Vuoi fare causa al Fisco? Devi pagare una tassa

Vuoi fare causa al Fisco? Devi pagare una tassa

La manovra finanziaria estiva 2011 ha introdotto il «contributo unificato per le spese di giustizia anche nel processo tributario». In sostanza, il contribuente che vorrà impugnare davanti alla Commissione tributaria provinciale una pretesa del fisco ritenuta ingiusta – oppure che vorrà appellare davanti alla Commissione tributaria regionale una sentenza sfavorevole – dovrà pagare una vera e propria tassa d’ingresso iniqua, determinata per fasce di valore della controversia, in sostituzione delle previgenti più gestibili marche da bollo.

Innanzitutto, è assurdo lo scopo perseguito dal governo,  e cioè scoraggiare il contribuente dall’intraprendere il contenzioso tributario. La “Giustizia” infatti è un diritto inviolabile del cittadino e lo stato deve garantirla a qualunque costo, senza “prezzolarne” l’esercizio e senza scoraggiarne l’accesso, specialmente quando si tratta di resistere ad una pretesa (che si ritiene) ingiusta proveniente da una Pubblica Amministrazione. Ancora di più quando proviene da quella fiscale.

In questi casi infatti non si può scegliere (come nel caso dell’azione civile) se andare in giudizio. Infatti, per evitare che la pretesa diventi irrimediabilmente definitiva e inoppugnabile,  si è costretti a proporre ricorso al giudice. Di conseguenza, quando il contribuente si vede costretto a difendersi davanti alla Commissione tributaria contro l’Amministrazione finanziaria, oltre a sostenere il costo del professionista che lo assiste e a versare immediatamente un terzo dei maggiori tributi  con gli accertamenti immediatamente esecutivi, dovrà anche pagare (prima di cominciare) una tassa di accesso al processo, tanto più elevata quanto più alto è il valore della controversia.

Altro che scoraggiare la litigiosità fiscale dei contribuenti. In questo modo, infatti, il contenzioso tributario diventa un “lusso“, una prerogativa riservata ai soli contribuenti più ricchi e negata, di fatto, agli altri. Il che è a dir poco sconcertante. A parità di condizioni infatti, il nuovo balzello anticipato finirà per gravare in maniera maggiormente incisiva e pesante sui contribuenti economicamente più deboli. L’esercizio del diritto di difesa necessario per resistere alle pretese del fisco sarà così assai più difficoltoso per alcuni contribuenti rispetto ad altri. Si genereranno perciò inevitabili e pericolose situazioni discriminatorie.

Il processo tributario era molto più sostenibile con l’imposta di bollo (14,62 euro per ogni quattro facciate scritte o comunque per ogni cento righe scritte), che mediamente si manteneva entro un limite massimo di una decina di marche, con un costo non superiore a 146,20 euro. Con la nuova normativa invece, le controversie di valore fino a 25mila euro contano un contributo unificato inferiore a quella soglia. Sopra i 25mila euro, invece, il contributo sale a 250 euro fino ad arrivare addirittura ad 1.500 euro per quelle di valore oltre 200mila euro.

Nulla da dire se la litigiosità giudiziale dipendesse da una iniziativa unilaterale del contribuente. In materia tributaria si tratta però di una scelta obbligata per resistere a una pretesa immediatamente esecutiva proveniente dall’Amministrazione finanziaria che è il vero “attore” processuale in senso sostanziale e che è libera di determinarne il quantum. Il ché è ancor più grave ed aberrante se si considera che i suoi uffici periferici, titolari del potere di accertamento nei confronti del contribuenti, hanno un budget annuale da rispettare, debbono raggiungere un determinato quantitativo di recuperi impositivi e spartiscono al loro interno specifici incentivi calcolati sulle somme riscosse.

Tradotto in soldoni, significa che gli uffici finanziari, che avevano già tutto l’interesse a far lievitare quanto più possibile le pretese verso i contribuenti abusando spessissimo delle più varie e assurde presunzioni legali, adesso hanno un motivo in più per aumentare le loro pretese: esporre i contribuenti a pagare il «contributo unificato» che andrà ad incrementare a titolo definitivo ed anticipato le casse dello stato. Attingendo all’esperienza di un precedente già verificatosi, e considerata la mole di atti che annualmente arrivano ai giudici di ultima istanza, l’introduzione del contributo aggiuntivo di 168 euro per l’iscrizione a ruolo dei ricorsi davanti alla Corte di cassazione ha comportato per lo Stato un incasso approssimativo di 5 milioni di euro l’anno.

La materia tributaria sarà un terreno fertile, come è facile immaginare, per far germinare tante belle tasse di ingesso al processo tributario. Tasse che possono confidare sulla elevata propensione degli uffici finanziari a far lievitare le loro pretese, affidandosi alle numerose presunzioni legali o alle varie opportunità pseudo-induttive offerte dalla normativa fiscale e predisposte ad hoc da un legislatore eufemisticamente scellerato.

*Avvocato tributarista del foro di Macerata
Presidente del Movimento in difesa dei lavoratori autonomi  

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