Perché, nonostante tutto, stiamo con Tremonti

Perché, nonostante tutto, stiamo con Tremonti

Giulio Tremonti ha un milione di difetti. Non parliamo dell’uomo, naturalmente, ma del politico. Cambia spesso idea, e in un quindicennio l’abbiamo conosciuto in versione liberista, pronto a rivalutare Marx, nuovamente liberale e così via. Tremonti ha inoltre le sue ossessioni che spesso reitera con insistenza maniacale: gli economisti devono tacere; i giornalisti devono scrivere solo quel che piace a lui; e così via. Ancora: la sua politica economica fatta di tagli lineari alla spesa più che non di risparmi miratie investimenti non ci piace, e non sono mancate voci autorevoli e critiche, anche sulle pagine de Linkiesta, che hanno evidenziato tutti i limiti della sua azione economica.

Però, in giorni come questi, con la Grecia e la stessa Europa che traballano e con l’Italia messa nel mirino delle agenzie di rating e dagli analisti di mezzo mondo, fa un po’ specie questo tiro al piccione: con i suoi alleati nei panni dei cacciatori e il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, appunto, nei panni del piccione. Fa impressione che un’intera classe dirigente – il centrodestra che governa, con pochissime eccezioni e inclusi i “vecchi amici” leghisti – puntino il dito contro Tremonti. Sono in molti, tra i protagonisti della finanza e dell’industria italiana che Tremonti non l’hanno mai particolarmente apprezzato, a scuotere la testa, in queste ore, di fronte allo scenario di dimissioni forzate da logiche partitiche.

Quasi che il problema fosse il rigore che serve a salvaguardare i nostri conti pubblici in momenti bui come questi. Quasi che, sostituendo il Ministro dell’Economia, fosse possibile adottare una linea diversa e abbassare le tasse – come chiedono in tanti – senza tagliare davvero la spesa – cosa che nessuno si prende mai la responsabilità di fare.

Il nodo, in fondo, sta proprio qui. Questo governo e tutti i governi di Silvio Berlusconi, sono nati su premesse retoriche piuttosto precise, che potremmo sintetizzare con la formula abusata della “rivoluzione liberale”. Per farla davvero, sarebbero servite idee chiare e coraggio: tagliare la spesa pubblica improduttiva (che in Italia pesa, eccome); investire i soldi risparmiati in sgravi fiscali generali e mirati, puntando su chi più investe e cresce nelle economie e nei comparti di oggi e di domani. E magari spendere di più e soprattutto molto meglio in formazione, scuola e università.

Parliamo di operazioni non prive di costi, perché quando si taglia qualcuno ci perde, ed eventualmente si arrabbia. Parliamo di scelte per cui serve una forza politica e una coesione di coalizione vera: in cui gli interessi rappresentati sono chiari, così come la visione del futuro. La strana coalizione che resta, quella che va da Scilipoti a Borghezio, questa forza politica non ce l’ha: ma non è certo colpa di Tremonti. Che tra tanti difetti ha un merito: sa – ha imparato – che i conti pubblici sono una cosa seria e col fuoco non si scherza. Tanto più se il tuo vicino di casa sta per esser spazzato via da un incendio.  

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