“Dopo Silvio non servono uomini della provvidenza”

“Dopo Silvio non servono uomini della provvidenza”

Bruno Tabacci c’era quando crollava la prima Repubblica. Oggi, mentre la seconda mostra il suo volto finale e più cupo, fa l’assessore al Bilancio a Milano, e sta in una posizione centrale nella giunta guidata dal sindaco Giuliano Pisapia. Conversare con lui dei problemi e delle opportunità di Milano e del “modello-Pisapia”, che vede coinvolto in pieno un moderato di scuola Dc come lui, significa, per forza di cose, usare il grandangolo. Bisogna insomma partire dal declino di un leader come Silvio Berlusconi e della sua stagione, che Bruno Tabacci ha vissuto fin dall’inizio.

Domanda obbligata, per iniziare, dalle circostanze: e se Berlusconi regge fino a fine legislatura, come promette – e minaccia – ogni settimana?

Berlusconi regge? Può darsi, il problema è che reggere vuol dire fare pagare un prezzo incalcolabile al paese. Così, un parlamento di nominati continua a rispondere a chi lo ha nominato, come ha ben detto anche il capo dello Stato. E a pagare il prezzo è l’Italia. Perchè per stare in Europa si deve camminare alla velocità della Germania: e chi sta sui mercati deve poter contare su riforme strutturali, visto che non si può più svalutare, come ai tempi della lira. Da queste stesse osservazioni, peraltro, discendono anche le recenti richieste di Confindustria, che non sempre – per la verità – ha sollecitato in questo modo il governo. Intanto, il conto che dobbiamo pagare a Berlusconi asserragliato nel suo bunker è ogni giorno più salato: e perfino la vicenda di Bankitalia lo dimostra. Quando nel 2005 si cambiò lo statuto, togliendo la nomina a vita di cui aveva beneficiato Antonio Fazio, si voleva stabilire una volta per tutte la profonda autonomia di Banca d’Italia dalla politica. Lo stesso iter che coinvolge in ruoli decisivi il Consiglio superiore di Bankitalia e il Presidente della Repubblica certifica questa volontà. E invece abbiamo visto la successione a Draghi diventare oggetto di una contrattazione e di una penosa mediazione tra i gruppi della maggioranza

Guardiamo avanti. Se Berlusconi sta “finendo”, lascerà comunque molti orfani politici. Chi sono?

In tantissimi hanno votato Berlusconi pensando che fosse molto altro. Anch’io sono entrato in parlamento nel 2001 con la coalizione che lo sosteneva, ma quasi subito mi sono allontanato per le leggi ad personam che venivano continuamente proposte e approvate. Quello che convinse tanti, dopo tutto, era un sogno liberale, una visione di grandi riforme che liberassero energie nel paese e ricchezza diffusa. Berlusconi ha tradito tutti questi intendimenti: ci ha indebolito e impoverito; sul terreno economico non ha espresso alcun liberalismo, anzi; in campo internazionale ha costituito un asse che ci affianca a campione delle libertà, come Putin e il Kazakistan. Anche nella gestione di questa crisi economica, il governo ha dato una sensazione di grande sciatteria e superficialità. Basta ricordare tutti i proclami di qualche anno fa: “la crisi non esiste”; “siamo un modelli per i grandi del mondo, tutti ci copiano”. A distanza di 3 anni, possiamo dire che mentre i tedeschi hanno azzerato gli effetti della crisi, i francesi hanno un saldo negativo dello 0,8% rispetto a prima della crisi, gli spagnoli del 3%, mentre la nostra ricchezza è calata del 5.3 per cento. Anche negli anni ‘80 abbiamo fatto debito, ma crescevamo. Ora non più.

Nel “paese moderato”, quello che in Italia è storicamente maggioritario, cosa succederà dopo Silvio Berlusconi?

Sul terreno politico, chi ha creduto a quel disegno liberale deve anzitutto capire che Berlusconi non può essere più il loro “campione”. Le defezioni iniziano ad essere significative: pensate a Santo Versace, pochi giorni fa. Fa il paio con quanto ha scritto sul Corriere Giannino Marzotto, grande sostenitore e finanziatore del Berlusconi politico. Penso sia una fase delicata, di ripensamento, per tanti industriali lombardi.

Qualche nome?

