione pubblica.
Pawlenty, che gode di grande prestigio nella destra americana, ha battezzato “Better Beal” il suo progetto, in contrapposizione al New Deal di Roosevelt. Come dire che per rilanciare l’economia è necessario rovesciare la ricetta rooseveltiana: tagliare la spesa pubblica e ridurre al minimo l’invadenza dello stato.

Sono idee che hanno grande seguito nell’opinione pubblica, pur con diverse contraddizioni. La maggioranza nutre un’istintiva diffidenza nei confronti dello Stato, e 71 elettori su cento sono contrari a elevare il tetto del debito, anche se si tratta di una scelta ineludibile. Ma di fronte alla proposta di ridimensionare istituzioni fondamentali come il Medicare (assistenza sanitaria agli anziani), allora le cose cambiamo. Alcune settimane fa i repubblicani hanno perso le elezioni per il rinnovo di un seggio alla Camera in un collegio tradizionalmente conservatore dello Stato di New York: una sconfitta del tutto inaspettata dovuta proprio ai differenti punti di vista sul Medicare dei due candidati. Gli elettori considerano la spesa pubblica sinonimo di spreco, ma ognuno difende i propri interessi, specie gli anziani che sono sempre più numerosi.
Per Obama il problema del deficit è in cima alla lista delle priorità (assieme alla disoccupazione). La commissione fiscale bipartisan da lui creata ha stilato un piano a lungo termine che prevede di contenere la spesa pubblica sotto il 22% rispetto al Pil (a partire dal 2013), e di far scendere il debito sotto la soglia del 60% entro il 2023 (oggi siamo al 100%). Ma un accordo, con la Camera saldamente nelle mani dei repubblicani, è difficile.

La battaglia è ideologica e spacca il paese a metà. Per anni i democratici hanno accusato l’amministrazione Bush di avere fatto schizzare il debito alle stelle, prima con un colossale taglio alle tasse a favore dei più ricchi, poi con un enorme aumento alle spese militari dovuto a due guerre sempre più impopolari. Negli otto anni di Bush il debito del paese è quasi raddoppiato, da 5,7 a 10,7 trilioni di dollari. Ma da quando Obama è arrivato alla Casa Bianca le cose non sono andate meglio e negli ultimi tre anni il debito è ulteriormente salito da 10,7 a 14,2 trilioni, un livello giudicato insostenibile.

Certo, Obama ha dovuto rispondere alla crisi economica più grave degli ultimi sessant’anni, ha salvato le banche e l’industria dell’auto con colossali iniezioni di denaro pubblico, e ha dovuto combattere la recessione con investimenti pubblici straordinari. Ma alla fine il paese si trova con un debito record (solo negli anni della seconda guerra mondiale era più alto) e una disoccupazione sopra il 9%. E i repubblicani hanno buon gioco a dire che il presidente ha sbagliato tutto: meglio sarebbe stato lasciare che il mercato trovasse da solo gli anticorpi per rilanciare l’economia, anche rischiando qualche crac finanziario e il crollo delle industrie di Detroit.

Il dibattito sul ruolo dello Stato nell’economia va avanti da decenni quasi uguale a se stesso. Ma oggi lo scontro si svolge in un paese incattivito dalla violenza della crisi e dalla gravità della disoccupazione. La fiducia nel Congresso e nei partiti, secondo gli ultimi sondaggi di NBC e CBS, è scesa sotto il 20%, un record storico negativo. Con il debito e la disoccupazione che crescono il terreno per gli estremisti del Tea Party è sempre più fertile. 

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