Basta Roma, nel resto d’Europa la capitale è già diffusa

Basta Roma, nel resto d'Europa la capitale è già diffusa

Se la Lega nelle sue evidenti difficoltà politiche doveva riaccreditare a sé stessa e al suo popolo un rustico “ritorno alle origini”, allora è un “assist” davvero prezioso il monito scritto del Capo dello Stato sui fondati elementi di incostituzionalità riscontrati nel tanto strombazzato trasloco dei ministeri alla Villa reale di Monza. Provocare lo scandalo dei benpensanti, proclamare una “eresia politica”, apparire rozzi e impresentabili era stata per decenni la chiave strategica della fortuna del Carroccio, sul quale si convogliava nel segreto dell’urna il voto “vergognoso” e il consenso alla trasgressione rispetto al “bon ton” della politica. Cosa che di certo non avvenne nel 2003 quando si aprirono a Milano sedi operative della Sanità e del Welfare dei ministri Sirchia e, guarda caso, Maroni.

Invece adesso ritrovare dal Quirinale, almeno come immagine, la patente di movimento “politically incorrect”può diventare una imprevista benedizione, che ricaccia sullo sfondo della polemica la fragilità dei contenuti e la maniera approssimativa ed estemporanea con il quale si finisce per sfarinare un’idea a suo modo culturalmente valida, se non addirittura necessaria. D’altra parte la lettera di Napolitano, con il piccato richiamo al Regio Decreto del 1871 e all’art. 114 della Costituzione a proposito di “Roma capitale” si conclude con la notazione che non si ci può “…spingere al punto di immaginare una “capitale diffusa” o “reticolare” disseminata sul territorio nazionale…”.

E qui sta il nodo autentico della questione, al di là dei pur rilevanti rilievi formali. Ovvero l’ipotesi non inedita e già lungamente esposta della “capitale reticolare” come congrua risposta istituzionale all’esigenza di modernità e insieme a una più adeguata corrispondenza al policentrismo italiano, un Paese storicamente espressione delle “cento città”. Il riferimento va a una proposta e a una corposa ricerca della Fondazione Agnelli dell’ormai lontano 1993. In quel quaderno la Fondazione notava preoccupata la crescita di forti diseconomie e di più facile alimento alla corruzione generalizzata nella scelta di centralizzare tutte le funzioni nazionali nell’imbuto romano. E perfino uno stimato giurista come Gustavo Zagrebelski, nel suo contributo alla ricerca, notava come il “caput”, la testa del Paese, era diventata non più «elemento di unità e di integrazione, ma Roma capitale era ormai elemento di disintegrazione, se non di divisione potenziale». E quando la capitale diveniva un problema, una delle vie d’uscita raccomandabili , proprio secondo il diritto costituzionale, era la sua «diluizione», cioè «nella diffusione delle strutture governanti in più centri localizzati diversamente…».

In sostanza, sotto il profilo strettamente costituzionale, non erano spostabili dalla capitale i “centri politici”, ovvero Governo e Parlamento e Presidenza della Repubblica, ma per tutto il resto nulla ostava al trasferimento, anche degli organi giurisdizionali, compresa la stessa Corte Costituzionale. Insomma una prospettiva, quella della “capitale reticolare” che lo stesso Zagrebelski trovava in conclusione carica di «buoni argomenti a favore che non hanno nulla a vedere con una resa dei conti in funzione antiromana, ma che hanno molto a che vedere con una visione rinnovata, più efficiente, più equilibrata, meno costosa e, forse, più onesta della struttura e dell’azione dei nostri poteri pubblici». D’altra parte, oltre alle ragioni del diritto, la Fondazione Agnelli sottolineava già allora il ritardo con il quale in Italia si affrontava la questione rispetto alle altre democrazie europee. E, con la voce di autorevoli studiosi stranieri, costruiva un quadro comparato con gli altri Paesi, (Germania, Francia e Regno Unito) da tempo indirizzati a “spalmare” sul territorio molte funzioni nazionali, anche per l’intelligente obiettivo di promuovere diverse (almeno 15-20) delle rispettive città a candidarsi come sedi di nuove agenzie europee e internazionali, secondo le specifiche vocazioni.

