Viaggio in Padania, dove la Lega ha perso di brutto

Viaggio in Padania, dove la Lega ha perso di brutto

Con una certa manica larga toponomastica la geografia ha chiamato «fiume» il Mella, questo torrentone che nasce in Val Trompia, attraversa il Bresciano, e si butta nell’Oglio dopo neanche cento chilometri di vita. Forse serve un po’ di manica larga anche per individuare nei tre paesi dell’hinterland di Brescia che portano il suo nome (Castel Mella, Bagnolo Mella, Azzano Mella) tutti i sintomi e gli indizi sufficienti all’analisi politica delle delusioni del centrodestra (e in particolare della Lega Nord) in una zona che ormai sembrava di dominio consolidato. Del resto, in provincia di Brescia ci sono stati altri tonfi. In Comuni più grandi (Nave, Ospitaletto…) e in altri medio piccoli (Flero, Capriano al Colle, Corte Franca; in quest’ultimo caso con un solo voto di scarto, tanto che il Carroccio ha pensato di rivolgersi al Tar per la riconta). Ma l’infilata dei tre paesi del Mella ha una serie di ingredienti da farli davvero bastare a una significativa rappresentazione post elettorale della Padania in miniatura.

Fino a un paio di mesi dal voto il copione era questo; piuttosto scontato: riconferma delle giunte di centrodestra a Castel Mella (leghista da quando esiste il sistema maggioritario) e ad Azzano (sindaco Udc appoggiato dal Pdl) e conquista – finalmente – dell’enclave di centrosinistra di Bagnolo. Le cose sono andate assai diversamente. Un passo avanti e due indietro. Bagnolo è stata presa, ma, con un certo choc, Castel Mella e Azzano sono state perse.

Castel Mella [◎ GEO-LOCALIZZA] è l’unico dei tre paesi ancora dentro l’abbraccio della tangenziale Sud. La sua popolazione sta crescendo anno dopo anno perché è un posto comodo e a buon mercato per chi lavora in città. Il centro è piccolo e da prototipo: il bar Roma, la parrucchiera Elena, il cannone del monumento ai caduti ridipinto col verde non proprio militaresco delle panchine, tre o quattro agenzie immobiliari una attaccata all’altra. Il sindaco era Ettore Aliprandi. Leghista di 64 anni, una vita da vigile urbano e poi due mandati da vicesindaco e uno da primo cittadino, abbastanza sicuro della riconferma.

Ma a meno di un mese dal voto l’assessore all’Urbanistica Mauro Galeazzi finisce in carcere nel corso di un’inchiesta per reati contro la Pubblica amministrazione (insieme a Marco Rigosa, collega assessore leghista a Rodengo Saiano ma anche responsabile dell’Ufficio tecnico del Comune di Castel Mella; all’imprenditore calabrese, residente a Lumezzane, Antonio Tassone e al geometra Andrea Piva). L’accusa è una presunta tangente per la realizzazione di un centro commerciale in un’area sottoposta a vincolo paesaggistico. Galeazzi sarà scarcerato il 12 maggio, a una settimana del voto. Nel suo caso, infatti, il Riesame ha ritenuto che non ci fossero sufficienti elementi indiziari e ha fatto cadere l’ipotesi di reato.

«Purtroppo non è bastato», dice  amaramente Aliprandi, lo sconfitto che doveva essere di nuovo sindaco e che ora vede sulla poltrona che aveva immaginato ancora sua Marco Franzini, il bancario della civica di centrosinistra che lo ha staccato di 95 voti (cinque anni fa Aliprandi aveva chiuso i giochi con un solido 62,98% e stavolta era convinto di incrementare). «Sapete come fate voi giornalisti… Quando Galeazzi è andato in galera, tre pagine. Quando hanno detto che era estraneo alla vicenda, un trafiletto. E poi il paese è molto cresciuto, ci sono abitanti nuovi che non ci conoscevano personalmente (la popolazione è salita in dieci anni da 8 a 11mila persone). E la gente è fatta così. Subito pronta a dire che i politici sono tutti uguali. Che rubano tutti. Mi rendo conto che un impiegato o un operaio possano non sapere come funziona la macchina amministrativa, ma insomma, anche ragionare così di pancia non va bene… Ma ormai è andata. Abbiamo lasciato un paese che è un gioiello. Diciotto anni fa era un villaggio da lupi e ora è riedificato, ha undici rotatorie, due linee di bus, la 16 e la 17, il nuovo municipio che ho inaugurato io tre anni fa… Però, in una settimana, non siamo riusciti a far passare il messaggio dell’estraneità dell’assessore da quella brutta storia. Bisognerà capire cosa ha combinato il tecnico. Lo accerterà la magistratura. Ha fatto cose che non andavano fatte. L’ho licenziato subito ma non è bastato… E c’è stata la svolta. Siamo andati tutti a casa».

