Bpm approva la nuova governance

Bpm approva la nuova governance

Aggiornamento ore 21.53

Bpm ha approvato a larga maggioranza la nuova governance. In Piazza Meda via libera dunque al sistema duale, che vedrà affiancarsi un consiglio di sorveglianza e un consiglio di gestione, un modello già adottato, tra gli altri, da Intesa Sanpaolo e A2a. Dopo un cda durato cinque ore, è stata dunque ratificata la bozza delineata dal prof. Umberto Bocchino, che prevede un consiglio di sorveglianza composto da 17 consiglieri più due espressi dalla Fondazione Cari Alessandria e Credit Mutuel, a cui spetterà il compito di nominare il consiglio di gestione, composto da cinque membri, tra cui il presidente e il consigliere delegato, che potrà ricoprire anche il ruolo di direttore generale. Le liste, che dovranno essere presentate entro la prima metà di ottobre, potranno essere formate da 300 soci, da rappresentanti di almeno lo 0,5% del capitale, e dai fondi. L’appuntamento è per il prossimo 22 ottobre, quando saranno formalizzate le nomine e si capirà chi, tra Matteo Arpe e Andrea Bonomi, avrà la meglio. Disco verde anche all’aumento di capitale da 800 milioni di euro, inferiore agli 1,2 miliardi previsti nell’ultimo cda prima dell’estate. Bpm ha seguito le indicazioni di Palazzo Koch, evitando il rischio di venire commissariata, ma la partita è lungi dall’essere conclusa, e nessuno, in primis il presidente Massimo Ponzellini, può ancora tirare un sospiro di sollievo. 

Bpm, il giorno della verità si avvicina. Oggi pomeriggio il consiglio della Banca presieduta da Massimo Ponzellini dovrebbe pronunciarsi sul nuovo statuto. Il nodo è antico: il ruolo dei sindacati interni, che in Bpm pesano e gestiscono. Per questo, si discute di uno statuto “duale”, con la gestione separata dalla sorveglianza e affidata a manager. Sul tavolo gira da settimane un nome: quello di Matteo Arpe. Con sè ha la forte moral suasion di Banca d’Italia, in costante pressing sulla Banca di Ponzellini, da un lato, e su Arpe stesso dall’altra. Per Bpm Palazzo Koch continua a chiedere uno statuto “da banca”, con i sindacati nel solo consiglio di sorveglianza e criteri di efficienza e di mercato nella gestione. In tal senso, la possibile (probabile) uscita di scena di Ponzellini – banchiere-politico legato a Tremonti e alla Lega Nord – è solo un tassello: importante, ma certo non di per sè sufficiente. Nei confronti di Arpe, poi, il sostegno di Palazzo Koch sarebbe pieno e riconfermato anche nelle ultime ore, anche adesso che – o proprio perchè – in campo è sceso l’imprenditore Andrea Bonomi, appoggiato da Mediobanca che guida il consorzio di garanzia per l’aumento di capitale. 

L’aumento di capitale, già. Arpe – “nato” in Mediobanca, cresciuto in Capitalia e oggi alla guida di Sator, da lui fondata – avrebbe una disponibilità all’investimento di 200 milioni. Costituirebbero la base per un aumento di capitale prossimo al miliardo, che dovrebbe poi avvenire sul mercato. I sostenitori del piano-Arpe richiamano il passato: la buona fama di cui gode sui mercati internazionali potrebbe aiutare a reperire il capitale che serve anche in un momento difficilissimo come questo. Bonomi, di contro, sarebbe pronto ad un investimento inferiore – ricostruzioni di stampa lo quantificano nel 10% del totale. Essendo l’aumento di capitale prossimo al milione, dunque, Bonomi potrebbe mettere sul piatto 100 milioni.

Ma Bonomi, se il piatto piange, potrebbe avere un’arma in più: una strategia decisamente più morbida coi sindacati interni, con l’associazione Amici della Bpm e con il potente direttore generale Enzo Chiesa. Arpe – decisionista e convinto che per il bene di Bpm la banca debba essere rivoltata – da un lato vorrebbe andare verso una drastica applicazione del principio del duale, marginalizzando in modo significativo il ruolo dei sindacati. Un duale che assomiglia molto a quello proposto da Marcello Messori, consigliere di Sator, su richiesta dei sindacati nazionali che appoggiano Arpe. Dall’altro, poi, Arpe vorrebbe mani libere: con se stesso come amministratore delegato e plenipotenziario. Soluzione che naturalmente non piace al direttore generale Enzo Chiesa. La proposta di Bonomi è assai più morbida su entrambi i fronti: la sua società finanziaria entrerebbe nel modello cooperativo vigente, e garantirebbe proprio a Chiesa il ruolo di amministratore delegato, mentre Bonomi prenderebbe il posto di Ponzellini come presidente. 

Lo statuto in corso di approvazione proprio, peraltro, prevede che il il consigliere delegato può ricoprire anche la carica di direttore generale e sembra insomma ritagliati sulla figura di Chiesa, che entrerebbe ai vertici del consiglio di gestione e manterrebbe le attuali deleghe operative. Nello schema che sembra emergere, dunque, dovrebbe cedere il passo Ponzellini, entrare Bonomi e uscire di scena Arpe, che tutto vuole fuorché recedere rispetto alle condizioni poste all’inizio.

È la soluzione migliore? Forse no. Sicuramente, non scongiura il rischio di un commissariamento per una banca sempre nell’occhio del ciclone. Se le cose andranno così, di certo, si potrà registrare una sconfitta finale per la gestione di Mario Draghi, ormai avviato verso la Bce. Il suo mandato, peraltro, era iniziato con l’acquisizione di Capitalia da parte di Unicredit, e con l’estromissione di Arpe dal circuito bancario che conta. Alla fine del mandato, per riallacciare i fili tra questa Bpm e il mercato, lo stesso Governatore aveva puntato proprio su Arpe: un riconoscimento tardivo che, al momento, trova sulla sua strada nemici piuttosto combattivi.