Cari ricchi di Milano, perché non contribuite a migliorarla?

Cari ricchi di Milano, perché non contribuite a migliorarla?

Mettiamo che sia vero che i ricchi vogliono pagare di più. Un po’ in ritardo, ma mettiamo. Mettiamo anche che un’occasione così straordinaria e imperdibile, nessuno la voglia cogliere. Governo in primis. Mettiamo che a un certo momento quelli che non sono ricchi e che assistono a questo balletto un po’ surreale si sentano un po’ presi per i fondelli. A quel punto – e ci siamo abbastanza vicini – la frittata sarebbe fatta e la ricongiunzione “democratica” tra categorie sociali così diverse per sempre inapplicabile.

La storia dei ricchi che incalzano ottusi governanti perché si prendano i loro averi, ricorda, sotto altri sentimenti e con altri obiettivi, le incredibili peripezie di Arturo Schwarz, critico d’arte e grande mecenate, che per anni tentò invano di donare (gratuitamente) all’Italia la sua meravigliosa collezione. Alla fine di inenarrabili fatiche, ormai esausto, Schwarz smise di combattere e dirottò quel meraviglioso patrimonio di bellezza al museo di Gerusalemme.

In tutta sincerità, al momento non ci pare di vedere questo grandissimo impegno da parte dei nostri superbenestanti, almeno non come si richiederebbe a dei professionisti che un bel giorno hanno deciso di introdurre – nel complicato rapporto tra cittadino e politica – il concetto di etica. Introdurre il concetto di etica significa anche farsi carico delle debolezze altrui (dei governi) e provvedere alla bisogna (se davvero il fine ultimo è la redistribuzione dei capitali o l’equità sociale).

Prendiamo il caso di Milano. Qui siamo di fronte al caso più eclatante di cecità sociale. Restiamo per un momento ai soli numeri, che sono già di per sé clamorosi: a Milano pagheranno il famigerato «contributo di solidarietà» solo 38.440 persone su poco meno di un milione di dichiarazioni. E in tutta Italia 494.838. È uno scandalo? Sì, è uno scandalo. Vuol dire che nella nostra Milano, la città produttiva, la città dell’eccellenza, la città del fare, la città delle professioni, «Milano che banche, che cambi», ecco in questa nostra capitale morale sopra i novantamila euro c’è giusto un grumo ristrettissimo di eroi metropolitani. Tutti gli altri sotto, capite?, nessuno dichiara una mazza, tutti evadono, tutti cercano la scorciatoia ai limiti, se non oltre la legge.

Una città collocata su una montagna di niente non sopravviverà neanche a se stessa. È questo il momento di agire, se i ricchi vogliono agire. La storia che i soldi nessuno li vuole non tiene, e sarebbe ora di smettere il lamento e passare all’azione. Modi ce ne sono, uno in particolare: contribuire allo sviluppo della città. Sviluppo artistico, architettonico, urbanistico, sociale. Le opzioni sono ampie, scegliere non sarà difficile.

Prendiamo i due ricchi per eccellenza di Milano: Berlusconi e (i) Moratti. Cosa hanno fatto di concreto per la città, per i suoi residenti, per la sopravvivenza di qualcosa che sta morendo? Nulla, assolutamente nulla. Se per ogni milione speso per Inter o Milan, ne avessero destinato appena la metà alla riqualificazione di un’area, al restauro di una fontana, alla creazione di un giardino, di un asilo, di un teatro, o di millanta altre operazioni socialmente utili, oggi avremmo una città ugualmente disordinata ma con più cuore e con più cose belle di cui godere. Vi sembra poco?

Milano è piena di gente che ha grosse disponibilità economiche. Una parte non le vuole condividere, e che quella se la porti il vento, ma l’altra come intende muoversi per mantenere in equilibrio la propria coscienza di buon cittadino e di buon ricco? È arrivato anche il momento di fare buone azioni alla luce del sole, con tanto di nome e cognome stampato sul cantiere di un restauro, pazienza se qualcuno la vorrà considerare beneficenza sociale, non ci sarà da vergognarsi. Qualcuno potrebbe obiettare alcunché, se mai un riccastro di città decidesse a sue spese di creare da zero un museo d’arte moderna e contemporanea degno di questo nome?
(Da questo punto di vista, Milano è purissimo sottoscala).