Sapessi come è strano incontrare un Mieli di lotta a Cortina

Sapessi come è strano incontrare un Mieli di lotta a Cortina

A CortinaIncontra è spuntato un Paolo Mieli aggressivo e polemico. Un Paolo Mieli sferzante. Il Paolo Mieli che non ti aspetti. I presente ci inviano alcuni virgolettati, che non possiamo esimerci dal riportare, visto che dopo tutto parliamo dell’ex (2 volte) direttore del Corriere della Sera, oggi presidente di Rcs Libri. Non sembra tanto interessato ai libri, Mieli, da quel che ci arriva da Cortina. Si racconta che abbia detto questo:
«Sta per crollare tutto». «Va venduto tutto (esclusi Colosseo – allarme bomba nel frattempo a Roma, per dire le coincidenze – e Partenone), solo così potremmo eliminare la burocrazia corrotta e l’inefficienza di questo Paese». Gelo in sala quando Mieli decide di tuffarsi in un bagno di sincerità: «Sono un elettore convinto del centrosinistra ed ho “schierato” il mio giornale in favore di quella coalizione, ricevendo peraltro le caute proteste di una parte di lettori. Dico però che Berlusconi è davvero al governo dal 2001 – la parentesi degli otto mesi nel 1994 non conta. Quindi mi tocca lagnarmi dei guai di casa mia, faccio sempre così anche quando mi occupo di storia». «Voglio dare un consiglio ai politici di centrodestra: se non avete il coraggio di dire in pubblico ciò che andate ripetendo in privato, tacete per cortesia. La gente vi apprezzerebbe di più». «Mi muovo sui mezzi pubblici da anni, i Milanesi lo sanno, e desidero che lo facciano tutti i politici. Corro lo stesso rischio io, occorre sobrietà». «La Polverini che usa l’elicottero per recarsi alla Sagra del peperoncino (ma poi dice di averlo pagato di tasca propria)? Sappia che – a breve – quegli elicotteri glieli abbatteranno coi bazooka i cittadini stufi».Alfano invece «deve saper dire di no, almeno una volta, a Silvio Berlusconi. Divenire segretari di partito per partenogesi è una cosa da paese sovietico, non funziona nella democrazie. Anche il Cav. gli sarebbe grato, se solo si mostrasse indipendente».Bordata per la nuova generazione di magistrati premiati dall’elettorato (De Magistris, Emiliano, Carofiglio: solo per citarne alcuni): «Ho grande rispetto della politica, ma sono un giornalista che si è impegnato a non entrare in politica. Non sono come quei magistrati che prima esercitano e poi si buttano in politica, magari nella stessa città». Cita poi Indro Montanelli che rifiutò addirittura il posto di senatore a vita che chiunque avrebbe accettato, elevandosi come non ci saremmo mai aspettati: «non mescolarsi, non chiedere prebende e non contrattare niente con la politica».Grandi accuse (ma la promessa non era quella del divieto di antipolitica?) all’attuale classe dirigente, i cui atteggiamenti «meritano vendetta», giacché vent’anni fa «prendemmo l’impegno che l’Italia avrebbe eliminato il malaffare dal propria storia».
Sulla Rai. «Quel che accade è una degenerazione di quel che accadeva nella Prima Repubblica. I più bravi sono quelli che vanno a lavorare in aziende molto meno importanti ma riconducibili ad un unico decisore (per esempio a La7, dove operano Franco Bernabè o Giovanni Stella, persone che si prendono le loro responsabilità, premiano e puniscono sulla base del lavoro svolto).Poi si tratta dell’attualità calda, «il fatto che un bravo manager come Ruffini – aggiunge l’ex direttore del Corsera – prenda e sia costretto ad andare dalla Rai a lavorare per un editore privato molto minore, dovrebbe dirci tante cose dell’emittente. Che, cioè, il clima è guasto e la soluzione non è cercare di sanare il clima mettendoci i buoni, ma prendere e sbaraccare tutto. Via! A volte si dice: “Non tutte e tre le reti”, io invece dico: “Tutte e tre ai privati”». Mieli, composto sulla poltrona, urla e sorride all’applauso del pubblico ampezzano.Quanto alla scadenza elettorale prossima ventura, nessuna sorpresa. Dureranno «fino al 2013», poi «il centrodestra perderà le elezioni, ma non vedo un vincitore all’orizzonte, neppure altrove». Colpa sempre del Cav. che «si sta facendo gli affari suoi e questo è un peccato vero – bordata – bravissimo comunque e complimenti alle sue aziende». Sua anche la responsabilità per gli strappi con Fini e Casini («è un vizio del premier fare fuori chi ha inventato politicamente») e sua la responsabilità di «averci parlato in prima persona, fino a dieci giorni fa, di programmi di riduzione delle tasse». Tanto da vaticinare che «la pagheremo cara».Gioco della torre finale, ma Mieli non si sbottona: «fosse per me butterei sempre tutti». E per tutti s’intendono: «Fini (salvo Bocchino), Prodi (salvo Bersani), Tremonti (salvo Letta senior), De Magistris (salva la Iervolino), Formigoni (salva la Polverini), Santanché (salva la Mussolini), Colaninno (salvo Bernabè)». Rivelazione: non butta mai le donne giù per policy, «ma per la Marcegaglia farò un’eccezione e salvo Montezemolo». Fuochi d’artificio per il pubblico dei vacanzieri, in chiusura arriva pure il colpo secco: Mora o Minetti? «Butto Mora perché è donna».Insomma, un MIeli di lotta. Con un occhio al governo, naturalmente. (da un report de L’Agente mormora)

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