Poi, siccome davanti alla sconfitta si rincorrono tutte le consolazioni e si cerca sempre di smussare la realtà, l’ex sindaco ha proseguito: «Comunque io sono stato nominato all’unanimità presidente del consiglio comunale. E questo la dice tutta sulla stima che c’è nei miei confronti. Mica è cosa ordinaria che venga eletto a quel ruolo il capo dell’opposizione. Il nuovo sindaco sa che gli ho lasciato non un tesoretto, come ha ammesso, ma un tesorotto. Abbiamo oltre 3 milioni accantonati in Banca d’Italia, che non possiamo toccare per via della legge di stabilità. E abbiamo chiuso il bilancio con un avanzo di 900 mila euro. La sinistra potrà fare normale amministrazione. Dispiace essere andati a casa proprio ora».

Ma la Padania in miniatura può dare qualche indicazione anche meno paesana e Aliprandi non si sottrae.«Sugli insuccessi di questa tornata elettorale in provincia di Brescia la mia idea è chiara: abbiamo pagato l’alleanza col Pdl. Con questo non voglio dire che dobbiamo andare da soli, perché anche il quel caso a volte non si vince (anche se si fanno buoni risultati, come a Nave, dove il Comune se lo è preso il centrosinistra ma noi siamo arrivati secondi col 27,11%, superando l’alleanza tra berlusconiani e Udc). Il problema, anche dove andiamo forte alle politiche, è che spesso nella singola realtà territoriale non abbiamo uomini all’altezza come potenziale sindaco. Ma, quanto ai rapporti con gli alleati, intendo dire che nei comuni sotto i quindicimila abitanti, dove non si possono fare più liste a sostegno di un solo candidato, è difficile stabilire quanto abbia perso la Lega e quanto il Pdl. E credo che abbiano perso più loro, sinceramente. Finiranno per danneggiare anche noi, se Berlusconi non la pianta di parlare sempre e solo contro i giudici».

La soddisfazione di Bagnolo Mella [◎ GEO-LOCALIZZA] (13mila abitanti; a ridosso dell’autostrada per Piacenza), dove il centrodestra ha preso il potere, grazie al 49,20% ottenuto da Cristina Almici, è stata rovinata dal crollo ad Azzano Mella [◎ GEO-LOCALIZZA]. Qui ci sono due fantasmi. Uno è l’enorme fabbrica che fa ombra al paese, il caseificio Stabiumi, chiuso dopo una brutta storia di bancarotta (la Guardia di Finanza avrebbe raccolto elementi d’accusa molto pesanti: distrazione di beni per 30 milioni e vendite in nero per oltre 4,5 milioni), lasciando nei guai oltre quaranta famiglie di azzanesi (anche immigrati; molti marocchini) che lavoravano lì. L’altro è il Polo logistico che dovrebbe sorgere qui e che la passata amministrazione di centrodestra aveva sposato in pieno. Un gigante della distribuzione che strappa alla Pianura padana 566mila metri quadri e che prevede un gigantesco magazzino automatico alto 35 metri [IL PROGETTO].

Azzano è il più piccolo dei paesi con il Mella nel nome. Ha appena 2.653 abitanti che proprio non hanno gradito il progetto, né, a quanto pare, creduto alla grandi opportunità occupazionali che il nuovo complesso promette di offrire.
Udc e Pdl provavano a ripartire da una vecchia conoscenza, Umberto Ferrari, già sindaco per due mandati (dal 1997 al 2006) doveva sostituire l’elettricista Franco Gaspari, cinque anni fa suo trionfale successore (61,52%), che stavolta scontava, quanto a popolarità, l’adesione al Polo logistico.
Sindaco è diventato invece, con il 49,14%, Silvano Baroncelli, a capo di una lista civica che ribadiva di rifiutare etichettature politiche ma che, sicuramente, aveva dentro tutto il centrosinistra locale. La Lega Nord è andata da sola, partendo dal 24,52% delle politiche del 2008 e, con l’ingegner Massimiliano Giovanni Schiavini come candidato, ha raccolto un magrissimo 6,81%, e neanche un consigliere di opposizione.

