Anche Putin si fa il suo fondo sovrano

Anche Putin si fa il suo fondo sovrano

L’America è indebitata, la Cina si lagna con gli States. Tra i due litiganti, la Russia cerca di approfittarne, lanciando un fondo sovrano con una potenza di fuoco da 10 miliardi di dollari, circa 7 miliardi di euro. Poco più della metà della dotazione finanziaria (pari a 13,7 miliardi di euro) della Cassa depositi e prestiti guidata da Giovanni Gorno Tempini, e poco meno di un settimo dei 70 miliardi di dollari Lybian investment authority, tanto per fare un confronto internazionale.

Il fondo si chiamerà Russian direct investment fund (Rdif) e sarà presentato ufficialmente, guarda caso, durante il Forum economico internazionale di San Pietroburgo, che andrà in scena questo weekend in contemporanea con l’appuntamento di Davos. La presentazione alla comunità finanziaria – secondo le stime della Reuters, un parterre da 2 triliardi di dollari tra rappresentanti di fondi sovrani, hedge fund e gestori di fondi di private equity – è avvenuta ieri alla presenza di Vladimir Putin. Il quale ha lanciato un messaggio forte e chiaro: investite in Russia e noi investiremo su di voi.

Un’operazione fortemente voluta dal Cremlino, da un lato per rilanciare l’immagine di un Paese dove l’arresto e la spartizione dell’impero dell’ex magnate del gas e rivale di Gazprom, Mikhail Khodorkovsky, brucia ancora. Dall’altro per provare a diversificare l’economia di Mosca, troppo dipendente dai ricchi dividendi derivanti dalla vendita di petrolio e gas naturale, che pesano per oltre due terzi delle esportazioni e per più della metà nell’attivo del budget federale. Una situazione ottimale quando i prezzi delle due commodities salgono al ritmo dell’8% l’anno, ma non quando le rivoluzioni mediorientali prima, la somalizzazione della Libia poi e il mancato accordo sull’output all’ultimo meeting dell’Opec a Vienna, la scorsa settimana, generano incertezza sui mercati. Mosca, inoltre, vuole cercare di mantenere all’interno dei propri confini la ricchezza degli oligarchi, per impedire un deflusso netto di capitali che nel primo trimestre 2011 ha toccato quota 20 miliardi di dollari. 

Il Rdif si comporterà come un fondo di private equity a tutti gli effetti, investendo in progetti a lungo termine – 7-10 anni – cifre che vanno da 50 a 500 milioni di dollari. L’obiettivo è dare una spinta a settori in grado di generare occupazione nella “classe media”, quindi sanità, telecomunicazioni e infrastrutture. Le partecipazioni saranno di minoranza, e prevederanno sempre un investimento congiunto con capitali stranieri. Un gioco vincente per tutti: i fondi sovrani e i veicoli d’investimento internazionali, come l’emiratino Mubadala o la Qatar investment authority, stanno cercando di diversificare il rischio fuggendo dal debito che attanaglia entrambe le sponde dell’Atlantico, mentre la Russia vuole invertire la rotta che la vede ultima tra gli emergenti nella lista dei desideri degli investitori istituzionali. 

Dietro al fondo sovrano, annunciato in via informale da Medvedev in persona a Davos lo scorso gennaio, vi sarebbero motivazioni politiche. Il prossimo anno, infatti, il Paese si recherà alle urne per decidere il futuro presidente, e l’obiettivo è evitare che le tensioni interne tra i due numeri uno della Federazione possano minare l’attrattività di Mosca. 

Resta il fatto che, se confrontata con i soli dividendi generati nel 2010 dal colosso Gazprom, che nel 2009 ha distribuito 1,1 miliardo di dollari (l’assemblea per approvare i conti 2010 è fissata a fine mese), e gli 1,4 miliardi di Lukoil (sempre 2009) la dotazione iniziale di 10 miliardi di dollari non è astronomica. Secondo quanto ha appreso la Reuters, da qui al 2016 il veicolo d’investimento potrebbe attrarre 50 miliardi di dollari. Oggi, gli investimenti in Russia pesano soltanto per il 20% del Pil, meno della metà della Cina.  

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