Berlusconi non c’è più. Serve un piano B per l’Italia

Berlusconi non c’è più. Serve un piano B per l’Italia

Cosa ha fatto in questi giorni Silvio Berlusconi? Come ha vissuto il presidente del Consiglio, e studiando quali contromosse, in giornate densa di preoccupazioni per il nostro paese? Non lo sappiamo esattamente. Quando si parla di lui, in questi anni finali di una parabola che è stata luminosa, si affastellano i retroscena, le voci e i rumors. Le versioni dei fatti date dai quotidiani sono spesso confliggenti, e costruiscono un racconto “polifonico” (cioè pieno di contraddizioni) che finisce nel dimenticatoio fino al prossimo retroscena. Cioè fino all’indomani. Sappiamo solo che dopo due giorni di inferno per la Borsa e la finanza pubblica e privata italiana ha proferito un flebile e generico invito alla coesione e all’unità.

Poco importa, del resto, se in queste giornate di speculazione, preoccupazioni e ribassi di borsa, Silvio Berlusconi sia stato davvero lungamente riunito con i vertici delle sue aziende, curandosi solo di quanto decretato dai giudici sulla questione Mondadori-Cir, e di quei 560 milioni che deve pagare a De Benedetti e che con tutte le forze non voleva sborsare. E poco importa quasi, perfino, se davvero non parla più neppure con Gianni Letta in giornate in cui non serve essere statisti – basta essere politici – per dedicarsi al 100% al bene del proprio paese e quantomeno all’azione di governo.

Questo invece importa: che Silvio Berlusconi non c’è più. Non è più presente all’azione di governo che serve in condizioni normali, figuriamoci a quella richiesta nel pieno di un’emergenza continentale che, ufficialmente, vede oggi l’Italia sulla linea del fronte tra i paesi che rischiano. La telefonata di Angela Merkel al presidente del Consiglio – e di cui lei ha riferito ai cronisti – certifica proprio questo: la nostra stabilità è a rischio; gli attacchi speculativi potrebbero durare e per ridare credibilità al paese serve che la manovra sia approvata al più presto. Servirebbe, in verità, una manovra più severa, come hanno chiesto due economisti come Luigi Zingales e Roberto Perotti, ma questo governo fa fatica a finalizzare la piccola manovra che sta approvando: difficilmente potrebbe fare di più.

Il problema resta quello da cui siamo partiti, e forse è solo rafforzato: Silvio Berlusconi non c’è più. Nelle stanze delle banche, della finanza, delle grandi aziende di Milano e nell’Europa che non gli è mai stata amica ne sono convinti in tanti. Per questo, proprio in queste ore, torna a circolare un nome che tante volte nelle emergenze – o quando c’è bisogno di garanzie agli occhi del mondo – viene pronunciato spesso: quello di Mario Monti. Non come supporto del Cavaliere zoppo, ma come suo sostituto. Il percorso che si può immaginare non è dissimile da quello che fu di Carlo Azeglio Ciampi nel 1992: messa in sicurezza dei conti sulla base di un consenso ampio, presa seria su un debito pubblico che non ha mai fatto paura quanto oggi, riforma elettorale condivisa. Poi, meglio prima che dopo, tutti a votare. Nel frattempo, Alfano e Bersani potrebbero organizzarsi, capire meglio le geometri delle proprie coalizione e prepararsi davvero al confronto. Tremonti, Casini, Bossi e la Lega, Di Pietro, Vendola, perfino Fini avrebbero le loro chance da giocarsi. Sarebbe insomma come ripartire da zero.

Non è un percorso facile, naturalmente, perché c’è da “convincere” un Berlusconi che, dopo la sentenza Cir-Mondadori, è forse meno malleabile che mai. È una strada stretta, e non priva di rischi, di cui si può cercare l’inizio solo se attorno al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano si stringeranno volontà politiche precise e determinate, in Parlamento e anche tra chi oggi governa. Poi si restituirà ai cittadini la parola e il voto: prima, al paese, quel tanto di credibilità che serve per non essere trattato come la Grecia.