Ma nel Pd c’è uno sfidante di Bersani per la leadership?

Ma nel Pd c’è uno sfidante di Bersani per la leadership?

Nasce oggi, nella marginalità della mia solitudine, il movimento No-Bers, che certamente richiama i No-Tav in termini di immagine, ma che ha l’ambizione di analizzare con cura le ragioni politiche secondo cui il segretario del Partito Democratico, Pierluigi Bersani, non è l’uomo più adatto a sfidare Silvio Berlusconi alle prossime elezioni. Un primo motivo è che se tu, elettore di sinistra, hai già il cuore nel frigorifero lui te lo manderà addirittura nel congelatore. La sua capacità di farsi carico e interprete delle passioni di un intero popolo è davvero molto ridotta e non gli potranno bastare quattro divertenti passaggi con Crozza per scatenarne il lato più entusiasta.

Si dirà? Ma che bisogno ha, il Partito Democratico, di un arruffa popolo alla Di Pietro, alla Vendola (con le dovute differenze), alla de Magistris? Se pensiamo che il segretario che è rimasto nel cuore e nella storia della sinistra è stato quell’uomo mite ed elegante di Enrico Berlinguer, l’eccezione ha un suo senso preciso.

Enrico Berlinguer ricordava quegli allenatori di calcio del passato che non alzavano mai la voce, ricordava Nils Liedholm, forse addirittura era lui. Nel senso che la sua autorevolezza non si faceva mai precedere neppure da un grammo di autoritarismo, gli usciva in purezza come una nuvoletta di primo mattino. C’erano gli argomenti a sostenerlo, certo, e anche una certa morfologia genetica, quel volto sofferente e scolpito nella roccia che portò Benigni a sollevare lo scricciolo a una festa dell’Unità. Eppure Berlinguer riusciva in quell’impresa davvero ragguardevole di coniugare (ai tempi della Guerra Fredda) progetto politico e senso etico, in questo rendendo paradossalmente orgogliosi tutti i compagni e le compagne che vivevano nell’idea di un mondo migliore, più onesto, più solidale, pur nella sottaciuta consapevolezza che i finanziamenti dall’Urss avessero radici assai poco nobili.

Ma allora oggi uno di sinistra si pone questo domandone: com’è possibile che in presenza di un soggetto come Silvio Berlusconi, che della morale fa strame da diciassette anni, il popolo della sinistra non riesce a imbandierarsi e inorgoglirsi proprio sul grande tema dell’onestà politica? Qui si deve tornare a Pierluigi Bersani, perché se questa sollevazione degli animi non c’è o almeno non appare così luminosa a livello collettivo, perché poi molti nel privato s’indignano, allora si dovrà concludere che su questo tema il segretario non riesce a scaldare i cuori.

Sulle recenti vicende, arresto di Pronzato con contorni vari, non ci sarebbe molto da aggiungere a ciò che Linkiesta ha scritto e anche in tempi rapidissimi, ma certo oggi sembrano esistere due Pd: c’è quello istituzionale che deve risolvere le questioni interne sempre con quel modo un po’ rigido, da comitato centrale, quasi che denunciare i ladroni non fosse una boccata d’aria fresca, e l’altro, quello che appartiene ai Matteo Renzi della situazione, liberi da lacci e lacciuoli istituzionali, in grado di liberarsi da quel linguaggio incrostato e parlare finalmente chiaro. Anche noi che abbiamo amato molto una certa politica, questa politica del corridoio, delle correnti, del dico non dico, ci ha ufficialmente stancato.

Altra questione non marginale: nel Pd, la carica di segretario o di candidato premier è contendibile? Posta così, la domanda appare banale e anche un po’ scontata, ma purtroppo scontata non è. In questi ultimi vent’anni ci hanno raccontato che esistono due tipi di partito: i partiti a vocazione leaderistica e i partiti la cui carica di segretario è contendibile. A seconda di programmi, idee, confronti, visioni del Paese. Nel primo caso, per l’elettore il problema è risolto alla radice, si vota, si ama, si adora il leader. Va così da diciassette anni con Berlusconi. Ma anche lui, adesso, ha buttato lì un Alfano di complemento.

Nel Partito Democratico tutto dovrebbe essere contendibile, tutti dovrebbero poter lanciare un’Opa sulla segreteria se dispongono delle virtù necessarie per poterlo fare. Eppure è il partito più cristallizzato della storia. Sfidare il segretario è, innanzitutto, perdere la sua amicizia e l’amicizia dei suoi amici. Queste cose, cari ragazzi, bisogna metterle nel conto. Nel Pd – è pazzesco ma è così – il confronto è considerato un affronto. Ma che mondo è? Ci si ricorda un Chiamparino che un secolo fa disse: ci sto, potrei fare le primarie. Dov’è finito quel naufrago, forse nella pattuglia disperata di Lost? Alla fine, si arriva al paradosso che il Partito Democratico è sostanzialmente costruito come la vecchia Forza Italia.
Non è un secolo fa che avevamo la Democrazia Cristiana. I meno giovani, ma anche chi ha studiato un po’ di storia, ricorderanno che in quella palestra tutto era davvero contendibile e non fintamente, ma al prezzo di battaglie politiche straordinarie. Perché la Dc, composta di uomini dalle anime molto diverse, sentiva la necessità di trovare una sintesi alta di quella complessità e nulla veniva dato per scontato, e l’automatismo segretario-primo ministro sarebbe stato considerato una scelleratezza.

Ps. l’astensione sul voto per l’abolizione delle province e i tremolii su una possibile nuova legge elettorale, che restituisca agli elettori un filo di dignità, sono atteggiamenti che definiscono un non-partito.  

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