L’Italia è in dissolvenza e Bossi si rifugia nella Padania libera

L’Italia è in dissolvenza e Bossi si rifugia nella Padania libera

“In politica chiedi l’impossibile se vuoi qualcosa”. Il brocardo del Professor Miglio, morto da dieci anni, torna d’attualità, come pure la sua soluzione costituzionale delle tre “Macroregioni” (Padania, Centronia e Mediterranea) come via d’uscita dalla crisi del Paese. O almeno lo ritorna ad essere per la Lega in affanno e per un Bossi profondamente colpito dalle dimensioni sconsolanti del quadro economico e reduce della feroce battaglia nel governo sull’entità e la distribuzione dei tagli nella pesante manovra d’agosto.

Per il vecchio leader del Carroccio (così lo si è colto nel comizio di Ferragosto in quel di Pontedilegno) la libera Padania a lungo vagheggiata e promessa non è più il risultato vincente di una antica e tenace azione politica, ma quasi la soluzione di riserva, un piano B sul quale ritirarsi, dopo aver fatto i conti con «la realtà che ha preso il treno ed è venuta a trovarci» sancendo in sostanza «la fine dell’Italia».

Perché il Nord (inteso come Piemonte, Lombardia e Veneto) è abbastanza unito nei suoi caratteri e nelle sue aspettative, mentre al Sud sono «separati tra loro, si trattano come cani e gatti» e quindi, purtroppo, incapaci di individuare un destino comune.

E se pure la Bce si è comportata questa volta abbastanza bene, aiutando quel «poveraccio di Tremonti» a piazzare i Btp, altrimenti non può più pagare scuola e sanità, l’Europa ci uccideva economicamente se non si metteva mano alla scure, anche se i tagli non li voleva fare nessuno.

Secondo la sua immaginifica ricostruzione, per Bossi si pagano i prezzi dell’errore storico compiuto per la seconda volta. Come appena dopo l’Unità d’Italia i Savoia imposero una moneta forte che ammazzò le industrie del Sud precipitandolo nella miseria e costringendolo all’emigrazione, così la scelta di entrare a tutti i costi nella moneta forte dell’Euro ha messo in difficoltà l’economia produttiva anche del Nord, oltretutto priva di ogni forma di protezionismo rispetto alla globalizzazione e al campo libero lasciato alla Cina e altre economie emergenti.

Con l’enorme debito pubblico ereditato dalla Prima Repubblica e la pressione dei mercati la via della manovra dolorosa ma ineluttabile andava costruita in un giusto compromesso che spalmasse i sacrifici in maniera equilibrata. E così Bossi può presentare al suo popolo come unico successo la difesa testarda e per ora positiva delle pensioni di anzianità, anche «se continueranno a chiederci di tagliarle, come ha fatto in Consiglio dei Ministri e su spinta di Bankitalia quel nano di Venezia rompicoglioni (Brunetta)».

Ma perché le pensioni invece dei tagli agli enti locali dove si annida ormai il potere diffuso del Carroccio e viene crescendo una giovane generazione di amministratori che si candida come classe dirigente alternativa ? «Era un problema di coscienza – risponde Bossi – ai Comuni si avrà tempo per pensarci più avanti, ma se c’era qualcosa da salvare erano i poveri che hanno duramente lavorato una vita e che ci campano delle sole pensioni». In altre parole la Lega si è dimostrata fedele alla sua vocazione di “sindacato del territorio” dove non può essere lasciato indietro nessuno. E se pure il movimento raccoglie in percentuale più militanza e partecipazione tra i giovani, non può dimenticare gli anziani, secondo quella realtà della provincia profonda, dove regge ancora (e forse in forme rinnovate) quel rapporto solidale tra le generazioni che invece appare completamente saltato nelle metropoli e nella civiltà urbana.

D’altronde il “partito del contado” sembra aver confusamente capito che la sua sopravvivenza e un’eventuale ripresa passa per l’accentuazione della sua natura popolare (se non popolana) con la rappresentanza reale dei deboli in una società già trasformata nella difesa dei “nuovi poveri”, nella tutela dei “penultimi” esposti sia alla perdita progressiva del potere d’acquisto che, soprattutto nelle sterminate periferie, alle risacche dell’immigrazione clandestina. E anche sulle donne, l’innalzamento dell’età a 65 anni è uno sbaglio che occorre contrastare. «Ho ceduto solo all’ultimo – rivela Bossi – ma a partire dal 2016, perché in dialetto lombardo il sedici identifica il sedere e chissà che alle nostre donne porti fortuna…».

È comunque un partito dilaniato dalle lotte intestine (e sui palchi dei tanti comizi che accompagnano la difficile estate di Bossi i vuoti e i pieni delle rispettive nomenklature ne sono la visibile rappresentazione) che sottovoce mugugna per la linea del Capo. «Fa bene Maroni – è la mediazione del leader – a chiedere al Parlamento di far saltare i tagli ai Comuni, ma c’è gente nostra che ragiona come i terroni: lo Stato ci deve dare… Ma lo Stato ci deve dare la libertà, poi ci pensiamo noi a sviluppare l’economia dal basso, perché l’assistenzialismo fa male al Nord come al Sud».

E dunque, pur con un governo rafforzato dall’emergenza e dalla mancanza di alternative («Silvio regge, Tremonti non salta»), lo scenario del futuro appare per il fiuto politico di Bossi quasi malinconico: che il Paese non ce la fa, si avvia a una inevitabile dissoluzione e la “Padania libera” arriverà per forza, ma soltanto come sottoprodotto quasi non voluto di una generale sconfitta…

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