Tifare troppo per un partito è perdere la capacità critica

Tifare troppo per un partito è perdere la capacità critica

Domande sparse sul senso di appartenenza (politica): essendo il Giro della Padania una delle più evidenti pirlate degli ultimi anni, il medio elettore leghista si sente un pirla lui medesimo? Ancora: quando Bossi, Calderoli e altri amici di pianura evocano tuoni, fulmini e scorregge, il medio elettore leghista è financo inorgoglito da questa deriva gastrica o avverte un seppur minimo senso di malessere? Per cambiare partito, pur senza cambiare argomento: quando Pier Luigi Bersani si arrampica notevolmente sulla vicenda Penati, dopo averlo scelto come primissimo uomo di fiducia, il medio elettore democratico si interroga sulla scarsa lucidità del segretario o preferisce attestarsi su una linea meno problematica e più difensiva? Per finire con Di Pietro: la ripetuta scelta di soggetti imbarazzanti, che regolarmente abbandonano l’Idv per accasarsi altrove, scalfisce appena un po’ il mito del buon poliziotto o il medio elettore dipietrino (dipietresco?) continua a vivere nel mito di Mani Pulite? E così via per tutte le formazioni politiche, sino ad arrivare a Berlusconi che pur avendone fatte di tutti i colori e per tutti i gusti, per anni è stato uno splendido caso di totale identificazione con i suoi elettori.

Diversamente dal passato, oggi non è chiaro cosa muova la passione politica dei cittadini e, soprattutto, cosa ne sviluppi la capacità critica. Potremmo forse dire il senso etico, ma è un principio che applicato all’Italia assume i tratti di una nebulosa. Se così fosse, se davvero così fosse, gli esempi che vi abbiamo appena illustrato dovrebbero determinare larghi spostamenti di consenso, che peraltro non risultano, o comunque in maniera non così evidente. La cristallizzazione della lotta politica di questi ultimi vent’anni ha prodotto un sensibile inaridimento delle nostre coscienze, che ormai non contemplano più le sfumature (anche di casa propria), ma si concentrano unicamente sul grosso dello scontro, insomma sul Berlusconi vivo o morto. Prendiamo i giovani. A loro tocca larga parte della nostra modernità e anche del nostro futuro, ma potremmo serenamente scommettere un paio di euro sull’autonomia intellettuale dei nostri venti-trentenni?

Quando si parla di politica, quando si discute di politica, c’è un’assoluta disabitudine al confronto, votati come siamo alla rabbia per aver perso ogni fiducia in questa classe dirigente. Per cui, valgono unicamente gli atteggiamenti difensivi: il mio orto politico è onesto e biodinamico, il tuo inesorabilmente sporco e inquinato. C’è zero propensione a essere intransigenti (anche) con la parte che più sentiamo vicina a noi, come nella paura che mettendo a fuoco qualcosa che non va, si possa fare unicamente il gioco dell’avversario. E invece è vero esattamente il contrario. Sotto questo cielo, la destra è straordinariamente votata alla rimozione d’ogni magagna, avendo costruito su un uomo solo, su un leader unico, il suo progetto politico. Per cui è del tutto conseguente che gli innumerevoli replicanti berlusconiani ribadiscano ogni volta la bontà d’ogni gesto, di ogni azione, anche di ogni vergogna attribuibile al Capo. Finito il Capo, crollerà il palazzo e dunque meglio la conservazione purchessia.

Ma la sinistra che non ha leader carismatico (è un bene, è un male?) e che vive – deve vivere – di idee, di sentimenti, di slanci, di passioni, perché non ha la forza interiore per criticarsi, perché non guarda anche in casa propria? Sul caso Penati, a buoi ultra scappati, siamo arrivati a una faticosissima sospensione. E siamo anche al punto che qualche giorno fa, quando Matteo Renzi ha riproposto le primarie con la sua solita baldanza, Rosy Bindi gli ha risposto, molto piccata, che a norma di regolamento se voleva partecipare alla gloriosa competizione avrebbe dovuto dimettersi dal Pd. Ma si può regolare in termini così sbrigativi, antipatici e intellettualmente volgari un argomento così delicato, sangue e carne di tutti noi cittadini, momento di intensità democratica senza pari, che ha permesso, ad esempio, di avere un sindaco come Giuliano Pisapia che proprio alle primarie sconfisse il pregevole Boeri, candidato ufficiale del Pd?

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