C’erano i manuali di giornalismo, poi arrivò Murdoch

C’erano i manuali di giornalismo, poi arrivò Murdoch

Il segretario del partito laburista britannico, Ed Milliband, chiede che il gruppo editoriale di Rupert Murdoch venga ridimensionato: ha troppo potere e ha dimostrato di usarlo in modo inappropriato. Milliband non è un estremista. È un giovane progressista riformatore, che crede nel mercato e nella libertà di stampa. Le sue accuse sono pesanti e ripropongono in modo forte il problema dei monopoli dell’informazione. E siccome Murdoch non ha, in Gran Bretagna, nemmeno la metà del potere mediatico che Berlusconi ha conquistato in Italia, si tratta di una provocazione che vale la pena di discutere a fondo.

I lineamenti dello scandalo che rischia di mandare a fondo il gruppo editoriale più potente del mondo sono noti. I giornalisti del tabloid domenicale The News of The World, che vendeva quasi tre milioni di copie, e che Rupert Murdoch ha deciso di chiudere il 10 luglio, sono accusati di avere regolarmente utilizzato intercettazioni telefoniche per procurarsi notizie esclusive. In particolare sono penetrati nella segreteria telefonica del cellulare di una ragazza scomparsa, che poi fu trovata morta. In quell’occasione il giornalista cancellò alcuni messaggi dalla segreteria, illudendo i genitori che la ragazza fosse ancora in vita, perché la segreteria era piena a sperava di ascoltare messaggi successivi.

Ma le intercettazioni, oltre settemila, andavano avanti da almeno un decennio. Il primo grave scandalo esploso alla metà del decennio scorso, era stato rapidamente sedato additando la responsabilità a qualche giornalista che era finito in carcere: erano i tempi di Tony Blair, e i legami tra Rupert Murdoch e il primo ministro laburista erano molto solidi. Ma quelle consuetudini sono proseguite. Si è scoperto successivamente che nel 2005 i giornalisti di News Corporation intercettavano telefonate di membri della famiglia di soldati britannici uccisi in guerra e di vittime di un attentato a Londra.
Ora lo scandalo si sta allargando ai vertici di Scotland Yard, perché numerosi poliziotti sarebbero stati corrotti dai giornalisti per fornire notizie di prima mano. E forse quei comportamenti non erano sgraditi ai piani alti della polizia. L’addetto stampa del primo ministro David Cameron, Andy Coulson, che dal 2003 al 2007 è stato direttore di The News of The World, è finito in manette. I vertici della News Corporation, che in passato avevano guidato i tabloid aziendali, sono stati obbligati a dimettersi nonostante la difesa a oltranza dello stesso Murdoch. E questa settimana sia Rupert sia il figlio James, dopo avere invano cercato di sottrarsi a un’audizione pubblica, dovranno presentarsi davanti al parlamento inglese. Davvero non sapevano nulla delle abitudini dei giornalisti della casa? E quali erano i suoi rapporti con Cameron, a cui aveva “prestato” uno dei suoi uomini di fiducia?

Per la prima volta nella vita l’ottantenne editore abbassa la cresta e chiede scusa. Una settimana fa rinuncia all’acquisizione dell’intero pacchetto azionario di BSkyB, l’emittente tv Britannica di cui oggi possiede solo il 39% e che costituisce la sua più cospicua fonte di profitto. Ma questi fatti, riassunti qui in modo necessariamente succinto, propongono una domanda di fondo. In che modo l’ascesa di Murdoch ai vertici del giornalismo mondiale ha condizionato la cultura stessa dell’informazione?
Per trent’anni Murdoch ha tenuto al guinzaglio la politica inglese e ha esercitato un’influenza profonda su quella americana. È stato alleato di Margaret Thatcher (e negli stessi anni di Ronald Reagan) ed è stato determinante nell’elezione di John Major nel 1992. Poi ha trasferito il suo appoggio su Tony Blair. Per poi spostarsi nuovamente sui conservatori. Con il primo ministro laburista Gordon Brown non correva buon sangue. The News of The World ha pubblicato la notizia che il suo bimbo di quattro mesi aveva una grave malattia genetica, la fibrosi cistica. Come aveva fatto il giornale a leggere la cartella clinica di cui Brown e la moglie non avevano parlato con alcuno?

