BRUXELLES – Mentre il mondo si concentra sugli sviluppi in Libia, le diplomazie europee al momento hanno un altro rompicapo: la spinosa questione del riconoscimento dello Stato palestinese, che il prossimo 20 settembre approda all’Assemblea generale dell’Onu su richiesta della leadership guidata da Mahmoud Abbas.
Ne parlano in queste ore a Sopot, in Polonia, i ministri degli Esteri dell’Ue. Tanto per cambiare, l’Unione Europea è divisa, anche se una cosa accomuna un po’ tutti: il senso d’impazienza per il nuovo, drammatico stallo dei negoziati tra israeliani e palestinesi, dopo le speranze aperte quasi esattamente un anno fa. «Siamo uniti sulla questione più importante – ha detto l’Alto rappresentante Ue per la politica Estera Catherine Ashton – e cioè che i colloqui devono ripartire». Per l’Europa la partita è cruciale, visto anche al ritrovato ruolo nel mondo arabo dopo l’intervento in Libia.
Il Brasile e vari altri stati dell’America Latina hanno già rotto gli indugi e riconosciuto lo Stato di Palestina. La stessa Ue, un anno fa, aveva approvato una risoluzione in cui diceva sì, in linea di principio, al riconoscimento, «quando appropriato», ma solo in parallelo al progresso dei negoziati di pace e respingendo una soluzione unilaterale.
Adesso, invece, l’ipotesi di una risposta affermativa al riconoscimento sta prendendo piede tra vari paesi dell’Unione, vi è già un drappello di paesi Ue pronti a votare a favore all’Assemblea Generale dell’Onu: quasi sicuri sono Belgio, Cipro, Grecia, Irlanda, Malta, Portogallo, Svezia e, fuori dall’Ue, la Norvegia.
L’idea di un riconoscimento, però, piace anche ad attori molto più importanti: la Gran Bretagna e soprattutto la Francia. Solo due giorni fa il presidente francese Nicolas Sarkozy, ha esortato l’Ue a una posizione comune. «Insieme – ha detto – dobbiamo assumerci le nostre responsabilità. La Francia prenderà le sue iniziative, noi vogliamo l’unità dell’Europa». A maggio lo stesso capo dell’Eliseo aveva preannunciato che in autunno, in assenza di progressi, la Francia si sarebbe «assunta le sue responsabilità».
Tra chi, però, non ci sente sul fronte del via libera al riconoscimento unilaterale c’è la Germania – vincolata per ragioni storiche a particolare prudenza quando si parla di Israele – l’Olanda, la Repubblica Ceca, e l’Italia. In primavera, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha dichiarato che l’Italia è disposta a riconoscere all’Autorità palestinese una piena rappresentanza diplomatica. Oltre, però, Roma non vuole andare. E non stupisce, vista la svolta nettamente filo-israeliana assunta dal governo Berlusconi. Lo stesso Cavaliere, incontrando a giugno a Roma l’omologo israeliano Netanyahu, è stato chiaro: «Non crediamo – ha detto – che una soluzione unilaterale possa aiutare la pace, né da parte palestinese, né da parte israeliana». Roma, come Berlino, vuole insomma che il riconoscimento sia esito di un negoziato.
Per la povera Ashton il compito di trovare un compromesso per una bozza di risoluzione comune dell’Ue a New York è piuttosto arduo. Invano ha cercato, nelle scorse settimane, di convincere Abbas a rinviare la richiesta di riconoscimento all’Assemblea Onu – richiesta già seccamente respinta a luglio dal presidente palestinese. Adesso dovrà trovare una qualche forma di linea comune per cercare di evitare una spaccatura troppo plateale. Tra le ipotesi di compromesso spicca, riferiscono varie fonti, la possibilità di ampliare lo status dei palestinesi all’Onu, senza però arrivare al riconoscimento pieno. Il modello è quello di cui gode il Vaticano: non è membro effettivo dell’Assemblea, può però assistervi e gode di numerosi diritti simili a quelli dei membri.
«Sarebbe un modo per salvaguardare l’unità dei 27 – ci dice un diplomatico di un paese contrario al riconoscimento – e di dare un segnale forte di incoraggiamento ai palestinesi e un pungolo per gli israeliani, senza però arrivare a pericolose soluzioni unilaterali». Se non si riuscirà a trovare un consenso neppure su questo, sarebbe un duro colpo per le ritrovate aspirazioni dell’Ue di importante player nel Medio Oriente. La partita resterebbe saldamente in mano agli Usa.