Nucleare, anche senza centrali il rischio terrorismo c’è

Nucleare, anche senza centrali il rischio terrorismo c'è

Gli stress test che il “Nuclear Safety Regulator Group” europeo ha avviato in giugno includono molti importanti aspetti della sicurezza delle centrali nucleari, ampiamente ispirati alle vicende di Fukushima. Verrà simulato qualsiasi evento che, secondo natura, potrebbe colpire gli impianti, per verificarne la tenuta, come inondazioni, terremoti, tsunami. Dal menu catastrofico, però, è stata esclusa ampia parte dei rischi per la sicurezza, rappresentata dalle eventualità di attacchi terroristici.

Le valutazioni in merito sono state rimesse a un altro comitato, ancora da formare, “secondo le indicazioni che verranno fornite dal Consiglio d’Europa”.

La differenza tra rischi naturali e terroristici è chiara nella lingua inglese: i primi richiedono misure di “safety”, mentre i secondi fanno parte del campo della “security”. In italiano si usa la stessa parola per entrambi i casi: “sicurezza”.

I rischi per la “security” di un impianto nucleare moderno non risiedono prevalentemente nella struttura del reattore. L’ipotesi ormai scolastica dello schianto di un aereo contro una cupola di contenimento è di difficile realizzazione. Gli impianti nucleari sono relativamente piccoli e bassi.

La percezione che abbiamo di questo rischio è alterata dall’esperienza dell’11 settembre, ma non dobbiamo dimenticare quanto la fortuna abbia giocato a favore degli attentatori, nel riuscire a colpire con jet commerciali obbiettivi impossibili come le torri e il Pentagono. Inoltre, molte delle cupole sono in grado di resistere all’impatto di un velivolo.

Il problema principale riguarda tutto quello che si trova “attorno” al nocciolo. Una volta esaurito, il combustibile nucleare viene stoccato per alcuni mesi in vasche di contenimento con cicli di raffreddamento. Se un attacco (aereo o via terra) colpisse gli impianti che tengono bassa la temperatura, si potrebbe avere un surriscaldamento del materiale, con possibili perdite di radioattività.

Si tratta di uno dei rischi principali individuati da uno studio della commissione statunitense per la sicurezza nucleare, ultimato nel 2007. Altre possibilità enunciate riguardavano l’azione di commando armati, che potessero prender possesso della cabina di controllo – posto che poi siano in grado di alterare la gestione delle operazioni. Inoltre, si considerava l’ipotesi di danneggiamento alle strutture, con l’attacco contemporaneo di squadre di attentatori, insieme all’impatto di autobomba. È stato anche in base a tale valutazioni, che sono state riviste le misure di protezione dei perimetri di molte centrali in Usa.

Un altro problema, evidenziato anche da Nicolò Pollari alla Camera nel 2003, riguarda il controllo del materiale radioattivo. Se un gruppo terroristico riuscisse a trafugare dei rifiuti di questo tipo, potrebbe con facilità costruire una “bomba sporca”: si tratta di ordigni con esplosivo tradizionale, rivestiti di rifiuti radioattivi. Tutto il ciclo nucleare richiede perciò attenta vigilanza.

Quest’ultimo rischio in particolare non è proprio solo dei paesi “nucleari”. In Italia sono presenti circa 60.000 metri cubi di rifiuti radioattivi di seconda e terza categoria (a “lungo decadimento”), oltre a quasi 300 tonnellate di combustibile irraggiato. Nuovi rifiuti vengono prodotti ogni anno dalle attività industriali e ospedaliere, oltre che dai reattori di ricerca.

Fin dai tempi dell’inizio del programma nucleare italiano degli anni Sessanta, non siamo ancora stati in grado di sviluppare un deposito unico per tutti questi rifiuti. Il tutto è distribuito in decine di centri, rendendo estremamente difficili e onerosi i compiti di controllo. Il tentativo di impiegare all’uopo una miniera di sale a Scanzano Jonico si è dovuto scontrare con una rivolta civile.

Prima di lanciarci verso una nuova avventura nucleare, non sarebbe il caso di risolvere le questioni radioattive che già abbiamo? Se il merito si misura dal passato, l’esperienza nucleare italiana non è una buona referenza. Non si tratta di limiti tecnici: l’Italia fino agli anni Ottanta era riuscita a sviluppare una generazione di ottimi ingegneri nucleari.

Il problema è politico. La gestione di rifiuti che rimangono nocivi per centinaia di anni va oltre gli interessi contingenti, e deve necessariamente poggiare sullo spirito di nazione. In mancanza di esso, a pagare sono le generazioni future, in un edonismo nucleare che ha poche giustificazioni. 

*Docente di economia e politica presso l’Università di Potsdam e Senior Fellow di bigs-potsdam.org