Questo è il giornalismo alla Murdoch, settario, sguaiato, volgare, spesso ben oltre le barriere dell’etica. Per decenni, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti, molti uomini di potere hanno detto di lui: «Non lo approvo ma ha talento, mi piace». Un modo per inchinarsi al potere senza rinunciare allo stile. Niente di nuovo per l’Italia: il caso Berlusconi docet.

La parabola del Wall Street Journal aiuta a capire l’influenza del magnate australiano sulle testate di cui acquisisce il controllo. Tre anni e mezzo fa, quando ancora il giornale di Wall Street apparteneva alla famiglia Bancroft, nessuno al mondo avrebbe potuto mettere in discussione il primato professionale di quella testata. Certo, la pagina delle opinioni del Wall Street Journal aveva un orientamento conservatore, come d’altra parte quella del New York Times ha sempre avuto un’anima progressista. Ma nessuno, allora, avrebbe potuto accusare il direttore del Journal di censurare anche una sola notizia degna di questo nome. La linea politico-culturale non impediva al giornale di Wall Street di essere una spina del fianco del potere, quando se ne presentava l’occasione. Per decenni il Journal ha pubblicato inchieste memorabili sulle zone oscure del mondo della borsa. Ma c’era un problema. Mentre cresceva l’attenzione alla qualità del giornale i conti dell’azienda (la Dow Jones International) restavano mediocri. La più prestigiosa società di informazioni finanziarie del mondo rendeva poco. Una contraddizione in termini che fu risolta, dopo anni di lacerazioni interne alla famiglia Bancroft, con la vendita a News Corp, cioè a Rupert Murdoch: oltre cinque miliardi di dollari, non una sciocchezza.

«L’effetto Murdoch» comincia a manifestarsi cinque mesi dopo la vendita, quando al timone del giornale arriva Robert Thomson, australiano, che negli ultimi sei anni aveva guidato il Times di Londra per conto dello stesso editore. I pezzi hanno cominciato ad accorciarsi, gli approfondimenti a diventare pià rari, le inchieste meno incisive e frequenti. E mentre si alleggeriscono le pagine di economia e finanza, aumentano quelle di politica. L’editore vuole sfidare il New York Times direttamente nella sua città – che poi è quella di Wall Street – sui fatti di cronaca e sulla politica. Intanto le pagine delle opinioni diventano più settarie, e in quelle di news cominciano a comparire giudizi sferzanti nei confronti dei democratici, una cosa inammissibile fino a pochi mesi prima, quando tra news e opinioni esisteva uno steccato invalicabile.
L’obiettivo è chiaro: abbassare di una tacca il livello del Journal, allargare il focus del giornale alla politica e cercare di sedurre il pubblico moderato, quello si fa sedurre dall’aplomb culturale del New York Times, nonostante le sue opinioni progressiste.

Alla base del «progetto Journal» c’è la tradizionale filosofia editoriale di Rupert Murdoch, quella che gli ha consentito di scalare l’editoria mondiale: i lettori chiedono pezzi brevi e incisivi; la divisione tra news e opinioni è vecchia e intellettualistica: nella nuova ecologia mediatica chi legge vuole essere guidato dall’opinione del cronista; il mondo dei giornali è stato per decenni egemonizzato da una cultura progressista che ha lasciato scopertri enormi spazi di mercato; l’editore non deve osservare il mondo della politica, ma deve metterlo in stato di soggezione, guidarlo, egemonizzarlo, tenerlo sotto scacco. La gestione della crisi esplosa alcune settimane fa a Londra è solo l’ultimo esempio di una parabola che sta offuscando l’immagine del più prestigioso giornale finanziario del mondo.

