Ora sulla Libia l’Italia non si limiti a seguire

Ora sulla Libia l'Italia non si limiti a seguire

L’entrata a Tripoli delle truppe anti-governative sembra annunciare una svolta conclusiva nella guerra civile scoppiata in Libia lo scorso 17 febbraio. Gli ultimi appelli lanciati dal Colonnello ai suoi fedelissimi per organizzare una strenua resistenza nella capitale lasciano però presagire che l’ultima battaglia, quella per la capitale, sarà combattuta fino alla fine. Se è possibile che a Tripoli si ripeta su scala più ampia uno spargimento di sangue simile a quello di Misurata, la vera incertezza è sul futuro della Libia libera: al di là della guerra, per l’estrema indeterminatezza politica, la crisi libica non pare affatto prossima alla conclusione.

La caduta di Gheddafi, nonostante le dichiarazioni contraddittorie, è stato fin dall’inizio il vero (e solo) obiettivo dei rivoltosi e dei loro alleati internazionali, ma proprio la caduta del dittatore ormai prossima non pare affatto fare chiarezza su chi abbia vinto la guerra. La fine della guerra porrà sul tappeto almeno tre questioni di non facile soluzione: come si potrà realizzare in concreto la tanto auspicata riconciliazione tra i libici, tra chi ha combattuto il dittatore e chi lo ha sostenuto fino all’ultimo? Quale sarà il percorso di ricostruzione politica e istituzionale per una nuova Libia democratica, posto che la Jamahiriya finirà insieme alla caduta del suo fondatore e ideologo? Come si potranno integrare le diverse anime che, a tratti anche molto distanti tra loro, animano il Ctn, il Consiglio nazionale di transizione?

Fino a oggi i vertici del Ctn hanno rilasciato dichiarazioni piuttosto generiche, assicurando che le prime misure adottate saranno l’adozione di una costituzione democratica sottoposta a referendum popolare e poi l’indizione di libere elezioni. Probabilmente il primo e vero nodo che verrà al pettine sarà quello della connotazione confessionale o laica del nuovo governo e delle nuove istituzioni libiche con un confronto tra forze islamiste e laiche che riproporrà un confronto in atto anche in Tunisia e in Egitto, ma che in Libia proprio a causa della guerra, potrebbe assumere connotati molto più radicali e conflittuali. La stessa uccisione del generale Younes, qualche tempo fa, è stata sicuramente un regolamento di conti tra le diverse anime delle forze anti-governative che secondo alcune fonti indicherebbe un rafforzamento della fazione più radicale, quella di stampo islamista vicina ai Fratelli musulmani egiziani, perché proprio il generale era sempre stato uno dei maggiori oppositori degli islamisti.

Ci sarà poi da risolvere la questione delle afferenze tribali che fino a oggi sono state mascherate sotto l’insegna della nuova società civile libica, ma che caratterizzano in modo significativo anche le forze anti-governative e non solo il regime di Gheddafi. Infine una rivolta alimentatasi con la progressiva defezione di sempre più numerosi uomini del regime che sono passati alle file delle forze anti-governative implica di per sé una forte continuità con il passato che non sarà facile da spezzare, né tanto meno da accettare per chi invece ha combattuto contro il regime senza mai averlo sostenuto o aver partecipato dei suoi benefici.

I problemi che si porranno nel tentativo di stabilizzare la Libia post-Gheddafi testimoniano meglio di ogni altro argomento l’inefficienza (oltre alla irragionevolezza) dell’opzione militare come prima scelta per risolvere la crisi Libia. Una simile considerazione testimonia una volta in più l’incapacità dell’Europa di operare concretamente per stabilizzare il Mediterraneo, a differenza di quel che è riuscita a fare nel Europa dell’Est dopo la caduta del blocco sovietico. Una Libia distrutta e a pezzi come è quella che sta uscendo dalla guerra civile non può che generare instabilità a livello regionale, pesando negativamente sui processi di transizione alla democrazia in corso in Tunisia e in modo particolare in Egitto dove la tensione con Israele sta montando di giorno in giorno.

La decisione del nostro governo di accogliere a Milano il primo ministro del Consiglio nazionale transitorio libico, Mahmud Jibril, lascia intendere un’iniziativa politica dell’Italia per la Libia post-Gheddafi. Dopo l’assenza imbarazzante del nostro paese dalla discussione politica sulla crisi libica e dopo la decisione sciagurata di partecipare attivamente alla guerra bombardando la nostra ex colonia, il nostro governo attanagliato dalla crisi economica avrà la capacità e l’audacia di riproporsi alla guida di una iniziativa politica per la soluzione della crisi libica come sarebbe stato logico fare fin dall’inizio?

*Docente in Storia dell’Africa, Università di Pavia

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