Se ne sono andati

Se ne sono andati

Alan Rodger, Barone di Earlsferry

(18 Settembre 1944 – 26 Giugno 2011)

Giurista scozzese, e alto magistrato del Regno Unito. Di Glasgow, nato Alan Ferguson Rodger, poi Pari (barone) a vita dal 1992, e figlio di un celebre psichiatra di quella città. È morto «dopo una breve malattia». E più che rispettato, ammirato. Il Primo ministro scozzese Alex Salmond, con cui Rodger aveva polemizzato un mese fa, lo ha ricordato per «il contributo eccezionale al diritto e, in particolare, alla vita pubblica scozzese».

Sembra un ricordo, o un passaggio biografico molto locale, «la vita pubblica scozzese», la Camera Alta che funziona anche come Supreme Court of the United Kingdom. Con i suoi gradi di giudizio e i suoi magistrati: il Lord of Appeal in Ordinary, il Lord Justice General, il Lord President of the Court of Session. Lungo un’indefettibile carriera – dopo essere diventato avvocato, nel 1974, e aver fatto parte della Mental Welfare Commission di Scozia negli anni Ottanta – Alan Rodger ha toccato tutti quei ruoli. Ma è come Lord della Suprema Corte, che il 7 luglio 2010 ha fatto fare un passo avanti al diritto d’asilo. E, in esteso, ai diritti dell’uomo. Con una opinion, o motivazione finale, discussa e poi condivisa dagli altri componenti della Corte: tre Lord (Hope, Walker, e Collins), più un Sir (John Dyson).

Il caso sottoposto al parere della Corte si è chiamato «HJ and HT versus Home Secretary»(clicca per leggere). Quelle quattro iniziali corrispondevano ai nomi di un cittadino iraniano e di uno del Camerun che facevano ricorso contro il ministero dell’Interno (esattamente la Uk Border Agency dell’Home Office), dopo aver chiesto asilo in Gran Bretagna, e non esserselo visto accardare. HJ e HT erano omosessuali, e la richiesta era stata rigettata con l’argomentazione che il ritorno forzato nei loro Paesi non avrebbe implicato una persecuzione nei loro confronti. Da considerare che le due persone si obbligavano all’espatrio proprio perché perseguitati «on the grounds of their homosexuality». Nello specifico, i due avevano già fatto appello senza successo. La Corte d’Appello aveva distinto i due casi: per il cittadino camerunese non c’era un «real risk of persecution», mentre l’iraniano, una volta rientrato nel suo Paese, avrebbe comunque potuto reggere una sorta di prova di “discrezione” rispetto al suo orientamento sessuale (si sa che, di norma, in Iran, impiccano gli omosessuali). Il ricorso arrivava dunque all’ultimo grado della Corte Suprema e dei suoi Lord.

Il giudizio arrivò chiaro. E argomentato. Per Lord Hope «pretendere che la sessualità di una persona non esista, o che il comportamento con cui la manifesta possa essere soppresso, significa negare a chi è parte di un gruppo il suo diritto fondamentale a essere quello che è». Mentre il nostro Lord Rodger, decisivo, faceva un veloce schizzo di British society (sue parole): «Così come i maschi eterosessuali sono liberi di divertirsi giocando a rugby, bevendo birra e parlando di ragazze coi loro compagni, anche i maschi omosessuali devono essere liberi di godersela andando ai concerti, bevendo cocktail esotici o colorati, e parlando di ragazzi con le loro amiche. In altre parole, di vivere come per loro è naturale e senza the fear of persecution».
La semplicità che è difficile a farsi, come diceva Brecht.

(Rodger non citava l’omosessualità femminile solo perché il caso sottoposto al giudizio dei Lord riguardava due uomini. Ma è certo che avrebbe sostenuto la stessa cosa).

Christiane Desroches Noblecourt

(17 Novembre 1913 – 23 Giugno 2011)

Francese, di Parigi, la più celebre egittologa del suo Paese. Aveva 97 anni e sette mesi. Quando lei nasceva, il Canale di Suez era attivo da poco meno di mezzo secolo, e Jean François Champollion – il primo ad aver letto l’alfabeto egizio, decifrandone fonetica e geroglifici – era morto da soli ottant’anni.

