Chi è Xi Jinping, il futuro leader cinese di cui non si sa più nulla

Chi è Xi Jinping, il futuro leader cinese di cui non si sa più nulla

Secondo lo zodiaco cinese, coloro che nascono nell’anno del Serpente sono prudenti, astuti e calmi, ma anche solitari, schivi e distaccati. Leader a sangue freddo, che agiscono in silenzio. Con Xi Jinping, nato appunto nel giugno 1953, gli astrologi potrebbero aver azzeccato l’oroscopo, una volta tanto. Attuale vicepresidente della Repubblica popolare cinese (Prc), Xi è destinato a diventare uno degli uomini più importanti del pianeta. Nel 2012 verrà quasi sicuramente eletto segretario del Partito comunista cinese, e nel 2013 succederà al presidente Hu Jintao (che, in base all’ultima classifica Forbes, sarebbe persino più potente di Barack Obama).

I giudizi positivi su Xi si sprecano. Per l’ex segretario al Tesoro Usa (e appassionato di football) Henry Paulson, Xi «è il genere di persona che sa come far arrivare la palla alla linea di meta.» L’ultraottuagenario Lee Kuan Yew, ex primo ministro di Singapore e oggi suo “ministro mentore”, ha descritto Xi come «una persona con un’enorme stabilità emotiva, che non permette alle disgrazie o alle sofferenze personali di alterare il suo giudizio». 

Senza dubbio il grande vecchio della politica asiatica ha esagerato (e parecchio) quando ha paragonato il cinquantottenne Xi a statisti del calibro di Nelson Mandela. Tuttavia la parabola del leader cinese è interessante, soprattutto perchè si intreccia alle gigantesche trasformazioni sociali ed economiche del suo Paese.
Xi è “figlio d’arte”. Suo padre Zhongxun, nativo dello Shaanxi, negli anni Trenta è stato un capo della guerriglia comunista. Legato alla cricca di Mao, ma soprattutto amico di Deng Xiaoping, negli anni Cinquanta Zhongxun fa una fulminea carriera all’interno del partito, arrivando a ricoprire, tra il 1959 e il 1962, l’incarico di vice primo ministro.

Secondo un cablo americano divulgato da WikiLeaks, il piccolo Xi trascorre gli anni della sua infanzia a Pechino, insieme ai rampolli di altri pesi massimi del Pcc. Allevato per diventare, in futuro, un degno membro della «élite di governo della Cina», Xi cresce in una «mini-società di classe» dove tutto, dall’asilo-nido frequentato all’auto guidata, è basato sul rango della famiglia nella gerarchia del partito. Non a caso oggi, in Cina, uomini come lui (o Bo Xilai, boss del Pcc nella megalopoli di Chongqing, e figlio del defunto leader di partito Bo Yibo) sono chiamati “principini”: termine sarcastico che li distingue dai “figli dei negozianti”, ossia gli alti papaveri di umili origini, per esempio il presidente Hu Jintao.

Nel 1963 l’idillio della famiglia Xi (se d’idillio si può parlare) ha una brusca fine. Xi Zhongxun cade in disgrazia, quindi finisce in prigione per volere di Mao. Il giovane Xi deve interrompere gli studi, e nel 1969, appena sedicenne, viene spedito nelle fredde campagne dello Shaanxi, tra contadini poverissimi e analfabeti. La sua nuova casa è Liangjiahe: un remoto, polveroso villaggio dove le abitazioni sono antri bui ricavati scavando nei fianchi delle colline giallastre.

Per Xi, come per innumerevoli suoi coetanei investiti dalla folle furia della Rivoluzione culturale, è un vero trauma. Decenni dopo, in una rara intervista a una rivista cinese, confesserà: «Ho inghiottito molto più amaro di tanta gente». Resiste però. I contadini, che sanno di chi è figlio, prendono a benvolere quel ragazzo timido ma istruito, inetto ai lavori agricoli, che parla con uno strano accento di Pechino.  È in quei sette, durissimi anni che Xi inizia a crearsi lo stile che oggi lo contraddistingue, e grazie al quale è riuscito a conquistare il cuore della gente comune: umiltà, pacatezza, prudenza, pragmatismo, bonomia campagnola. Volare basso e lavorare sodo, come gli stoici contadini dello Shaanxi; tenendo sempre a mente l’obiettivo finale, l’unico capace di dargli forza in un simile frangente: riabilitare il buon nome degli Xi, e conquistare quella posizione di leadership politica che sente di meritare in virtù del retaggio familiare e della formazione ricevuta.

