Il documentario sui Moratti che non si trova in libreria

Il documentario sui Moratti che non si trova in libreria

La strada delle raffinerie finisce davanti al bar Tre Piramidi. La vita di Sarroch si concentra qui. Ragazzini in bici, operai a fine turno, donne che tornano dalla spesa e una delle più affollate proiezioni di Oil, il docufilm premiato nel 2009 a Cinemambiente a Torino e in numerosi altri festival e ignorato dalle case editrici e dalle società di distribuzione.

Quando il registra Massimiliano Mazzotta organizzò la proiezione, con tanto di dibattito, non pensava di creare problemi a Luisa, una delle ragazze che gestivano il bar. Ma è accaduto. Ed è accaduto anche che qualche giorno prima dell’appuntamento fissato all’università di Cagliari il direttore dell’Ersu (l’ente per il diritto allo studio) gli facesse sapere che “non era il caso di diffondere proprio lì il suo lavoro”. E accade anche che quando rientra nella sua casa di Milano, Mazzotta trovi minacciose raccomandate da andare a ritirare. E che al telefono confidi: «So già cosa nascondono. Atti di citazione».

Massimiliano Mazzotta si è messo contro una delle più potenti famiglie d’Italia, i Moratti. E contro una delle più potenti industrie, la loro petrolchimica Saras. Con sede a Sarroch, a mezz’ora da Cagliari, che sarebbe un paradiso naturale se solo non fosse infestato da fumi, benzopirene, fiammate nel cielo e cancerogeni, residui della lavorazione del prezioso greggio.

Tutte le difficoltà incontrate col primo film non gli sono bastate. Mazzotta, tignoso, è tornato sul luogo del delitto. E proprio in questi giorni ha fatto uscire Oil Secondo tempo, dove allarga l’orizzonte e, seguendo gli affari dei Moratti, dalla Sardegna arriva fino in Africa, dove bambini con indosso le magliette dell’Inter fanno capire che il calcio è ancora una volta il re dell’immaginario comune ma che, a volte, dietro a una maglietta indossata con fierezza e ingenua felicità c’è dominazione e inquinamento.

Oil Secondo tempo è stato presentato il 4 giugno a Torino, dove è stato lungamente applaudito e, a differenza del primo, è stato già trasformato in un progetto editoriale. La piccola casa editrice salentina (sono salentine le origini del regista) Bepress ne ha realizzato un libro+dvd con la doppia firma di Mazzotta e Antonio Caronia. Ma provate a chiederlo in una Feltrinelli. A Roma, Napoli, Milano, Genova, Bologna, non ne sanno niente. Neanche nei computer della ricercata (e di sinistra) libreria Minimum fax della centrale via della Lungaretta a Roma appare il titolo, né l’autore, né la stessa casa editrice. “Oil come olio?”, chiede il ragazzo con la camicia anni Settanta dietro la cassa. “Oil come petrolio”, rispondiamo un po’ delusi.

Un “film inchiesta” fantasma. Che però già fa rumore. La Saras, gioiellino di famiglia Moratti, di cui Gianmarco è presidente, Massimo è amministratore delegato e suo figlio Gabriele manager (lo stesso Bebe, così lo chiamano gli amici, che a Milano ha realizzato una casa stile Batman accorpando cinque capannoni da 447 metri quadrati).

Nel libro inchiesta firmato a quattro mani con Antonio Caronia c’è tutto l’elenco delle raffinerie italiane: ma arrivati alla S di Saras, scorrono lente dieci pagine di incidenti che vanno dal 1993 al 2010 e nell’elenco sono inclusi i numerosi sversamenti in mare fino al tristemente famoso 26 maggio 2009, quando per le esalazioni mortali di idrogeno solforato morirono tre operai di una ditta esterna. In pochi ricordano che appena due mesi dopo altri due lavoratori furono intossicati dai gas fuoriusciti dall’impianto “blow down” e che quattro giorni dopo a causa di un ponteggio irregolare e senza struttura di sicurezza un operaio cadde riportando numerose fratture o ancora che ad agosto dello stesso anno un operaio fu investito da un getto di vapore riportando ustioni al viso e al torace.

Sul sito dell’azienda appare una foto di costa incontaminata. Una collina verde si staglia su un mare blu. “Il nostro obiettivo è rendere sostenibile il futuro”. Forse era così questa lingua di terra prima dell’arrivo dell’impresa che fu di Angelo Moratti. Ma Sarroch oggi non è verde, e il mare non è blu. Nero, semmai, a causa delle fughe in acqua di petrolio raffinato, di greggio sbucato da cisterne mal funzionanti.

Nonostante i tentativi della famiglia Moratti di fermare il film, le proiezioni, nasconderne la diffusione, sequestrarne le copie, Oil non è passato invano: gli operai delle ditte esterne della raffineria hanno recentemente organizzato uno sciopero, il primo, per chiedere maggiore sicurezza e le luci sul processo penale per la morte dei tre operai non si sono mai spente. Anzi. Il primo grado riprenderà il 27 giugno: alla sbarra, per quell’infortunio costato la vita a tre dipendenti di un’impresa d’appalto, la Comesa srl, ci sono Dario Scafardi, direttore della Saras di Sarroch; Antioco Mario Gregu, direttore delle operazioni industriali; Guido Grosso, responsabile dello stabilimento; Antonello Atzori, responsabile dell’area dove morirono i tre operai; Francesco Ledda, rappresentante legale della Comesa. Nello stabilimento, a circa venti chilometri da Cagliari, persero la vita Bruno Muntoni, di 58 anni, Daniele Melis e Pierluigi Solinas, entrambi di 30. I pubblici ministeri Emanuele Secci e Maria Chiara Manganiello avevano chiesto la condanna di tutti e cinque gli imputati, accusati di omicidio colposo plurimo, sollecitando anche una multa di 800 mila euro per la raffineria.

Nel processo si è parlato poco o nulla dei danni ambientali. Ma c’è da chiarire la proliferazione di morti per malattie tumorali che alcuni abitanti di Sarroch hanno confermato. Un numero di decessi che il professore di statistica medica dell’università di Firenze Annibale Biggeri, sia pure con estrema prudenza, ha messo in relazione con l’attività degli stabilimenti industriali attorno al paese. Biggeri ha parlato di alterazioni del dna, quelle che Saras ha sempre negato ribattendo con ricerche scientifiche di pari autorevolezza. Chi avrà il coraggio e la forza di indagare?