Bene Draghi ma a Bruxelles amiamo farci male da soli

Bene Draghi ma a Bruxelles amiamo farci male da soli

BRUXELLES – C’è voluta la nomina di Mario Draghi per vedere – dopo due anni – una conferenza stampa in piena regola di Silvio Berlusconi a un summit Ue a Bruxelles. Il tempo di rivendicare per il governo il merito del prestigioso incaricato ai vertici della Bce. Su questi meriti c’è molto da discutere, anche perché l’Italia nell’Ue si vede, e si sente, pochissimo.

Lo si percepisce già a livello di comunicazione stampa con i corrispondenti a Bruxelles. Mentre, alla fine dei consigli Ue di settore, i colleghi stranieri (dai lituani ai tedeschi) affluiscono nelle rispettive sale stampa per ascoltare i propri ministri, il più delle volte gli italiani sono costretti ad accalcarsi all’uscita nella speranza di qualche briciola di passaggio. Bisogna sforzarsi molto per ricordarsi una conferenza stampa degna di questo nome da parte di Roberto Maroni, nelle non frequentissime presenze a Bruxelles. E ora anche Giulio Tremonti, che pure soleva concedere ai cronisti il lusso di poterlo ascoltare con calma e seduti, ha cominciato a copiarlo. Neppure dopo l’Eurogruppo-Ecofin del 16-17 maggio, in cui fu ufficializzata la candidatura di Draghi, il ministro ebbe tempo per incontrare i giornalisti.

Del resto, i ministri latitanti a Bruxelles non sono pochi: a parte lo stesso Tremonti, quasi sempre presente a Bruxelles, e il collega agli Esteri Franco Frattini (l’unico a tenere regolari conferenze stampe), gli altri si vedono poco. Maroni a fase alterne – regolate dai flussi di tunisini e dalle relative richieste di “solidarietà” all’Europa – Alfano raramente. E l’ultima volta che è stata avvistata a un Consiglio Ue il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo risale al 13 marzo, il collega alle Infrastrutture Altero Mattioli al 31 marzo.

Questa scarsa presenza a Bruxelles si fa sentire. Lo si è visto, da ultimo, con la Tav. L’Ue aveva stanziato per la Torino Lione 671,8 milioni di euro, ma adesso questi soldi rischiano di sparire. Bruxelles aveva chiesto a Italia e Francia di sanare il loro dissidio sulla ripartizione dei costi, e di avviare i lavori esplorativi del Tunnel della Maddalena entro il 30 giugno, il commissario ai Trasporti Siim Kallas ha avvertito l’Italia in una lettera. Peccato che il ministro Matteoli, irritato con il commissario, abbia disertato l’ultimo consiglio di settore, mandando a Lussemburgo, lo scorso 16 giugno, praticamente l’ultimo appuntamento utile, il suo vice Roberto Castelli, peraltro snobbato dal titolare francese dei Trasporti Theirry Mariani che voleva invece Mattioli. Volendo, potremmo aggiungere le frequenti missioni di Luca Zaia da ministro dell’Agricoltura per difendere gli allevatori padani dalle quote latte, dimenticandosi però delle arance siciliane, colpite dalla riduzione dei dazi, nel 2009, sugli agrumi egiziani.

La cosa riguarda anche gli europarlamentari. Che riproducono fedelmente in sede europea le liti romane, dimenticandosi che ogni tanto almeno in Europa occorrerebbe fare – com’è invece il caso di spagnoli, francesi, tedeschi, britannici – sistema paese per gli interessi comuni. Esempio eurovignetta. Il principio di per sé è sacrosanto, chi inquina di più paga di più, per cui si introduce una sovrattassa in media di 3-4 centesimi a chilometro per i tir. Problema per l’Italia: i valichi di montagna – per volontà anzitutto degli austriaci, che hanno fatto squadra eccome – hanno una forte maggiorazione, che porta l’extra a ben 70-80 centesimi a chilometri. Almeno un terzo del trasporto italiano passa per il Brennero. Risultato: gli esportatori italiani verso il nord Europa saranno penalizzati. Non basta, dalla direttiva approvata è sparito l’impegno, inizialmente previsto dalla Commissione, a destinare il gettito dell’eurovignetta allo sviluppo di infrastrutture, di cui, ad esempio, potrebbe avvalersi il nostro sud. Soprattutto, il centro-sinistra, preoccupato solo di rifilare una sberla al governo, ha votato per l’eurovignetta senza porsi il problema dell’impatto sulle esportazioni italiane.

Altre volte ministri ed europarlamentari italiani “dormono”. Ad esempio con l’accordo di libero scambio Ue-Corea del Sud, che entra in vigore dal primo luglio. La riduzione dei dazi su vari prodotti, tra cui le auto, favorirà Seul e sfavorirà i paesi produttori di auto, come l’Italia, e soprattutto di utilitarie, come la Fiat. Per tutti i negoziati gli italiani non si sono curati della vicenda. Quando se ne sono “accorti”, era troppo tardi. Infine, piccola perla sul fronte della politica estera dell’Ue: italiani sono una quindicina di ambasciatori europei nel mondo, ma l’unico paese degno di nota è l’Arabia Saudita. Per il resto si tratta di paesi africani, dal Sudan all’Eritrea, dal Mali alla Liberia, a cui si aggiungono altri come Jamaica, Yemen o Albania. Il piccolo Portogallo si è preso nientemeno che gli Usa, il Brasile, e il Venezuela, l’altrettanto piccola Austria il Giappone e i Territori palestinesi, l’Irlanda l’Australia, la Svezia il Pakistan, alla Spagna sono toccate la Russia, l’Argentina e l’Onu. Per non parlare dei ‘grandi’: tedesco è l’ambasciatore Ue in Cina, francesi i capimissione in India e Turchia, britannico quello in Israele… 

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