Per settimane il Journal ha praticamente ignorato lo scandalo della casa madre e quando non ha più potuto evitarlo, ha cominciato a pubblicare brevi articoli in pagine interne, con titoli anonimi, citando fonti di agenzia. Nessun editoriale né alcun commento è comparso per spiegare ai lettori la gravità e l’evoluzione della vicenda. Venerdì 8 luglio il giornale ha pubblicato un’intervista in ginocchio a Rupert Murdoch, che sembrava scritta dall’ufficio stampa dell’editore, solo per consentire al padrone di dire che tutte le accuse rivolte al gruppo erano «totali bugie». Nessuna domanda scomoda, nessuna richiesta di chiarimento sulle numerose zone d’ombra che caratterizzano lo scandalo delle intercettazioni telefoniche in Gran Bretagna.
Molti lettori italiani lo riterranno normale: nessuno può immaginare un’intervista a schena dritta a Berlusconi trasmessa da Canale 5 o pubblicata sul Giornale. Ma negli Stati Uniti il giornalismo ha una tradizione diversa e nonostante tutto le manifestazioni di servilismo sono un’eccezione, non la regola generale.

La più grande invenzione di Murdoch, nel corso anni Novanta, è stata probabilmente Fox Tv. Nessuno credeva, quando Murdoch la lanciò negli Usa, che sarebbe stato un successo. E invece oggi ha oltre più audience delle due tv all news sue concorrenti, Cnn e Msnbc. Fox News ha occupato uno spazio di mercato che fino a quel momento nessuno presidiava. E lo fa praticando un giornalismo settario, sguaiato e privo di scrupoli, in associazione con un tabloid, il New York Post, la cui importanza è cresciuta nel tempo. Un simile percorso è stato seguito dal Times di Londra e dal Sunday Times. Quando Murdoch li ha acquistati, negli anni Novanta, ha immediatamente eliminato dell’aplomb da templi del giornalismo che li circondava. Li ha popolarizzati, ha aumentato le vendite, ha migliorato i conti. Contemporaneamente ha trasformato i suoi due tabloid, The Sun e il popolare The News of the World, in galline dalle uova d’oro, fabbriche instancabili di gossip, rivolti a un pubblico di bocca buona ma desideroso di leggere notizie di prima mano.

Conrad Black ha recentemente scritto sul Financial Times che Murdoch non è «solo un sensazionalista da tabloid. È anche un malizioso costruttore di miti, un assassino della dignità altrui e delle istituzioni, tutto questo in nome di una cultura antielitaria». L’analisi di Black è acuta: «La sua nozione di entertainment e dei valori civici è ben rappresentato nella serie dei Simpsons, dove tutti i gli amministratori pubblici sono imbroglioni e il pubblico è costituito da un proletariato ignorante, marginalizzato e consumista». Black ha ragione. Ma la crisi dell’impero Murdoch non è la crisi di quel tipo di giornalismo. È solo un (gravissimo) incidente di percorso che sta mandando a gambe all’aria un gruppo editoriale che ha esagerato nel considerarsi al di sopra della legge e nel ritenere che la promiscuità con la politica gli consentisse di fare qualunque cosa. Berlusconi rappresenta l’edizione locale, in salsa italiana, di un neopopulismo mediatico che Murdoch ha rappresentato a livello mondiale. Il fatto che i laburisti britannici si pongano il problema di ridimensionare il potere di News Corporation apre una fase nuova nel rapporto tra politica e media. La sinistra italiana dovrebbe prendere nota.

P.S. È curioso che ai vertici della News Corporation, dopo le dimissioni dei pupilli di Rupert Murdoch, sia stato chiamato Tom Mockridge. Si tratta dell’uomo che per anni, con snobismo britannico, ha guidato Sky Italia, con il sopracciglio alzato di chi ritiene il nostro un paese di straccioni. Quando esplose lo scandalo del calcio scommesse, Mockridge salì in cattedra e scrisse sul Corriere un articolo gonfio di sdegno per chiedere maggiore trasparenza alle società sportive, pena la riduzione del canone per i diritti tv. C’era una furia moralista, in quella e in altre sue esternazioni, che gli fa onore. Ma forse Mockridge pensava di lavorare per la Bbc, e non per Rupert Murdoch.