Come ha evidenziato il New York Times, il povero villaggio di Liangjiahe è la vera culla del “mito” agiografico di Xi: il “principino” decaduto che, consumandosi di giorno sui campi e di notte sui libri, mangiando pappa di granoturco a pranzo e a cena, si riscatta, e comprende come non ci si debba «innalzare sopra le masse, né considerarle il nostro pesce e la nostra carne». L’asprezza della vita agreste non tempra solo il carattere di Xi, ma anche il corpo. Si irrobustisce, gioca alla lotta con i figli dei contadini. Diventa quello spilungone alto più di un metro e ottanta che, molti anni dopo, stupirà i visitatori occidentali, abituati a trattare con funzionari esili e occhialuti.
Come dice il proverbio, nessun banchetto è eterno sotto il cielo. I tempi cambiano, la Rivoluzione culturale si spegne. Per la famiglia Xi è la fine di un incubo, e l’inizio di una nuova ascesa.

Nel 1974, al nono o decimo tentativo, l’ambizioso Xi è ammesso al Pcc, diventando quasi subito segretario del partito a Liangjiahe. Riesce anche a entrare alla rinomata Qinghua, l’università delle élite (Hu Jintao, per esempio, ha conseguito lì il suo diploma in ingegneria idraulica).
Secondo il già citato cablo americano, è in quel periodo che Xi capisce che se vuole davvero fare politica, e sopravvivere alle purghe future, ha un’unica scelta: diventare «più rosso del rosso». E lo diventa, con una prontezza che sconvolge i suoi amici tornati dalle campagne. Militante entusiasta, infaticabile lettore di Marx, si arruola nell’Esercito di Liberazione Popolare. Allaccia rapporti con uomini come Wang Daohan (che nei primi anni Ottanta sarà sindaco di Shanghai), e con un suo protetto destinato a fare strada: Jiang Zemin, futuro presidente della Repubblica popolare.

Nel 1976 Mao muore, il modernizzatore Deng Xiaoping prende infine il potere. Per il padre di Xi, Zhongxun, vecchio amico di Deng e sincero riformista, la riabilitazione si trasforma in una riscossa. Nominato segretario del Pcc nella provincia meridionale del Guangdong, Zhongxun svolge un ruolo chiave nella realizzazione della prima Zona Economica Speciale: nel giro di pochi anni Bao’an, misera contea di pescatori a pochi chilometri da Hong Kong, si trasforma in Shenzhen, dinamica metropoli industriale consacrata al capitalismo. Oltre a laurearsi nel 1979, l’ufficiale Xi fa una rapida carriera nei ranghi della burocrazia militare (probabilmente grazie al sostegno del generale Geng Biao, veterano amico del padre). Non ha ancora compiuto trent’anni, ma dimostra già fiuto politico. Si rende conto che un’aspirante guida suprema non può dissipare troppo tempo negli “ozi di Pechino”, e soprattutto non può perdere il contatto con le masse contadine, specie in una nazione ancora rurale come la Cina: il «sentiero per il potere centrale» continua a passare per la periferia rurale, proprio come ai tempi di Mao.

