Cosa sarebbe il mondo senza Jobs?

Cosa sarebbe il mondo senza Jobs?

Racconta l’Herald Tribune che l’anno scorso, poche settimane prima di lanciare l’iPad, Steve Jobs fece vedere la sua ultima creazione a un gruppo selezionato di giornalisti. Uno di loro chiese a Jobs quale società di ricerche di mercato avesse consultato per arrivare a concepire un prodotto simile. «Nessuna», rispose Jobs: «non è affare dei consumatori sapere quello che vogliono».

In quella risposta c’è tutto Jobs, la sua arroganza, la sua aggressività, il suo intuito inimitabile nel capire l’evoluzione della tecnologia e quel rapporto intimo che gli strumenti di comunicazione instaurano direttamente con il nostro cervello, i nostri istinti, i tratti profondi della nostra personalità. Nel caso dell’iPad le ricerche di mercato dicevano che i consumatori desideravano un tablet governabile con uno stick di plastica. Lui aveva abbandonato questa ipotesi già da molti anni e aveva optato per un tablet che si sfoglia dolcemente con un polpastrello. Il 17 gennaio, quando il fondatore di Apple decise di prendersi il suo terzo periodo di riposo per malattia, i giornali americani cominciarono a chiedersi che cosa sarebbe stata una Apple senza Jobs. Oggi, con le notizie funeste che filtrano sul suo stato di salute, viene da chiedersi come sarebbe il mondo della tecnologia digitale senza di lui, se davvero non dovesse tornare a occuparsi della sua azienda.

Per oltre trent’anni Jobs ha guidato la rivoluzione digitale cogliendone più di ogni altro l’essenza profonda, interpretando i computer come uno strumento umanistico, in grado di modificare molti aspetti della nostra vita e della cultura collettiva. Jobs era già un rivoluzionario a 22 anni, nel 1977, quando lanciò l’Apple II, il primo personal computer di successo, di cui furono venduti decine di milioni di esemplari. Ma quel computer era stato disegnato dal suo socio Steve Wozniak, che presto divenne una figura di secondo piano nell’azienda. Fu il Macintosh, lanciato nel 1984, il primo computer targato Steve Jobs, un risultato ottenuto aggregando tecnologie esistenti ma fino a quel momento inutilizzate. Un rudimentale mouse e le finestre a oggetti erano state mostrate in pubblico già nel 1968, in una storica presentazione a San Francisco, da Douglas Engelbart, dello Stanford Research Institute, e poi sviluppati allo Xerox Parc senza che nessuno capisse come sfruttare a livello commerciale quelle stravaganti diavolerie tecnologiche. Utilizzando le tecnologie del Parc, Jobs lanciò il Macintosh, il primo computer facile da usare, dove per la prima volta i files diventavano oggetti che si spostano con una manina controllata dal mouse. E inserì questo software in un manufatto dal design innovativo, che si accendeva con un suono gradevole e una faccetta spiritosa che dava il benvenuto all’utente. Molti ancora espongono in casa il Macintosh Classic, perfettamente funzionante, considerandolo un oggetto di culto.

Ma il momento d’oro di Jobs è stato il decennio appena concluso, nel corso del quale il capo della Apple ha centrato una serie di successi che hanno radicalmente rivoluzionato interi settori commerciali. Nel 2001 ha presentato prima l’iTunes e poi l’iPod, Nel 2007 l’iPhone, nel 2010 l’iPad. I primi due hanno cambiato il modo di ascoltare la musica e hanno creato la piattaforma per la vendita della musica in rete, che ancora oggi Apple controlla per il 90 per cento. Con iPhone ha trasformato il telefono in un computer portatile che ogni giorno moltiplica le sue funzioni grazie alle applicazioni (ormai 300 mila) che la comunità dei softwaristi mette a disposizione dei clienti Apple. E poi è arrivato l’iPad, che non solo ha bloccato la crescita del mercato dei netbook, ma ha aperto una nuova prospettiva al futuro dei giornali cartacei, la cui crisi nel primo decennio del secolo sembrava inarrestabile.

Il primato di Jobs è ormai indiscusso. La sua Apple è ormai la prima azienda tecnologica al mondo, con una capitalizzazione di 285 miliardi di dollari: il valore di un’azione, dalla fine del 2000 a oggi, è cresciuto di 43 volte. Da allora Jobs ha venduto 280 milioni di iPod, oltre a 12 miliardi di brani musicali e sette miliardi di applicazioni attraverso il negozio di iTunes. In soli quattro anni ha venduto 74 milioni di iPhones e in meno di un anno quasi 15 milioni di esemplari di iPad. Nel 2001, quando la Apple era in crisi e lui decise di aprire i primi negozi monomarca, fu deriso. Ora i negozi sono 320 nel mondo, e sono spesso – come accade a New York, all’incrocio tra la Quinta Avenue e la 59esima strada – luoghi di pellegrinaggio dei suoi fan.