Nel 1938 Christiane, venticinquenne, capeggiava uno scavo archeologico, ed era la prima donna francese a farlo. Avrebbe poi, e giustamente, diretto il dipartimento delle antichità egizie del Louvre, anche perché, durante l’occupazione tedesca (e la Resistenza, a cui aveva partecipato), era riuscita a far portare quelle meraviglie nella zona liberata del Paese. Soprattutto, negli anni Sessanta, ha molto contribuito a salvare uno dei più evidenti patrimoni dell’umanità. Da situare in questo modo: siamo in Nubia (e ci rimaniamo, anche dopo lo spostamento di quel patrimonio fra il 1964 e il 1968), nel meridione dell’Egitto, a nord della seconda cateratta del Nilo, e a 125 metri al di sopra del livello del mare: quattro colossi di pietra rosata, alti 20 metri stanno orgogliosamente seduti, sono la coppia ripetuta e dominante del faraone Ramesse II (XIX dinastia, 1.297 – 1.213 a. C.) e di sua moglie Nefertari. Effigiano l’ingresso del Gran Tempio dedicato ad Amon-Ra e Harmakhis, ma l’intero sito ne comprende altri 14. In località Abu Simbel, 40 chilometri a nord del confine con il Sudan. Un’opera da vedere – o interpretare – così, come ha fatto l’espertissima Christiane Desroches: «È passata l’epoca degli dei inaccessibili, la facciata di Abu Simbel esprime, insieme, la grandezza del re-dio e la suprema presenza del suo charme captivant. Testimonianza di una civiltà dove l’uomo si era guadagnato un posto fondamentale lungo il suo percorso verso il divino». In aggiunta, quasi psicologica, viene sottolineata «la stupefacente presenza imposta da queste statue con gli occhi fissi, con una vita intensa, così vicina a noi…».

Intensamente arabo e nazionalsocialista, oltre che allergico a inglesi e francesi, il primo raìs dell’Egitto Gamal Abd el-Nasser si era impuntato, a metà degli anni Cinquanta, su due progetti che avevano a che fare con l’acqua: irrigare la valle del Nilo deviandone il corso attraverso una faraonica diga all’altezza della città di Assuan (a nordest di Abu Simbel) e padroneggiare da solo il Canale di Suez nazionalizzando la vecchia Compagnia anglo-francese che da quasi un secolo ne gestiva il traffico, i noli di passaggio, e i profitti derivati. Accadde allora che la maestà di pietra di Ramesse e Nefertari si trovò a rischio, dentro uno scontro a catena ideologico e di mercato. La diga e il lago artificiale annesso – che si chiama tuttora Lago Nasser – avrebbero sommerso l’intero sito, e costavano 1.300 milioni di dollari. Il raìs li chiese in prestito a inglesi e americani, e loro glieli rifiutarono. Lui reagì nazionalizzando la Compagnia del Canale (dove però gli americani non c’entravano), provocando l’intervento militare di Londra e Parigi (a cui si aggiunse, per ragioni sue, Israele), clamorosamente bloccato all’Onu dagli Stati Uniti. Era la “crisi di Suez”, estate-autunno 1956. La vittoria di Nasser comportava un bottino per l’Egitto (la proprietà esclusiva del Canale, i cui profitti dovevano servire anche da finanziamento alla diga) e un’eventuale perdita per l’umanità: i colossi e il loro «percorso verso il divino» sarebbero stati fatti annegare dentro il lago artificiale, un’opera di progresso, molto socialista. Anche perché, dal 1958, Nikita Krusciov si impegnava a fornire denaro sovietico: almeno un terzo della spesa totale, regalato, insieme a ogni tipo di assistenza tecnica. I lavori sarebbero stati terminati nel 1970, ed erano partiti dieci anni prima.

E allora si dimostrò, in quel 1960, quanto il cosiddetto sistema delle pubbliche relazioni acquisti in efficacia quando quelle relazioni diventano private, cioè scelte e autorevoli. Christiane Desroches organizzò personalmente lo scorrere dei contatti decisivi per salvare il faraone, la faraonessa, il loro ambiente sacro e le loro espressioni scolpite. Bisognava spostarli da lì, far migrare Abu Simbel ma di non molto, e soprattutto trovare molti soldi dell’umanità per poterlo fare. Christiane parlò all’Unesco, e l’Unesco le chiese di fare un’inventario. Fatto l’elenco, Christiane e l’Unesco passarono alla pubblicità, ai media: il caso di Ramesse e di Nefertari raddoppiati ed eternamente protettivi nel loro sensuale gigantismo affiatato, mise insieme 50 Paesi volonterosi e finanziatori. Christiane andò anche a parlare più volte con il ministro della Cultura di Nasser, il signor Sarwat Okasha (che ha trovato così un modo per salvarsi dall’anonimato della Storia) e l’accordo fu fatto. Il corpo centrale di Abu Simbel sarebbe stato smontato e poi rimesso in piedi così com’era un po’ più in alto, dirimpettaio al Lago Nasser.

