La parabola perfetta di Nelson Mandela

Una vita per la pace

Chissà se Nelson Mandela ci sta ripensando, oggi, nel giorno del suo novantatreismo compleanno, a quel primo giorno da presidente. Quel giorno, Nelson Mandela dovette affrontare il più imprevisto e forse più difficile passaggio della sua vita da politico. Entrato agli Union Buildings, la sede della presidenza a Pretoria, Mandela si aspettava di sentire l’aroma del caffè che lo attendeva tutte le volte che andava a visitare il suo predecessore Fredrik De Klerk.

Quel 10 maggio del 1994, invece, non lo accolse né l’aroma del caffè, né trovò il personale pronto a fare funzionare il suo ufficio, e quindi anche a preparare il caffè. Tutti i funzionari, bianchi e in maggioranza di lingua afrikaans, stavano affrettatamente preparandosi a sloggiare, stipando oggetti personali e documenti in scatole di cartone. Il presidente fresco di giuramento convocò tutto lo staff d’urgenza e, una volta di fronte, si rivolse a loro in afrikaans. Il gesto era tanto più simbolico e tanto più difficile perché il prigioniero a vita, la primula nera, il più temuto criminale di tutto il Sudafrica, con un solo gesto e in un solo momento doveva convincere, sedurre e farsi amici i complici silenziosi del regime che lo aveva incarcerato, i beneficiari indiretti del regime dell’apartheid che Mandela stesso aveva contribuito a smantellare. Lo doveva fare, perché aveva bisogno di loro per governare, e quindi per cambiare, il suo paese.

Nelson Mandela il giorno della sua liberazione
Cosa disse, e come sorprese e rassicurò i suoi collaboratori, resta nella storia del Sudafrica post-apartheid: i dipendenti della presidenza sentirono di potersi fidare di quell’uomo di cui fino a pochi anni prima non conoscevano il volto, il quale parlava l’afrikaans, la lingua dei suoi antagonisti, perché era una delle lingue del suo paese, il Sudafrica. In questo modo, Mandela evitò quella fuga di quadri bianchi che tanto e in alcuni casi irrimediabilmente aveva minato i primi passi del percorso dell’indipendenza di tanti paesi vicini.

Nel ripercorrere la vicenda di Mandela nel giorno del suo compleanno, vale la pena di raccontare di un Mandela meno agiografico di quanto riportato dalla retorica dell’eroe del movimento anti-razzista. Vale la pena di raccontare soprattutto del Mandela politico, una figura più sfumata e complessa, ma certamente altrettanto notevole quanto quella dello stoico prigioniero politico o del coraggioso leader che lavora in clandestinità. Perché la cosa difficile è stato sì, restare in carcere per 27 anni, senza perdere la speranza e senza fare compromessi rispetto alle ragioni della propria lotta. Ma è stato soprattutto stringere la mano di De Klerk, e chiedergli di fare da vicepresidente.

Scegliere Cyril Ramaphosa, un leader sindacale che non apparteneva alla vecchia guardia fidata dell’Anc come capo-negoziatore nel processo di smantellamento del regime dell’apartheid, perché Ramaphosa era la persona che conosceva meglio la realtà del Sudafrica, nonostante non fosse necessariamente la persona più fidata per l’organizzazione della quale Mandela era a capo. Inventare la Commissione per la verità e la riconciliazione, per non dimenticare e soprattutto per guarire il Sudafrica. Ritirarsi, dopo solo il primo mandato, in un continente dove si fanno riforme costituzionali per garantirsi il terzo e il quarto mandato. Non farsi intrappolare dal mito, ma usare il proprio mito per campagne giustissime ma controverse come quella di sostegno ai sieropositivi in Sudafrica.

Mandela riceve il premio Nobel per la Pace nel 1993 assieme a Frederik Willem de Klerk

La grandezza di Nelson Mandela, infatti, è stata forgiata non solo dagli anni della dittatura, durante i quali non bastò la condanna a vita dei principali dirigenti dell’Anc e del Partito comunista sudafricano per soffocare una lotta legittima, ma è cresciuta e si è consolidata durante gli anni della transizione alla democrazia e nei primi 5 anni di governo. In quegli anni, infatti, a Mandela e alla leadership del movimento anti-apartheid riuscì di riformare, abbattendolo, un regime tra i più iniqui al mondo, senza rotture irrecuperabili e senza rese dei conti.

Il prezzo da pagare fu di essere accusati di facilità al compromesso, di aver tradito i valori radicali di cui l’Anc era portatore. Il processo non fu lineare e per certi versi non andò sempre per il verso giusto. Mandela stesso, nel manoscritto autobiografico inedito scritto in carcere (poi pubblicato – in alcuni brani – in Io, Nelson Mandela. Conversazioni con me stesso) riconosce che «solo i politici da tavolino sono immuni dal commettere sbagli. Gli errori sono insiti nell’azione politica. Quelli che si trovano al centro della lotta politica, che devono risolvere problemi pratici e urgenti, hanno poco tempo per riflettere e nessun precedente a guidarli, e sono destinati a sbagliare innumerevoli volte. Ma a tempo debito, e purché siano flessibili e disposti a esaminare il proprio lavoro in maniera critica, acquisiranno l’esperienza e la lungimiranza necessarie a evitare le solite insidie e a scegliere la propria strada in mezzo all’agitazione degli eventi».

In ogni caso, fu il Mandela politico, con le sue incertezze, con la seduzione – non si sa se genuina o calcolata – con il rapporto privilegiato con alcuni membri dell’elite economica bianca, a costruire il Sudafrica democratico, post-razziale e libero per il quale, nel 1964, il Mandela leader carismatico era “pronto a morire”.

Michelle Obama durante una visita a Mandela

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