“Sono scampato mesi fa all’inferno dorato della Ruota”

"Sono scampato mesi fa all’inferno dorato della Ruota"

Non mi vergogno ad ammetterlo, per un attimo ci avevo creduto. Avevo abboccato alle parole rassicuranti dell’organizzatore, all’atmosfera di amicizia e alla valanga di soldi che girano. Ingredienti che convincono tutti, o quasi.

Sono giovane, faccio un lavoro precario e non mi posso permettere neanche un affitto. Tutto inizia a febbraio. Sono a corto di soldi, come sempre. Giulio è un caro amico, ci conosciamo da tempo. Mi chiama, è affannato, dice: «Ti devo parlare, ma non al telefono». Ci incontriamo. Mi racconta della Ruota, mi spiega il meccanismo aiutandosi con dei disegni. Gli hanno appena proposto di entrare. «È facile, metto la quota – mi dice – sono cinquecento euro, poi basta trovare altre due persone, soltanto due, disposte anche loro a versare i soldi, e alla fine prendo quattro mila euro». Di quei due, uno sarei io. Mi gratto il capo, ci rifletto. 

È invitante, ma dov’è il trucco? «Non c’è – dice Giulio scuotendo la testa – è un meccanismo consolidato». Mi invita alla prima riunione, quella dove lui caccerà i quattrini, così posso farmi un’idea, ma prima di allontanarsi dal bar dove ci siamo rintanati mi intima di non farne parola con nessuno, soprattutto al telefono. Vado via con l’idea che mi solletica le dita. Cosa sono alla fine cinquecento euro se poi diventano quattro mila? Ne parlo con persone fidate, qualcuno sa fare i calcoli. Sono scettici. Vado su Google e non trovo quasi nulla, notizie generiche e un forum dove si parla di truffa.

Dopo qualche giorno squilla il cellulare, sms di Giulio. Ora e luogo per la mia prima riunione. Mi passa a prendere, siamo euforici. Davanti a una casa si fermano decine di macchine. Anche Bmw, Audi, qualche Mini. Incontro facce conosciute. Baci, abbracci. Alcuni non li vedevo da anni. Parlo con Claudio, si è laureato da poco. Mi racconta che è in semifinale, cioè tra poco inizierà a incassare. Gli chiedo se funziona. «Solo se hai le persone dietro, altrimenti non lo fare», risponde categorico. Prima che l’organizzatore inizi a spiegare torno fuori. Sigarette accese, qualcuno rolla uno spinello.

L’età media è trent’anni. Le ragazze sono in tiro, incontro un’altra vecchia conoscenza. «Anche tu!», esclama prima di darmi due baci sulle guance. Ci richiama all’ordine l’organizzatore, una specie di grande capo a cui tutti portano rispetto. Saremo circa cinquanta persone. Spiega con calma e pazienza come funziona il gioco. «Esiste da tanto tempo, in tempi di crisi l’hanno usato tutti, anche nel dopoguerra, è soltanto un modo come un altro per aiutarsi», dice. Poi attacca le banche, il sistema capitalistico, fa un discorso banale ma molto chiaro, di quelli che attirano le folle, e ribadisce: «Non c’è nessuna fregatura perché la cassa la farete voi quando arriverete in finale». Si fa serio: «Se entrate dovete impegnarvi a portare altre due persone, altrimenti non fatelo». Poi una persona racconta di aver ritirato la somma poco tempo prima. È sicuramente vero, ma come scoprirò più tardi, è una delle poche fortunate.

Poco dopo però i soldi li vedo girare veramente. Alcuni ritirano, altri versano, compreso Giulio. Ogni tanto mi sussurra all’orecchio, ci scambiamo opinioni. Gli dico senza remore di entrare, che poi entrerò anche io. La suggestione ha funzionato anche per me. Ma non a lungo.
Torno a casa, mi informo, spulcio il web, trovo pagine in inglese che spiegano a fondo il fenomeno. È chiaro, è una fregatura. O meglio, qualcuno i soldi li ritira, ma poi il sistema cresce a dismisura e crolla. È la piramide. Come posso essere stato così stupido, mi dico, i soldi non si moltiplicano per magia. Ma, prima di pensarlo, invito un altro amico, in previsione di partecipare. Mi dice di sì. Poi parla con la sua fidanzata, e mi dice no. Lei aveva aderito almeno tre anni fa a uno schema simile e aveva perso il denaro.

Vado a una seconda riunione. Mi domandano con insistenza se sono interessato veramente e, dato il mio disappunto, iniziano a guardarmi in modo strano. Non sento più quell’atmosfera di amicizia e affetto nei miei confronti di qualche settimana prima. Vedo persone di quaranta e cinquant’anni. Incontro Enrico, ci conosciamo per motivi di lavoro. Solito copione: «Anche tu qua!». Sì, rispondo, ma non voglio giocare, e consiglio anche a te di non farlo. Però io sono quello miope, che vede del marcio in tutto. Poco distante un gruppo di ragazze fanno progetti. Carpisco frammenti di conversazioni. Una vuole andare in vacanza, una moretta, la più previdente, pensa a chi inviterà. «Mamma e babbo – dice sicura – ma non li faccio venire alle riunioni, troppo rischioso, porto io i soldi». Hanno gli occhi che luccicano. Sono i soldi facili. Vado via masticando amaro. No, i quattrini non si possono moltiplicare, ma qualcuno ci casca sempre.