Certo i voti di Pdl, Udc e Lega Nord assieme avrebbero capovolto l’esito. Ma la possibilità non c’è stata nemmeno per un minuto. Anzi, a lungo il Carroccio ha meditato se appoggiare la lista che poi ha vinto. Ha rinunciato temendo strumentalizzazioni (era pur sempre una civica di centrosinistra), ma molti elettori e anche qualche simpatizzante hanno fatto il salto.

Una che ha fatto piuttosto rumore, mettendosi in lista dall’altra parte (e beccandosi qualche rimprovero «di essere andata coi comunisti»), è Adriana Zavalloni, già nota come «pasionaria leghista» fin da quando, a inizio anni Novanta, gestì la prima campagna del Carroccio nella vicina Roncadelle. Con il rigore prevedibile di quello che i giornali chiamano «l’ultimo partito leninista d’Italia» il segretario della Lega di Brescia, Stefano Borghesi, ha emesso un comunicato in cui chiariva che la pasionaria non ha rinnovato la tessera. Lei gli ha risposto con una accorata lettera sul Giornale di Brescia che ha fatto parecchio discutere tra militanti: «Sembra che per dichiararsi leghisti serva una specie di certificato tipo denominazione di origine controllata […]. Sono stata eletta più volte e ho anche ricoperto la carica di segretario politico della circoscrizione Brescia Hinterland. Ho sempre e solo votato per la Lega Nord, non ho mai e dico mai perso la strada, e solo per gravi ragioni personali mi sono ritirata dalla vita politica. A questo punto mi domando se sia più importante avere una tessera di partito in tasca da solo un paio di mesi, o avere un trascorso e un presente da veri leghisti. Io personalmente il Segretario Stefano Borghesi non lo conosco, forse quando io avevo un’attivissima vita politica lui era molto giovane, ma sinceramente tutti questi attacchi alla nostra lista definendoci di sinistra mi ha fatto molto male, visto che abbiamo sempre precisato di essere una lista civica».

Ed eccola qua, la pasionaria, nella sua casa di Azzano. Tira fuori una sfilza di tessere. La prima è ancora della Lega Lombarda. E poi c’è quella di cui va più orgogliosa, il certificato di presenza, il 15 settembre 1996, sul Po; il certificato da «Fondatore della Nazione Padana». Con l’assicurazione: «Il coupon allegato a questo certificato verrà sigillato all’interno di una roccia, che sarà poi collocata davanti al Parlamento della Padania». Chissà dove sono finiti quei coupon (e quel Parlamento).
Originaria di Gardone Val Trompia, una vita nell’hinterland a Sud di Brescia dietro al marito che aveva un’azienda di autotrasporto. La politica attiva l’ha lasciata «solo per motivi personali» proprio dopo essere rimasta vedova.

«Sono rimasta male per i risultati. Anche se ero schierata qui in paese con chi ha vinto. Ma la Lega è la Lega. Mi dispiace per come è finita a Castel Mella e  per il risultato qui ad Azzano. Quel 6% è una vergogna. Anzi, chiamiamo le cose col loro nome: una figura di merda. Il problema è che le amministrative sono un voto diverso dalle politiche. E bisognerebbe essere presenti sul territorio. Invece qui non c’è una sezione, non c’è un referente politico. E dal partito hanno deciso di candidare una bravissima persona, ma sconosciuta. Uno che vive qui da due, tre anni. Devono mettersi in testa che i leghisti non sono solo i militanti pronti a rispondere a ogni diktat dei segretari. Qui ad Azzano, alle Politiche del 2008 avevano votato 1.720 persone e 406 avevano messo la croce sul Carroccio. Stavolta hanno votato in 1.738 e la croce ce l’hanno messa in 116. Trecento sono diventati comunisti? Ma vi pare! Hanno dato della comunista anche a me che prima della Lega avevo sempre votato Msi e non mi era andato giù nemmeno il passaggio da Almirante a Fini… Questo è un posto bellissimo. Coi campi di mais e le case che confinano con le cascine.  A cento metri dal Comune ci sono le stalle con le mucche. Ma bisogna conoscerli i posti. Avevo fatto di tutto perché la Lega non si presentasse e evitasse la figuraccia. Siamo contrari al Polo logistico e non potevamo correre con il Pdl. Ma era meglio appoggiare la civica di Baroncelli, che tanto “comunista” non era. Invece da Brescia e dalla vicina Capriano, dove c’è un responsabile politico, hanno detto no. Sempre per i soliti calcoli dell’alleanza. Il polso leghista è buono. Il problema è Berlusconi e tutti gli equilibri che ci costringe a dover tenere. E questo è il risultato. Sei per cento. Una figura di… di come ho detto prima». 

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