Roma contava già poco, è l’Europa che fa il 70% delle nostre leggi

Roma contava già poco, è l’Europa che fa il 70% delle nostre leggi

BRUXELLES – Da oggi cambia il semestre di presidenza Ue, dall’Ungheria si passa alla Polonia – il primo dei grandi paesi del vecchio blocco orientale a guidare le sorti dell’Unione.

Pochi se ne sono accorti, l’Europa è sempre meno presente sulla stampa italiana. Un vero errore, basta elencare (alcuni) degli ultimi casi all’apparenza tutti interni al nostro paese in cui Bruxelles ha lanciato il suo diktat: ad esempio per lo scandalo rifiuti a Napoli, con la Commissione che minaccia multe salate all’Italia. Oppure con la Tav, con il relativo avvertimento del probabile taglio dei fondi europei. O, ancora, potremmo ricordare il njet di Bruxelles alla privatizzazione novantennale delle spiagge. Ed è sempre l’Europa che ha evocato (insieme ad agenzie di rating e mercati) Giulio Tremonti durante i negoziati sulla manovra, per evitare annacquamenti del risanamento dei conti pubblici.

Molti lamentano “ingerenze” di Bruxelles in questioni di sovranità nazionale, ma dimenticano una cosa essenziale: la sovranità è stata già, in buona parte, ceduta a Bruxelles. L’Ue non è l’Onu o la Nato, è qualcosa di molto di più – soprattutto per i paesi di Eurolandia, che cosa c’é di più “nazionale” della valuta? Secondo varie stime, tra il 68 e il 70% delle leggi nazionali altro non sono che l’applicazione di direttive provenienti da Bruxelles. Tra i non addetti ai lavori, molti ignorano che per gli Stati membri vige il primato del diritto comunitario su quello nazionale. Tradotto: se una legge nazionale confligge con le norme Ue, deve essere o cancellata o modificata.

Un esempio che ha suscitato forte scalpore in Italia è stata la sentenza della Corte di giustizia Ue a Lussemburgo sul reato penale di clandestinità introdotto per volere della Lega: i giudici europei hanno sentenziato che questo contrasta con le norme Ue e dunque le corti italiane devono tassativamente disapplicare la norma nazionale. Per non parlare poi della concorrenza, su cui la Commissione incute timori persino oltre Atlantico (si veda la gigantesca multa a Microsoft per abuso di posizione dominante): Bruxelles ha impedito all’Italia di ostacolare, per ragioni nazionali, l’acquisizione di Parmalat da parte della francese Lactalis.

Con il Trattato di Lisbona, in vigore dal primo dicembre 2009, oltretutto, le cose si sono accentuate. Fino al Trattato di Nizza la Commissione Europea era responsabile direttamente solo per il “primo pilastro” (anzitutto mercato unico, concorrenza, politica monetaria e agricoltura), con la possibilità di adire alla Corte di Giustizia Ue. Per gli altri due pilastri (politica estera e di sicurezza il secondo, giustizia e affari interni il terzo) questa possibilità non c’era, insomma non c’erano strumenti per sanzionare gli stati inadempienti. Adesso i pilastri non ci sono più, e la Commissione può deferire gli Stati membri alla Corte in tutti i settori. Non basta, il Trattato riduce drasticamente le materie in cui vige l’obbligo di unanimità (soprattutto in sicurezza, esteri e fiscalità). Per la stragrande dei casi sparisce così per gli stati membri la possibilità di un veto per tutelare gli interessi nazionali.