E così si fa spedire nelle campagne dell’Hebei, provincia povera che però ha il vantaggio di essere vicina a Pechino. Anche lì, come a Liangjiahe, dà prova di tenacia, furbizia e intraprendenza. E amore per i film: quando la contea è scelta come scenario per una versione televisiva del romanzo di epoca Qing “Il sogno della camera rossa”, Xi appoggia con entusiasmo il progetto, vedendovi un modo per promuovere il turismo nella zona. Dopo le riprese riesce a trasformare il set in un parco a tema, questa volta ispirato al classico Ming “Viaggio in Occidente”. L’iniziativa ha un tale successo commerciale che Xi si guadagna, tra gli abitanti della contea di Zhengding, il nomignolo di “dio della ricchezza”.
Risale alla prima metà degli anni Ottanta il suo primo matrimonio: con la bella e colta Ke Xiaoming, figlia dell’influente ex ambasciatore cinese nel Regno Unito. L’unione, però, non ha molta fortuna, e la Ke se torna in Inghilterra.

È proprio in quel periodo, contraddistinto da un forte stress professionale e familiare, che Xi impara a guardare con occhi nuovi qualcosa che i suoi compagni di partito hanno sempre condannato, almeno a parole: la religione. Per la precisione il buddhismo.
Nella quiete bucolica di Zhengding, culla di molte scuole zen nonché sede di famose pagode e di un venerando monastero, Xi inizia a pensare che forse il mondo non è solo materia. Si appassiona all’antica pratica meditativa del qigong, propedeutica alle amate arti marziali. Mostra interesse per i segreti del Monte Wutai, nello Shanxi, una delle quattro montagne sacre della tradizione buddhista cinese.

Non che la vena mistica (comune forse anche al padre, Zhongxun) sia d’ostacolo ai suoi scopo. Dopo l’Hebei c’è il Fujian. Si tratta di una provincia costiera, confinante con quel Guangdong laboratorio della “politica della porta aperta” di Deng.  In Fujian Xi ricopre vari incarichi, a partire da quello di vicesindaco di Xiamen, Zona Economica Speciale al pari di Shenzhen. Convinto che le riforme economiche siano l’unico modo per far uscire la Cina dalla povertà, Xi sostiene energicamente il nascente settore privato. Inoltre si preoccupa di intessere proficui rapporti commerciali e finanziari con l’altra Cina, quella ricca e filo-americana che si trova oltre il mare: Taiwan.  Da amministratore-manager qual è, si rende conto che il decollo industriale del Fujian richiede cospicui investimenti stranieri. E siccome gli orrori della Rivoluzione culturale lo hanno reso pragmatico e ostile a ogni fanatismo ideologico, accoglie a braccia aperte i capitali provenienti dall’isola ribelle (e da Hong Kong, allora colonia britannica). Pecunia non olet.

Nel 1987 Xi si risposa. La nuova moglie è una famosa bellezza, la cantante nazionalpopolare Peng Liyuan, futura generalessa del Corpo di canto e ballo dell’esercito. I due si sono incontrati per la prima volta nel 1986, a un appuntamento al buio organizzato da un amico di Xi.
È una celebrazione sobria, sbrigativa, senza fronzoli né luna di miele. Insomma, in stile Xi. Pochi giorni dopo le nozze la Peng deve volare a Pechino, quindi in Nord America per un tour. Nel corso degli anni i due coniugi, oberati di impegni, trascorreranno insieme ben poco tempo.
Per uno Xi che sale, ce n’è uno che scende. Nella seconda metà degli anni Ottanta gli sponsor di Xi Zhongxun (su tutti il segretario del Pcc Hu Yaobang) cadono in disgrazia per l’eccessivo riformismo politico; lo stesso Zhongxun viene marginalizzato, specialmente dopo essersi opposto all’uso della forza contro i manifestanti di Piazza Tian’anmen.
Tutto ciò però non intralcia la scalata del figlio al cielo. Soprannominato “Signor Pulito”, Xi ha fama di dirigente efficiente ed onesto, un po’ noioso, per nulla interessato al denaro (lo stesso non si può dire di un paio di funzionari che lui promuove nella prima metà degli anni Novanta). Le sue parole d’ordine sono «Fallo ora !», la sua dedizione al lavoro incondizionata: nel 1992 non assiste neanche alla nascita di sua figlia Mingze, perché un tifone ha investito il Fujian e bisogna organizzare i soccorsi.

