“Padano, paga e taci”: parola di Umberto Bossi

“Padano, paga e taci”: parola di Umberto Bossi

Scena 1, paga e taci. “Paga somaro lombardo” e “Lumbard tas!” erano due slogan con cui il movimento leghista ai suoi esordi descriveva la condizione dei lombardi, cittadini di una regione gallina dalle uova d’oro da cui lo Stato centrale estraeva un’enormità di risorse per finanziare un’Italia corrotta, inefficiente e troppo vorace. La soluzione per uscire da questa condizione di subalternità era chiaramente “più lontani da Roma, più vicini all’Europa”. Parliamo della fine degli anni Settanta e degli anni Ottanta. Ancora negli anni Novanta comparivano i manifesti con “Colonialismo terrone, Alt!” e la “Rivolta fiscale” per la “lotta di liberazione” da una condizione in cui il Nord veniva spremuto per alimentare “Sprechi, falsi invalidi, assistenzialismo e mafie” nel Sud.

Scena 2, paga e taci, ancamò. È il 2011 e la “Lega Nord per l’indipendenza della Padania”, questo il nome per esteso del partito guidato da Bossi, governa due grandi regioni del Nord esprimendone i rispettivi presidenti (Veneto e Piemonte) e pesa molto nella più grande (la Lombardia), dove conta sulla vicepresidenza e cinque assessorati tra cui la sanità e l’urbanistica. Ma soprattutto, nonostante i risultati un po’ deludenti dell’ultima tornata di amministrative, la Lega governa in innumerevoli enti locali delle regioni del Nord, compresa l’Emilia Romagna.

Se il governo del territorio è importante per qualunque partito, per la Lega è naturalmente decisivo: è lì, molto di più che non sui media e nelle clientele più tipiche d’altre latitudini, che la Lega costruisce il suo consenso, con un capillare lavoro politico e buona amministrazione, fatta di rapporti fitti e quotidiani con i cittadini, verso i quali mostra una disponibilità non sempre riscontrabile da parte di altri partiti.
Solo che la Lega governa anche a Roma. Certo, come partito di minoranza, ma pur sempre influente e decisivo per le sorti del governo. Nelle strette della crisi economica, il governo si trova a varare una travagliata manovra correttiva di oltre 50 miliardi di euro.

Diversamente da quanto ci si potesse aspettare, circa due terzi del valore della manovra è composto sul fronte delle entrate, solo un terzo dai tagli. Il problema – visto da Nord – è che quando si parla di entrate si parla di un ulteriore aggravio per quei soggetti che le tasse le pagano già. Ogni studio, ogni stima, ogni rilevazione empirica ci dice che quei soggetti sono largamente concentrati in Alta Italia e, segnatamente, proprio in Lombardia, in Veneto e in Emilia Romagna. L’aumento dell’Iva darà maggiore gettito non solo laddove genericamente si consuma un po’ di più, ma laddove si staccano molti più scontrini. Non in Calabria, dunque. Il contributo straordinario per i redditi superiori a 300mila euro darà maggiore gettito non solo dove gli imponibili sono più elevati, ma dove gli imponibili sono più veritieri.

Ancora, non in Calabria: basta prendersi i dati forniti in merito da Il Sole 24 ORE di lunedì scorso e moltiplicare l’importo medio per il numero di contribuenti con imponibile sopra la soglia per scoprire – questo Il Sole non lo dice – che il 40,8% di quel gettito sarà prelevato in Lombardia, una regione che conta il 16% degli abitanti e il 20% del Pil italiano. Di questo nessuno pare accorgersene.

Sul fronte dei risparmi, invece, c’è una voce che contribuirà più di tutte le altre: i tagli ai trasferimenti agli enti locali, circa 18 miliardi di riduzione. Qui il problema – visto da Nord – è che quando si parla di tagli alla spesa un conto è operare in contesti amministrativi in cui abbondano sprechi e inefficienze, altro in contesti in cui i tassi di spreco sono bassi o quasi irrilevanti. I primi sono prevalentemente concentrati nel Mezzogiorno, i secondi nel Nord. Tagliare fondi per il trasporto pubblico all’ATM di Milano che è una società in pareggio e tutto sommato capace di garantire un buon servizio è cosa assai più complicata che tagliarli all’Atac o alla Cotral di Roma che sono società in deficit e che hanno cumulato debiti non lontani dal miliardo di euro. Nel primo caso si taglia il servizio, si riducono gli investimenti e si aumenta il biglietto, nel secondo si può (o si potrebbe) tagliare qualche spreco.

Di questo secondo aspetto della manovra, invece, alcuni Sindaci si sono ben accorti. Non avrebbero potuto non accorgersene. Tanto più quei Sindaci, così numerosi al Nord, che avrebbero anche risorse da spendere, ma che devono restare congelate sui conti per evitare che il Paese (non i loro Comuni) sfori il Patto di Stabilità. Come dire: voi Comuni virtuosi mettete fieno in cascina che altrimenti gli sprechi dei vostri colleghi dissestati ci fanno saltare i conti nazionali.
Come altri, ad accorgersi del problema, anche i Sindaci di Varese Attilio Fontana e di Verona Flavio Tosi, amministratori leghisti di primissimo livello, che avevano garantito (il primo, peraltro anche in qualità di Presidente dell’ANCI Lombardia, l’associazione dei Comuni) la loro partecipazione alla manifestazione di protesta programmata da tutti i Sindaci italiani.

Risultato: la Lega riunisce i suoi vertici e il Segretario sentenzia che i suoi Sindaci hanno tempo da perdere, imponendogli di non partecipare alla manifestazione, evidentemente per non disturbare le manovre “romane” del partito.
Insomma, questa volta a gridare al Nord “Lumbard tas!” e “Paga somaro lombardo” sono i lumbard “romanizzati” della Lega. Cortocircuito della cadrega?
A cosa serve la Lega oggi? Ci sembra a poco o a nulla. Serve qualcuno disposto a impugnare nuovamente la bandiera del Nord. A sinistra come di consueto dormono.

Gabrio Casati

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