Il resto del sito sarebbe stato in parte sommerso, ma in altra parte, non irrilevante, sarebbe stato dato a città e musei di alcuni dei Paesi che avevano sostanziosamente contribuito. Ed è la ragione per cui pezzi di memoria viva di Abu Simbel (porte di templi, fregi, statue) abitano oggi a Torino, Madrid, New York, Berlino, Leida. Lo smontaggio e la riacclimatazione sono durati vent’anni, dal 1964. E durante quel periodo, francesi ed egiziani, ai massimi livelli, non hanno perso l’occasione di scambiarsi gesti o espressioni abbastanza consone a un generico carattere nazionale. E così, un po’ di anni prima che il presidente Sadat regalasse, riconoscente, al Louvre il magnifico busto calcareo del faraone Akhenaton (o Amenofi IV), sembra che il generale de Gaulle avesse piazzato in faccia a Christiane questa domanda: «Signora, come mai lei ha promesso l’impegno della Francia nella salvezza dei templi, senza l’autorizzazione preventiva del mio governo?». Risposta: «Generale, come mai lei, nel suo storico appello radio alla Francia Libera, nel 1940, non ha chiesto l’autorizzazione al maresciallo Pétain?».

Brian Haw

(7 gennaio 1949 – 2 Giugno 2011)

Cittadino inglese, di Barking (cintura di Londra). Il più noto oppositore di piazza del Regno Unito. Oppositore stabile, che non tornava a casa dopo aver manifestato, se non per una normale cura di se stesso e per un po’ di riposo. Aveva 62 anni. È morto in Germania, dove si era fatto ricoverare per una cura molto difficile contro il cancro. Anche il New York Times gli ha dedicato un articolo.

Una figura sociale, solitaria, e classica nella vita quotidiana di Londra. Ma non scontata, se non altro per la sua tenacia e il radicalismo delle sue convinzioni. Non l’oratore di Hyde Park Corner, che improvvisa il suo speech, raccoglie la sua folla, e poi, insieme a lei, si disperde nella fine della giornata. Brian Haw è stato, per almeno una decina d’anni, “folla” inamovibile, davanti alla piazza del Parlamento di Westminster: a protestare, con modi e cartelli circostanziati, contro tutte le guerre – o meglio gli interventi in solido (con gli americani) – decise dalla Gran Bretagna. Esattamente dai governi britannici, spesso contro la volontà maggioritaria, e manifestante in piazza, del Regno. In questo senso, Brian è stato il rappresentante all’aria aperta (giorno e notte) di centinaia di miglia di pacifisti britannici. Viveva in quella piazza, «Parliament Square became his home», come ha scritto il New York Times.

Cristiano evangelico, con sette figli (e un divorzio dalla moglie nel 2003), era abituato a mobilitarsi da solo: all’inizio del nuovo secolo (e qualche mese prima dell’attacco alle Torri Gemelle) aveva sfilato a Belfast e a Phnom Penh, in Cambogia. Ma dieci anni, prima, a Londra, protestava contro le sanzioni decise dall’Onu per piegare Saddam Hussein (era il tempo della prima Guerra del Golfo e del Kuwait invaso). Scendeva in piazza per difendere «i bambini iracheni», vittime di quelle sanzioni. In un’intervista, sempre del New York Times, aveva esteso al suo modo di lottare il concetto di paternità: «Posso dare un bacio, ogni notte, ai miei figli uno per uno, ma lo sto anche facendo per tutti i bambini del mondo». Con il progressivo affratellamento militare fra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, e con la lunga leadership di Tony Blair, Brian Haw ha avuto a disposizione un bersaglio prolungato contro cui scagliarsi quotidianamente, sempre disarmato, e sempre stabile in quella piazza: l’Iraq, l’Afghanistan, e anche le bugie, o le omissioni, del governo dentro l’andamento di quelle guerre.
Su questo terreno (della verità pubblica, fondamentale nei Paesi anglosassoni) Brian ha rappresentato, a suo modo, la public opinion, quella che non si smuove, non molla. In fondo, la «voce della piazza», che spesso è vera. E non solo perché è spontanea. A Londra lo conoscevano naturalmente tutti e, durante i tour per stranieri, le guide gli passavano davanti volontariamente. Molti cittadini si erano abituati a portargli il caffè, dei sandwich, o altri generi di quotidiana necessità. Le lettere gli venivano spedite lì, all’indirizzo Parliament Square. E nel 2004 si era presentato alle elezioni, raccogliendo 298 voti.

Il termine «folklore» è equivoco. Spesso coincide con uno stato d’animo più che con un ruolo o uno spettacolo. E può riguardare più uno spettatore che l’attore (che comunque fa la parte che si è scelto, o gli assomiglia). Decidere di essere, e di restare, “folla” da solo, può avere esiti tutt’altro che pittoreschi. Si finisce, a volte, a riempire una piazza e a viverci senza mollarla. Al Cairo, per esempio.

Il quadro di questa settimana: «Night Watch», del pittore statunitense Philip Gladstone, acrilico, 2008.

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