Certo, il fatto che sia un “principino” assai ammanicato suscita malumori all’interno del partito, soprattutto tra i quadri medi. Tuttavia Xi è troppo abile, e vanta troppi agganci, per essere azzoppato politicamente.
Nel 1999 esplode in Fujian lo scandalo Yuanhua, forse il maggior caso di corruzione della storia della Rpc. Pechino, preoccupata dell’ondata di sdegno popolare, nomina il “Signor Pulito” governatore della provincia.
Xi gestisce con destrezza gli effetti dello scandalo. Inoltre approfitta della sua posizione per approfondire il dossier Taiwan, dando prova di una certa flessibilità e apertura mentale. Nonostante i mille impegni, riesce a trovare sempre un po’ di tempo per i libri. Dopo gli studi giovanili in marxismo e ingegneria chimica ottiene, nel 2002, un dottorato in diritto presso l’alma mater Qinghua, dove entra in contatto con il pensiero di eminenti docenti riformisti come Li Qiang.

L’operato di Xi nel Fujian è molto apprezzato in alto loco, soprattutto dalla cosiddetta “cricca di Shanghai” (lo spregiudicato gruppo di potere coagulatosi intorno all’allora presidente Jiang). Ottiene la segreteria del PCC nel collinoso Zhejiang: una provincia costiera da oltre quarantacinque milioni di abitanti, ben più florida del Fujian, e per giunta confinante con la municipalità di Shanghai, il sancta sanctorum di Jiang.
Ancora una volta il “principino” dimostra di essere un devoto servitore del partito. In soli nove mesi visita 69 delle novanta contee in cui è suddivisa la provincia. Consente, a livello locale, alcune caute “sperimentazioni” democratiche. E sotto il poco ingannevole pseudonimo di Zhe Xin inizia perfino a scrivere, come editorialista part-time, per il Quotidiano dello Zhejiang.

La provincia è in pieno boom, boom che lui alimenta in ogni modo: per esempio non lesinando sussidi statali a un promettente gruppo automobilistico locale, la Geely (che appena qualche anno dopo acquisterà la Volvo dall’indebitatissima Ford). Deciso a trasformare la “provincia modello” Zhejiang in un grande spot per il partito (e per se stesso), Xi convoca autorevoli studiosi da Pechino perché scrivano un testo in sei volumi su “L’esperienza dello Zhejiang e le sue implicazioni per lo sviluppo della Cina”. È un’astuta mossa propagandistica, degna celebrazione di una politica industriale accorta, che punta su secondario avanzato e terziario. Grazie ai buoni uffici di un fido sodale di Jiang, il “principino” Zeng Qinghong, nel 2007 Xi diventa segretario del partito a Shanghai, capitale economica della nuova Cina (non a caso è gemellata con Milano). 

Nella megalopoli dilaga la corruzione, e il “Signor Pulito” va a sostituire Chen Liangyu,ex segretario del Pcc incarcerato per tangenti. Oltre a ristabilire una parvenza d’ordine, Xi cerca di correggere gli squilibri dell’economia locale, surriscaldata. L’obiettivo finale, Pechino, si profila ormai all’orizzonte. Sempre nel 2007, probabilmente dopo l’intervento (per nulla disinteressato) di Jiang, Xi lascia Shanghai ed entra nel comitato permanente dell’ufficio politico del comitato centrale del Pcc: il massimo consesso politico cinese. Diventa anche capo della Scuola Centrale del Partito, un incarico che gli fa conoscere molti funzionari locali in ascesa.

L’anno dopo, per Xi, arriva la prova del fuoco: le Olimpiadi di Pechino.  Nell’organizzazione del gigantesco evento solo Hu Jintao, guida suprema dal 2003, ha più voce in capitolo di lui. Il “principino” si dimostra all’altezza dell’incarico, mostrando di possedere la stoffa del leader nazionale. Ottiene la vicepresidenza della Repubblica; due anni dopo anche quella della potente Commissione Militare Centrale del Pcc.
È in questo periodo che iniziano le sue missioni all’estero: un espediente per farlo familiarizzare con gli altri leader del pianeta, innalzare il suo profilo internazionale e allo stesso tempo saggiare le sue abilità diplomatiche. Xi si reca nelle due Coree, in Medio Oriente, America latina, Australia, Africa, Europa, Russia ecc…

