Dopo Togliatti gli ex comunisti non hanno più avuto idee

Dopo Togliatti gli ex comunisti non hanno più avuto idee

Non ci sarà nessun dirigente del Pd, neppure fra quelli che vengono dal filone post-comunista, che celebrerà domani l’anniversario della morte di Togliatti, il 21 agosto del ’64 a Yalta. La rimozione della figura del capo comunista è uno degli esempi di cancellazione della memoria che ha fatto la sinistra dopo l’89. Solo nei giorni scorsi se ne è riparlato a proposito di un suo giudizio tranciante su De Gasperi che il suo stesso biografo, Giuseppe Vacca, autore anche di studi eccellenti su Antonio Gramsci, ha portato alla luce. Eppure non c’è dubbio che buona parte della cultura politica anche della sinistra post comunista trova le sue radici nel pensiero di quello che gli avversari, più che i sostenitori, definirono “il Migliore”.

La vicenda politica di Togliatti è la summa delle contraddizioni del movimento comunista italiano. Intellettuale di grande profondità, amico di Gramsci e anche suo censore quando il fondatore dell’ “Ordine Nuovo” criticò lo stalinismo, è stato a lungo considerato dagli storici il massimo interprete della politica staliniana fra le due guerre. Anche la sorte di tanti antifascisti e comunisti caduti nelle maglie del regime sovietico si giocò senza che da lui sia mai venuta una parola di comprensione e un gesto di dissociazione dal potere sovietico. Molti storici hanno considerato questo aspetto della sua biografia come prevalente dimenticando però come dallo stesso Togliatti sia venuta l’elaborazione più avanzata del giudizio sul fascismo definito come “regime reazionario di massa”, approccio che consentì di capire il legame fra la dittatura e il popolo.

Questa metodologia nella lettura delle contraddizioni dell’avversario ispirò gran parte del realismo comunista anche nel dopo guerra. E fu questa la stagione in cui si dispiegò l’egemonia togliattiana sul comunismo italiano. In estrema sintesi furono sue le scelte più significative che portarono il Pci ad essere il punto di riferimento principale dell’opposizione. La più nota fu denominata “via italiana al socialismo” non solo per sottolineare il distacco dal modello rivoluzionario del comunismo internazionale ma soprattutto perché metteva al centro il tema della democrazia politica come orizzonte della battaglia della sinistra. Da qui venne la scelta del partito di massa e non di quadri e soprattutto l’attenzione sia al ceto medio – Ceti medi e Emilia rossa, fu uno dei suoi testi più famosi – ma soprattutto quell’idea di riconciliazione politica fra avversari, fino all’amnistia verso i fascisti nell’immediato dopoguerra, che ritroveremo nel compromesso storico berlingueriano.

Palmiro Togliatti sulla copertina di Time
Edizione straordinaria dell’Unità il giorno dell’attentato a Togliatti
Anche l’attenzione al mondo cattolico segnò la rottura con la tradizione ateistica e anticlericale del vecchio mondo socialista fino al tentativo di far convergere il comunismo italiano con quel “cattolicesimo sofferto” che si confrontava con il rischio della guerra nucleare. Nel dopoguerra Togliatti mantenne il suo rapporto con l’Urss come asse della sua visione anche se si rifiutò di tornare a Mosca a capo del Cominform come Stalin voleva, e la Direzione del Pci autorizzò, forse temendo di non sopravvivere a un nuovo soggiorno moscovita. Alcuni storici militanti attribuiscono a lui, generosamente, un’idea di autonomia dal Pcus che in verità non è dimostrabile anche se è vero che nel memoriale di Yalta, che scrisse prima di morire colpito da un ictus, la presa di distanza dai due colossi del comunismo, quello sovietico e quello cinese, era assai marcata. Anche la destalinizzazione lo vide in una posizione contraddittoria, critico ex post del dittatore ma anche critico della riduzione del suo potere a “culto della personalità” come emergeva dal tremendo rapporto kruscioviano al XX congresso.

Le contraddizioni del togliattismo, contrastato da sinistra come “traditore” della vocazione rivoluzionaria e dai laicisti come artefice dell’approvazione dell’art.7 della Costituzione, ne hanno fatto una figura ingombrante della sinistra così carica di un passato oscuro, gli anni di Mosca, e così debitrice di una moderna cultura politica nella costruzione del partito comunista più originale fra quelli non al potere. Questa costruzione fu innanzitutto una architettura culturale che si fondò sulla diffusione degli scritti di Gramsci che tuttora costituiscono i testi più significativi della cultura politica italiana. L’egemonia sugli intellettuali e la chiusura burocratica verso coloro che fra questi dissentivano, basti pensare alla rottura con Elio Vittorini e a tutta la diaspora del ’56, dopo che la ferocia dei carri armati sovietici repressero la grande rivoluzione democratica ungherese, ha costituito il lascito più forte che la stagione togliattiana ha consegnato ai suoi eredi.

Questo breve sommario dei punti forti del mito del capo comunista conferma l’impressione che sia la strategia delle alleanze, sia la rottura del dogma operaista, sia l’apertura al mondo cattolico, sia la ricerca costante di un compromesso con l’avversario possano essere considerate le idee guida che tuttora costituiscono la dote culturale dei suoi eredi che si rifiutano ormai di celebrarlo. La sinistra di origine comunista dopo Togliatti non ha elaborato alcuna nuova idea. Anche Berlinguer si mosse entro le coordinate inventate dal suo illustre predecessore. Il tributo al togliattismo, soprattutto nella corrente dalemiana e in quella “migliorista” meno in quella veltroniana, è sopravvissuto anche nella stagione del post comunismo soprattutto nella visione delle alleanze, del dialogo con il cattolicesimo politico, nell’ondeggiamento verso il berlusconismo volta a volta considerato come cenacolo di populismo con cui alternare momenti di scontro e tentativi di accomodamento strategico.

Insomma Togliatti non è morto culturalmente. Per alcuni questo è un limite di coloro che sciolsero il Pci. La pensano così soprattutto quelle forze di ispirazione socialista con cui Togliatti e il togliattismo ebbero solo occasioni di scontro e che accusarono il leader del Pci di essere attento esclusivamente al mondo cattolico e protagonista di un radicale tentativo di soppiantare la tradizione socialista. Gli eredi invece tacciono, così accade che si tengano addosso l’etichetta di essere corresponsabili delle sue scelte più discusse senza godere del vantaggio delle sue visioni più lungimiranti. I più giovani non conoscono questa storia e ne sono estranei ma se vogliono capire quello che accade nella sinistra di oggi da qui devono partire.

Funerali di Togliatti
Manifesto del Pci

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