Fmi, senza Cina e Brasile la candidata Ue non vince

Fmi, senza Cina e Brasile la candidata Ue non vince

Le candidature alla direzione del Fondo monetario internazionale (Fmi) si moltiplicano dopo la candidatura del ministro delle Finanze francese Christine Lagarde. Il tempo stringe perché le proposte devono pervenire entro il 10 giugno, la decisione, salvo ripensamenti, entro il 30. Nel tempio degli economisti più rinomati al mondo, già si distinguono i candidati minori: l’indiano Montek Singh Ahluwlia, il turco Kemal Dervis e il kazako Grigori Marcenko (quest’ultimo proposto dalla Russia).

A parte la Lagarde, al top della lista di candidati alla guida di un’istituzione storicamente appannaggio dell’Ue (vedi l’organizzazione del Fondo) ci sono il messicano Agustin Carstens, il cinese Zhu Min e Mohamed El Erian, amministratore delegato di Pimco. In un momento estremamente delicato delle relazioni tra Fmi e Unione europea per il salvataggio greco e le altre poste aperte nei Paesi periferici europei, irrompe la Cina. Il governo di Pechino ha scelto, come sempre, il ruolo di mediatore, non confermando l’appoggio a Lagarde prima e riproponendo l’appoggio all’Europa sia sulle aste governative sia negli accordi commerciali.

Se si volesse guardare a quei 20 milioni di tonnellate di container scambiati tra Ue e Cina, non molto lontani dai 18 milioni tra Far East e Usa, i motivi perché la Cina possa assumere un ruolo ben più evidente ci sono tutti. Da tempo i Paesi Bric (Brasile, Russia, India Cina) e il Sudafrica rivendicano elezioni fuori dalle vecchie consuetudini. E chiedono che si prenda in considerazione non solo il peso del 20% circa del Pil mondiale che rappresentano, ma anche la necessità di riconoscere finalmente un ruolo portante a chi sta trascinando la crescita mondiale con una media di incrementi del Pil medio del 6%, il triplo dei Paesi G7.

Fin dallo scorso ottobre al meeting annuale Fmi di Washington chiedono a gran voce di contare di più nelle istituzioni di Bretton Woods. Germania, Francia e Inghilterra pesano più della Cina, il Belgio (sì, il Belgio) ha più voti del Brasile (v. i poteri di voto). La votazione sulla riforma tanto attesa delle quote, in gestazione da due anni, è stata rimandata a data da destinarsi. I Paesi emergenti pesano il 39,5% (il 47,5% nella Banca Mondiale) e l’Europa il 32% (in linea con un Pil pari al 30% del Pil mondiale, secondo Lagarde), mentre gli Usa il 16,5 per cento.

Intanto l’Africa chiede un seggio in più al Board. Tutta l’area subsahariana, formata da 43 Paesi, ha attualmente solo due seggi. Le richieste dei mercati emergenti sono solide e basate anche sul fatto di aver pagato cara la crisi 2007-2009, che in alcuni casi ha costretto alcuni a tornare agli aiuti del Fmi. Ora, i flussi di capitale son tornati copiosi proprio dove le capacità di crescita economica, e quindi di miglioramento del reddito pro capite, sono più promettenti.

Il mix di capitali da investimento a medio e lungo termine e capitali di portafoglio equity a breve dimostrano l’accresciuto potere commerciale e finanziario di questi Paesi. L’accordo approvato dal board del Fmi approvato lo scorso novembre prevede che il 6% dei diritti di voto venga trasferito dalle economie industriali a quelle dinamiche. Ciò porterà a una maggiore affermazione della Cina, al terzo posto in termini di diritti di voto, alle spalle di Stati Uniti e Giappone, e all’ascesa di India e Brasile nella top ten dei Paesi con maggiore voce. Della top ten faranno quindi parte gli Usa, il Giappone, quattro economie europee (Germania, Francia, Regno Unito, Italia) e i Bric.

Nella riforma, la cui discussione era iniziata nel 2008, vi è la soppressione del G5, ovvero dei Paesi che hanno diritto per statuto a un posto nel board: Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia e Gran Bretagna. Il Board del Fondo verrebbe così confermato a 24 seggi, con l’Europa che rinuncia a 2 su 9. La riforma prevede anche che le quote dei membri aumentino, così da raddoppiare il capitale del Fondo a 755,7 miliardi di dollari. Per entrare in vigore, la riforma dovrà essere approvata dagli stati membri del Fmi: per il via libera servono almeno l’85% dei voti favorevoli e presumibilmente si dovrebbe arrivare alla ratifica generale entro l’ottobre del 2012.

In alcuni Paesi sarà necessario che la riforma venga approvata per via legislativa, come negli Usa. Si può immaginare come la Camera americana, in mano ai repubblicani, possa ritardare l’approvazione giocandosi una carta politica su tematiche ben più pressanti nel confronto con i Democratici.

La missione di Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio europeo, sembra aver avviato un fronte già soprannominato del “grande baratto eurocinese” mentre Lagarde organizza il pellegrinaggio cinese e i road show nei Bric sapendo di portar avanti la candidatura di un avvocato con luci e ombre che dovrebbe guidare il Gotha dell’economia mondiale. L’appoggio “di genere” del segretario di Stato americano Hillary Clinton alla Lagarde per ora non è stato seguito da nessun altra posizione ufficiale e questo la dice lunga sulla grande prudenza americana.

Sui mercati ci si chiede se Lagarde sia la miglior candidatura che l’Europa possa esprimere in un momento così delicato, visto che quello che sarebbe stato il candidato ideale è in dirittura di arrivo alla presidenza della Bce. Sarà difficile per la candidata francese ottenere la guida dell’Fmi, ma per i Paesi Bric l’approvazione finale della riforma è altrettanto impellente. Per queste ragioni il messicano Carstens resta in testa ai sondaggi condotti a Washington. A meno di un colpo di mano cinese. Pechino potrà definitivamente pronunciarsi dopo aver verificato l’effettiva posta in palio per i piani di sviluppo del commercio internazionale e per l’internazionalizzazione dello yuan rembimbi.

Dietro la direzione dell’Fmi c’è molto di più che la necessità di ricostruire un’immagine danneggiata dal caso Strauss-Kahn. La richiesta di un anno di sospensione da parte del Brasile ed altri Paesi emergenti è giustificata proprio dalla necessità di procedere solo a nuovo sistema dei voti in vigore. Su questa candidatura si giocano i destini dei nuovi equilibri geopolitici che quest’anno – dalla crisi del debito sovrano in Europa, al terremoto del Giappone sino alle rivolte in Medio Oriente – hanno trovato nuovi assetti nelle relazioni politico-economiche e che stanno cambiando anche la percezione del rischio sui mercati finanziari internazionali.

*segretario generale dell’Assiom-Forex