Persuaso che talvolta «battere i pugni sul tavolo sia meglio che non farlo», nel 2009, a Città del Messico, tuona: «Ci sono alcuni stranieri con le pance piene e nulla di meglio da fare che puntano il dito contro il nostro Paese. Ma la Cina non esporta rivoluzioni. Non esporta fame o povertà. Non vi provoca grattacapi. Che altro volete ?»A dispetto di simili dichiarazioni (senza dubbio concordate con i vertici del partito), Xi è un leader blandamente cosmopolita. Sa trattare con gli stranieri, soprattutto quando sono investitori con le tasche gonfie di soldi. Sua sorella An’an vive in Canada, suo fratello Yuanping ha trascorso molto tempo a Hong Kong, sua figlia Mingze è iscritta a Harvard, suo cognato risiederebbe a Taiwan.

Lo stesso Xi ha visitato Washington per la prima volta negli anni Ottanta, e anche se non sembra essere granché impressionato dalla “giovane” civiltà americana, ne apprezza alcuni prodotti culturali, come i film “Salvate il soldato Ryan” e “The Departed” (una vecchia predilezione, quella per le pellicole eroiche: quando era segretario del Pcc nella prefettura di Ningde, in Fujian, amava vedere vecchi film di guerra assieme ai soldati). Il cosmopolitismo è tra i motivi che hanno spinto i vertici del partito a scegliere Xi come (quasi) certo erede di Hu. La “cricca di Shanghai”, una delle fazioni in cui si articola, all’interno del Pcc, la cosiddetta “coalizione elitista”, vede in lui un campione della libera impresa. Anche la fazione dei dirigenti urbani apprezza Xi, e il suo lavoro in metropoli quali Xiamen, Hangzhou o Shanghai. La potente “fazione dei principini” (che include nomi pesanti come Bo Xilai) lo sostiene a sua volta, non tanto per affinità politiche ma perché in questo modo legittima se stessa.

Xi gode pure dell’appoggio, sebbene più tiepido, dell’altro schieramento interno al Pcc, quello “populista”. Nel corso della sua carriera Hu Jintao, indiscusso capo della “fazione dei tuan pai” (gli ex membri della Lega giovanile comunista), è stato molto aiutato da Hu Yaobang e dal padre di Xi, Zhongxun. Inoltre, come Xi, Hu ha trascorso un lungo periodo nelle zone più povere del Paese, e ha studiato all’università Qinghua. Anche la fazione rurale ammira Xi per il lungo servizio nelle campagne, e l’alleanza informale venutasi a creare tra lui e Bo Xilai, l’iperattivo boss di Chongqing, li ha persuasi che Xi continuerà a puntare, come il suo predecessore Hu, sullo sviluppo delle province interne.

Il “principino” può poi contare, in virtù del suo passato da ufficiale (e degli agganci della moglie), anche sul caloroso sostegno delle forze armate. Né bisogna dimenticare l’affetto delle masse, che stravedono per la coppia. In realtà gli Xi evitano la pubblicità, e si propongono come una famiglia normalissima. La Peng ha perfino dichiarato che «quando [Xi] torna a casa, non penso mai di avere in casa un qualche leader. Ai miei occhi, è solo mio marito». Tuttavia è da notare che dopo il tragico terremoto del Sichuan nel 2008, la giovanissima Xi Mingze ha partecipato ai soccorsi come volontaria, e la Peng ha cantato per i sopravvissuti: mosse che non sono sfuggite ai media di regime.
I comuni cittadini percepiscono Xi come un leader diverso: competente e autorevole, ma anche cordiale e alla mano, perfino spiritoso. Più simile all’amatissimo primo ministro Wen Jiabao che al greve presidente Hu Jintao. Chi si può immaginare quest’ultimo, anziano e malato di diabete, farsi immortalare mentre calcia un pallone come ha fatto Xi due o tre anni fa ?

