In un giro di valzer la Russia di Putin censura internet

In un giro di valzer la Russia di Putin censura internet

Sulle prime, le motivazioni addotte dal ministro dell’interno moscovita sulla necessità di monitorare su internet i gusti culturali dei giovani potrebbero addirittura far sorridere. «I giovani russi hanno dimenticato le vecchie canzoni d’amore, i valzer, tutto quello che ci ha unito, il nostro passato e le nostre radici» ha detto oggi Rashid Nurgaliev, un tradizionalista convinto che prima di fare il ministro nel governo Medveded è stato anche un alto ufficiale del KGB.

Che anche il lupo della steppa perda il pelo ma non il vizio? Chi lo sa. Ma dietro l’apparente romanticismo di queste dichiarazioni si nasconde, secondo i blogger di Santa Madre Russia un malcelato tentativo da parte del governo di incrementare i controlli e le ingerenze sul web, sulla falsariga delle rigide restrizioni già imposte alla rete dalle vicine autorità cinesi.

Il motivo sarebbe quello di troncare sul nascere la diffusione di possibili rivolte, nello stile della Primavera Araba, per le quali la rete è stata al tempo stesso un catalizzatore e una cassa di risonanza dal potenziale incredibile. E le parole utilizzate da Nurgaliev sembrerebbero dar loro ragione.

Secondo il ministro dell’interno russo i giovani avrebbero bisogno di essere sorvegliati per evitare che «strane idee», diffuse in particolar modo attraverso la musica, mettano a rischio i valori fondanti della tradizione russa. «Mi sembra che siano maturi i tempi per un monitoraggio nel Paese per scoprire cosa stanno ascoltando, cosa stanno leggendo, cosa stanno guardando». Ecco perché «È necessario preparare una serie di misure per limitare l’attività di certe risorse di internet senza violare la libertà di scambio di informazione», ha dichiarato il ministro, senza però specificare in che modo per il governo intenda realizzare entrambe le cose, ovvero incrementare i controlli senza violare le libertà dei singoli utenti.

Quella della rete come una sorta di Far West in cui mettere ordine con il pugno di ferro è una visione che ha contagiato molte nazioni, anche al di qua dell’ex-cortina di ferro. Se il paragone con la vituperata delibera (poi modificata in corsa) dell’Agcom è un po’ tirata per i capelli, di sicuro il ministro Nurgaliev ha il suo degno controcanto occidentale nel premier francese Nicolas Sarkozy, che più volte ha dichiarato come regolamentare Internet sia un imperativo morale per il governo transalpino.

È tuttavia curioso che la querelle sulla regolamentazione della rete esploda proprio nel paese in cui il primo ministro Dimitri Medvedev non perde occasione per mostrare la sua dimestichezza con l’iPad e il profilo Twitter, per i quali nutre una passione smodata.

Eppure, più o meno un mese fa, anche Aleksandr Bortnikov, il capo dell’FSB (il servizi russi che hanno raccolto il testimone del famigerato KGB sovietico), aveva chiesto che tutti gli operatori di telefonia mobile in Russia fornissero ai servizi di sicurezza nazionali i codici cifrati necessari a sorvegliare le conversazioni sulle loro reti. Secco il “niet” del Dimitri 2.0, che aveva bollato le considerazioni sulla sicurezza informatica di Bortnikov come semplici opinioni personali. Ora che a rilanciare sulla “necessità” di monitorare il web è addirittura un ministro del suo governo, però, per Medvedev sarà più difficile bollare dichiarazioni del genere come parole in libertà.

Nel paese, intanto, celebre negli ambienti web per sfornare alcuni dei più temibili talenti dell’hacking, il popolo di Internet si scatena, e a poche ore delle dichiarazioni ministeriali la rabbia rimbalza di tastiera in tastiera. Ironica consolazione per il ministro Nurgaliev: se temeva che i giovani russi perdessero la memoria della tradizione, questi gli dimostrano di non aver perso affatto la passione per le rivoluzioni. Almeno per quelle fatte a colpi di mouse.
 

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