La Villa Reale di Monza, sede degli uffici ministeriali voluti dalla Lega Nord

La Germania, per sua natura policentrica e dotata di un robusto impianto federale, aveva da tempo disseminato nei diversi Laender funzioni nazionali: la Corte Costituzionale a Karlsruhe, la banca centrale a Francoforte, l’agenzia statistica a Wiesbaden, il polo radiotelevisivo a Monaco, e via disseminando; anche le nuove realtà come la ricerca e lo sviluppo delle energie rinnovabili situate a Gelsenkirchen, cittadina ben nota alle squadre italiane di calcio, spesso sconfitte dallo “Schalke 04”. Sono 44 le città coinvolte dagli uffici nazionali e, forse, anche con questo decentramento, è stato più produttivo, dopo la riunificazione, appianare il divario economico delle regioni dell’ex Ddr, il loro arretrato Mezzogiorno.

In Gran Bretagna il trasferimento massiccio di uffici e dipartimenti nazionali sul territorio ha consentito, oltre a decongestionare Londra, a ridurre i costi dell’amministrazione pubblica. Mentre il Paese simbolo del centralismo politico, ovvero la Francia, ha cominciato negli anni Settanta a “spalmare” sulle altre città sia le funzioni nazionali che le agenzie europee. Se Lione è sede dell’Interpol e di Euronews (ma anche delle Ferrovie), a Grenoble si concentra la ricerca nucleare ed elettronica, a Tolosa il settore aerospaziale, a Nizza la compagnia di bandiera. Ma anche a Nantes il servizio pensionistico nazionale, a Rennes l’amministrazione militare, e anche l’Ena (la prestigiosa scuola di alta amministrazione) ha traslocato a Strasburgo…

E in Italia ? Qualche progetto, molti studi e tanto immobilismo, in un drammatico ritardo in termini di competitività europea. In un deficit generale di visione politica e di scarsissima sensibilità ai costi e all’efficienza dell’apparato pubblico. Per la gioia della folta tribù trasversale dei faccendieri e nel desolante disinteresse del dibattito culturale e mediatico. Il paradosso (o forse la tragedia) è che su questi temi riformatori solo una forza politica come la Lega abbia dimostrato attenzione. Nella sua abitudine a raccogliere materiali culturali abbandonati e orfani e a farli propri, rilanciandoli nell’agenda politica ma caricandoli così di ostilità diffusa e di contrapposizioni polemiche. E nel caso di Monza è sembrata piuttosto acchiappare il problema per la coda. Cercando più una bandiera identitaria che una matura prova di governo. Come sarebbe stato, ad esempio, battersi per il passaggio della Consob a Milano, a un passo da Piazza Affari, o per la tutela dei beni artistici a Firenze, oppure candidare città come Bari o Palermo a sede dignitosa di un’agenzia internazionale come la Fao.

D’altronde sulla controversa questione dei ministeri a Monza è fondato il sospetto che si tratti in realtà di un opaco episodio della guerra di successione interna al Carroccio. Ovvero il disegno di “pensionare” di fatto il leader leghista, allontanandolo dal centro del Palazzo e del potere. Proprio alla Villa Reale dove, guarda caso, si era consumato il regicidio di un “altro” Umberto nell’anno di grazia 1900. In ogni caso la mediocre querelle sui ministeri appare svilire il possibile dibattito pubblico sulla “capitale reticolare”, che invece merita di ritrovare il confronto di intelligenze e una qualche via operativa, in tempi di crisi economica e di ineluttabile taglio di spese improduttive. Questa polemica rischia di costituire lo splendido alibi per non cambiare nulla e di perpetuare la condizione di “capitale corrotta, nazione infetta”, secondo la terribile definizione di una celebre inchiesta comparsa da oltre mezzo secolo. Anche perché logica vorrebbe che, qualora si avviasse un processo di “diluizione” sul territorio, l’ultimo organismo pubblico a lasciare Roma dovrebbe esser proprio il “ministero della Semplificazione”.

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