A dispetto delle sue origini “aristocratiche”, Xi ha modi terra terra. Tutti sanno, per esempio, che odia gli abiti firmati e altri status symbol. Quando era dirigente in Fujian non solo mangiava alla mensa degli impiegati, e si lavava i vestiti da solo, ma anziché l’auto blu prendeva il bus. In tempi di impetuose trasformazioni sociali ed economiche, con la corruzione che imperversa e il malcontento che cresce, il partito non può ignorare i sentimenti popolari. L’immagine conta, anche nella RPC.
Xi è un candidato di compromesso, che soddisfa tutte le fazioni senza decretare il trionfo di nessuna. Ha lavorato in campagna e in città, al nord come al sud, nei villaggi e nelle megalopoli. Ha saldi legami con le forze armate però è un civile. Vanta eccellenti credenziali pro-business ma non ha mai cercato di arricchirsi. Ha fatto studi marxisti tuttavia è ostile a ogni ideologismo. È pacato, cauto, e soprattutto deferente verso gli anziani del partito. Insomma, il leader ideale per conciliare le diverse anime di un Pcc potente ma non più onnipotente, che agisce ormai per consenso collettivo.

D’altra parte perfino gli intellettuali più progressisti ripongono qualche tenue speranza in lui. Sanno che è sua abitudine visitare la casa di Hu Yaobang, in segno di rispetto verso il defunto leader. Conoscono le sofferenze che ha patito durante la Rivoluzione culturale, e ricordano che nel 2005 la famiglia Xi ha inviato una corona di fiori al funerale del riformista Zhao Ziyang, il segretario del Pcc purgato dopo la repressione di piazza Tian’anmen.

Eppure non bisogna idealizzare Xi. È un leader ambizioso, molto ambizioso (anche se ama schernirsi: quando, nel 2002, un giornalista gli ha chiesto se sarebbe diventato il successore di Hu, ha replicato: «Sta cercando di spaventarmi ?»). Astuto, elusivo, calcolatore, non mostra mai le sue carte. Crede nella grandezza della Cina, e nella missione del Pcc. Pochi mesi fa, per esempio, ha dichiarato che la quasi secolare storia del partito rappresenta «un libro di testo vivo e vitale», da studiare nelle scuole. «Nei passati 89 anni il Pcc ha contribuito grandemente all’indipendenza e all’unificazione nazionali, e al benessere del popolo.»
Conosce l’Occidente e i suoi valori, ma questo non lo renderà certo più accomodante di Hu, ad esempio in fatto di diritti umani. O meno cedevole con l’alleato nordcoreano (anzi: nel 2009 Xi ha chiarito all’ex presidente sudcoreano Kim Dae-Jung, oggi defunto, che la Cina «non ha altra scelta che quella di sostenere la Corea del Nord, perché con essa ha un confine in comune»).

Grandissimo fautore della libera impresa, Xi considera la crescita economica non meno importante della tanto decantata stabilità. Tuttavia è ostile al “consumismo edonista” di matrice occidentale diffuso tra le classi agiate, e potrebbe cercare di conservare il favore della popolazione più povera (e della burocrazia rossa) lanciando crociate di moralizzazione ad hoc. Molto sicuro di sé, è un uomo che odia accontentarsi. Smania di passare alla storia. Il suo motto è «Sii orgoglioso, non compiaciuto. Motivato, non pomposo. Pragmatico, non eccentrico». Attenendosi a questa linea di condotta è quasi arrivato al traguardo che si prefiggeva sin da quando, adolescente, zappava la terra nello Shaanxi. Se non commetterà passi falsi (e ciò è molto improbabile) diventerà la guida suprema della seconda potenza economica del pianeta. Quale uso saprà fare del potere, questo rimane da vedersi. 

Per chi fosse interessato, segnaliamo il libro di Sandro Sideri, già professore ordinario di economia internazionale all’Institute of Social Studies de L’Aja, intitolato «La Cina e gli altri Nuovi equilibri della geopolitica» reso disponibile gratuitamente dall’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi). Per leggerlo clicca qui