Gli oggetti che Jobs produce si trasformano in oggetti di culto, vengono esibiti come status symbol, diventano improvvisamente indispensabili. Le scelte di Jobs hanno lastricato la strada della tecnologia digitale, imponendo ritmo e strategia a tutti gli altri. Anche gli avversari riconoscono di doverlo continuamente rincorrere. Quando uscì il Macintosh, anche Microsoft cominciò a progettare un sistema operativo a finestre, e alla fine del 1985 uscì la prima versione di Windows. Sulla scia dell’iPod sono stati prodotti decine di modelli di lettori di musica. L’iPhone ha provocato un effetto analogo tanto che anche l’Android progettato da Google segue la strada tracciata dalla Apple. Per l’iPad il fenomeno è in corso: l’arrivo sul mercato di numerosi tablet è atteso per la primavera e l’autunno e si sa già che saranno tutte imitazioni del prodotto Apple.

Alcuni hanno paragonato Jobs a Thomas Edison e Henry Ford. Nessuno dei due fu un pioniere nel suo settore. Il primo non inventò l’elettricità, né il secondo inventò l’auto. Ma entrambi ebbero il genio di aggregare le tecnologie esistenti per raggiungere moltitudini di persone. Esattamente come ha fatto Steve Jobs, con la sua capacità di cogliere le innovazioni tecnologiche che pullulavano nella Silicon Valley, acquisirle, imitarle, migliorarle, aggregarle in prodotti che prima non esistevano sapendo che sarebbero diventati indispensabili ai consumatori, anche se questi non lo sapevano ancora.  Non si deve pensare che l’evoluzione della tecnologia sia un processo deterministico. Non lo è affatto. La sua evoluzione dipende dalla genialità degli uomini che trasformano le scoperte scientifiche in strumenti utili alla nostra vita. Non è neanche detto che sia sempre la tecnologia migliore a vincere. Il Vhs, lo standard che negli anni Ottanta ebbe la meglio contro il Betamax dopo un’aspra battaglia, era probabilmente il peggiore dei due. Le tecnologie che si sono imposte nel nucleare, il Pwr e il Bwr, secondo molti esperti non sono le migliori tecnologie possibili, ma solo quelle che hanno prevalso sui mercati internazionali grazie alla forza delle aziende madri, la Westinghouse e la General Electric.

Negli anni Ottanta Jobs ha avuto vita difficile nei confronti del rivale Bill Gates. Il software della Apple era certamente superiore, ma la sua strategia chiusa, la sua volontà di non concedere l’uso del software ad altri produttori, il suo desiderio di continuare a essere contemporaneamente un’azienda di software e di hardware, fu sconfitta dall’apertura di Bill Gates che consentiva a tutti i produttori di hardware di usare il suo sistema operativo. La scelta di Jobs ha per molti anni relegato la Apple in un angolo del mercato, che per lungo tempo non ha superato il 3 per cento dei consumatori.
In quegli anni difficili Jobs dovette abbandonare la Apple. Sviluppò altri prodotti all’esterno ma poi dovette tornare nel 1996 per salvare un’azienda che stava affogando. La sua strategia non era cambiata, e alla fine ha avuto successo. In una conferenza alla Stanford University, nel 2005, ha detto: «Non restate intrappolati nei dogmi, non lasciate che il rumore di fondo delle opinioni degli altri sommergano la vostra voce interiore».Il fondatore di Apple – insieme visionario, innovatore, commerciante e rock star – si è sempre mosso nel solco della migliore cultura high tech americana, che considera le tecnologie digitali prolungamenti del corpo e strumenti per “aumentare l’intelligenza individuale e collettiva”.

La sua prossima scommessa è la televisione. Ancora non esiste uno strumento che faccia convergere il piccolo schermo e il web. Forse le tecnologie non sono ancora mature, forse la larga banda non è ancora abbastanza potente e diffusa. Ma è convinzione diffusa che presto quel momento arriverà e questa è la grande sfida su cui Jobs si sta esercitando da diversi anni. Se non dovesse tornare al lavoro, come alcune indiscrezioni fanno temere, ci si domanda chi sarà a sciogliere questo enigma. E quando qualcuno colpirà nel segno ci chiederemo: chissà che cosa sarebbe uscito dal cappello di Steve Jobs.

Articolo pubblicato il 18 febbraio 2011.