Pd, Pdl e Lega sono tutti esauriti

Pd, Pdl e Lega sono tutti esauriti

Cosa accadrà alla fine della seconda Repubblica? Non è facile prevederlo, ma alcune cose sono sicure. I progetti politici espressi in questi vent’anni non sono più adeguati. Occorre qualcosa di diverso, anche perché il quadro mondiale, con la crisi economica del 2008, è cambiato in modo radicale, mostrando che l’ideologia del “capitalismo tecno-nichilista”, come la definisce Mauro Magatti, preside di sociologia all’Università Cattolica di Milano, è finita. Linkiesta lo ha sentito, per una conversazione a tutto campo sulla situazione socio-politica dell’Italia di oggi.

Cominciamo dall’alto, dal governo. Il destino dell’Italia è un governo tecnico?
Un passaggio di questo genere vorrebbe dire la chiusura dell’età berlusconiana, e la riorganizzazione di tutto il sistema politico. Una soluzione che nella maggioranza non vuole nessuno. Certo, però, che dopo vent’anni di seconda repubblica, i progetti politici di modernizzazione che si sono consumati, cioè il Pd e il Pdl più la Lega, sono esauriti. Definire quale forma di governo sarà scelta, non è facile. Dipende da tante cose, dagli attori politici, ad esempio, che sono molti. Insomma, non è prevedibile.

Ma è auspicabile, secondo lei?
Sicuramente ci sarà una fase in cui si dovranno affrontare i problemi, come all’inizio degli anni ’90. Non si può dire come. Quello che è certo è che cambieranno molte cose.

E quali?
È una situazione in cui si dovrà andare oltre i tatticismi politici. Cambieranno i progetti di modernizzazione, che dovranno mettere in discussione una serie di categorie ancora molto in voga. Ad esempio l’idea del liberismo del centrodestra, o dello stato del centrosinistra. E poi si dovranno affrontare i problemi seri, come la spesa pubblica, che è un buco nero attuato solo per gestire il consenso, e definisce un’economia di marginalità. Si dovrà ridurre la burocrazia dello Stato, e ampliare il quadro della società.

Si può tracciare un’agenda politica?
Sì, ma prima di deve tener conto del nuovo contesto mondiale. Si può parlare di “seconda globalizzazione”: gli equilibri mondiali saranno tutti a favore dei nuovi paesi emergenti, i Bric. Non si può non tenerne conto. E poi cambierà anche lo spirito della globalizzazione, che non sarà più incentrata sulla mobilitazione individualistica, che ormai non dà più risultati. Ma su un contesto più incentrato sulla società.

E l’Italia?
In Italia, come nel resto del mondo, occorre formulare un patto nuovo, ma nuovo davvero. I soggetti saranno le imprese, che vanno considerate e legittimate, e definite nel quadro dello Stato, altro punto di riferimento. Attenzione, però. Si tratta di uno Stato che sappia essere un’entità in grado di assumere un ruolo centrale e importante: deve saper fornire un comportamento sintetico di tutte le istanze. E poi, di certo, ne va asciugato tutto il lato burocratico. Infine, il terzo anello del nuovo patto sarà la società civile, cui spetta un contributo fondamentale in termini di intelligenza, energie e idee. Non potrà più limitarsi a rivendicare diritti o chiedere protezione, perché è da qui che parte il rinnovamento. Ma, in tutto questo, la cosa più importante è un’altra.

E quale?
La nuova classe politica deve capire che, nella seconda globalizzazione, si dovranno mettere in campo risorse anche di tipo morale.

Morale?
Sì. Si passa solo di qui per un nuovo modo di stare insieme come nazione. Anche per affrontare i problemi del Paese. Il rapporto Nord-Sud, ad esempio, va letto in questo modo. Lo dico da lombardo, sia chiaro, ma senza la retorica leghista: non ci sarà trasferimento dal Nord al Sud che sarà benefico finché sussisteranno alcune condizioni. La criminalità, prima di tutto. Ma anche tutto un modo di vivere che vede lo Stato solo come burocrazia. Insomma, occorrono i sacrifici, parola antica, per interessi più alti del proprio particolare, in nome di una moralità fondata anche su un obiettivo comune.

E poi cos’altro dovrà fare?
La cosa necessaria: definire un progetto comune. Come mai la Germania funziona? È il risultato di uno sforzo collettivo per una missione comune, quale è stata la riunificazione. Ecco, anche per noi occorre un progetto di senso che valga per tutto il Paese: esprime un significato per le proprie azioni e permette di definire un ruolo nella globalizzazione.

Ma andrà cercato nella società o creato dalla nuova classe dirigente?
Non lo deve certo inventare, il nuovo progetto: si deve agire “sturzianamente”. Ossia ascoltare la società, cogliere le idee e dare spazio a energie che già ci sono. I due progetti di modernizzazione degli ultimi vent’anni sono falliti proprio perché non colgono più gli elementi vitali del Paese. Erano entrambi dei derivati del Psi: Berlusconi, più liberista e incentrato sull’economia, è fallito. D’Alema, e poi Veltroni, che hanno elaborato il lato più culturale del progetto di Craxi, hanno creato un’alternativa importante, ma minoritaria.

E quindi chi resta?
La questione si apre sul mondo cattolico. Che è ampio, variegato, e che negli ultimi vent’anni si è molto indebolito. Del resto, è la più grande radice culturale del Paese (ce ne sono altre, come il socialismo e il liberalismo, ma il cattolicesimo è quella più importante). Ha saputo dare il meglio di sé quando è stata capace di assumere la responsabilità di tradurre la sua storia in un progetto forte, che sapeva aggregare, aldilà dei confini.

Al momento, però, non sembra che sia così.
No, certo, al momento no. Ma potrebbe diventarlo: è la radice più importante, e quella che potrebbe riuscire ad esprimersi in un progetto di futuro. Che al contempo non tradisca la sua storia e che però la sappia superare. Insomma, diventare, per il futuro del Paese la traduzione moderna di sé stessa, per fornire un senso e anche un’idea di futuro. Adesso, davanti a noi c’è solo un muro. È drammatico.

Nel quadro degli ultimi trent’anni, lei ha definito il capitalismo come un fenomeno tecno-nichilista, che faceva della distruzione di tutte le ideologie il punto forte della ricerca del benessere individuale. Un modo di vivere che, secondo lei, è destinato a esaurirsi a causa della crisi economica. Quanto è stata toccata l’Italia da questo fenomeno?
Pochissimo. O meglio, siamo stati tecno-piccoli, e nichilisti-grandi. Nel senso che non c’è stata nessuna razionalizzazione capitalistica: pseudo-capitalismo, e pseudo-privatizzazioni. La spesa pubblica consentiva di navigare a vista, e non ci sono stati investimenti. In questo modo lo stato è rimasto una macchina ingombrante che gestiva i flussi di denaro secondo dinamiche di interesse politico.

Però nichilisti-grandi, ha detto.
Sì, al contempo, si è perso ogni senso: si è verificata l’inconsistenza di qualunque significato e valore, dove tutto poteva indicare il contrario. In questo, e si torna da dove avevamo cominciato, il maestro assoluto è stato Silvio Berlusconi, con la sua macchina di sogni.