Pensate a Bernardo Caprotti, patron di Esselunga. Anche lui è stato per tutti questi anni uno dei simboli dell’imprenditoria che ha creduto attivamente e apertamente in Berlusconi, e nella sua politica. Per lui e per altri, forse, è arrivato il momento di riconoscere che quella storia politica non tutela il bene del paese. Un paese a cui lui e altri hanno sicuramente dato tanto, ma dal quale hanno ricevuto perfino di più.

Lo scongelamento è senza dubbio iniziato. Forse in quei mondo qualcuno ancora si “trattiene” perché il dopo è una nebulosa, e proposte alternative credibili non si intravvedono ancora.

Partiamo da quel che è successo pochi mesi fa, qui a Milano. Berlusconi era in campo con ogni forza al fianco della Moratti. Contro questo blocco, egemone in città per tutta la seconda Repubblica, non ha vinto la sinistra. Sicuramente non ha vinto da sola. C’era un movimento nella pancia della società, ma anche nella grande borghesia. In questo contesto, si capisce ancora meglio la crisi nera della Lega, che si rintana nelle assurdità che dice Bossi quando evoca lo stato lombardo-veneto, per essere puntualmente – e giustamente – redarguito dal Capo dello Stato. Il partito che vuol parlare agli imprenditori del Nord, spaventati dalla competizione coi colossi del mondo e con la Cina, invita a tutti a rintanarsi in uno staterello immaginario che potrebbe sedersi ai tavoli che contano solo se, dopo il G-20, ci inventiamo il G-100… Del resto, in generale, l’esperienza leghista lascia poco al paese: a partire da una classe dirigente che – è il caso di Calderoli – che si inventa la moneta padana…

E Maroni?

Giusto, Maroni è un caso diverso. È l’unico esempio compiuto di classe dirigente leghista seria e preparata. Gli manca solo un po’ di coraggio…

Lei sembra pensare al modello-Milano inventato da e con Pisapia come a un modello esportabile su scala nazionale. Come?

Le condizioni sono tutte da costruire, ma è evidente che la foto che affianca Di Pietro, Vendola e Bersani non basta a pensare al “dopo”. Ci possono essere anche loro, ma dentro a un contesto diverso e più ampio: dando garanzia alla borghesia produttiva, come abbiamo fatto anche noi a Milano.

A proposito di imprenditori e manager che non si sentono rappresentati dal berlusconismo, è il momento delle discese in campo. Montezemolo sta facendo un partito; Alessandro Profumo si è detto disponibile se il paese ha bisogno di lui; forse anche Emma Marcegaglia ci sta pensando mentre Della Valle compra pagine sui giornali per dare sfogo all’antipolitica. È l’ora di nuovi “cavalieri bianchi”?

No no. Non abbiamo proprio bisogno di altri uomini della provvidenza, abbiamo bisogno di credibilità internazionale. Se il parlamento capisce che siamo in un vicolo cieco e che solo loro possono tirarcene fuori, può iniziare un percorso che porti a dar vita a un governo con una personalità come quelle di Mario Monti. La Bce ci chiede queste cose da dieci anni, e ci servono tutte.
Quanto a Montezemolo, invito tutti a guardare alla disponibilità messa in campo gratuitamente e generosamente da una personalità come Profumo. Abbiamo insomma bisogno di tutti, magari anche di Montezemolo: ma non di qualcuno che faccia il dopo-Silvio sul modello di “discesa in campo” che fu proprio di Berlusconi…

Magari facendo un “partito Fiat”, dopo quello di Publitalia.

No, appunto. In una fase in cui – tra l’altro – è bene che si ricordi alla Fiat che non può pensare di lasciare l’Italia, dopo tutto quel che ha ricevuto dal nostro paese.

Anche il mondo cattolico e le gerarchie ecclesiastiche vedono un “dopo” all’orizzonte e tracciano una strada. Lei, da democristiano, vede il partito del suo passato come un possibile scenario politico del futuro?

Io sono stato e son rimasto democristiano, e di fronte allo scioglimento della Dc mi è parso chiaro che non sarebbe stato più possibile fare il partitone. I cattolici non si devono costringere in un’unica parte, è ormai innaturale. Il gioco a cui si dedicano più volentieri è, in qualche caso, quello del potere politico, e così non rappresentano bene la loro grande tradizione. Io ho preso come un moto di liberazione la posizione espressa dal Cardinal Bagnasco pochi giorni fa. A dire il vero, l’aspettavo da tempo. Alla Chiesa compete un monito morale, che qualche volta mi è sembrato un po’ perdersi, tanto che qualcuno – addirittura – proponeva di contestualizzare la bestemmia (pronunciata dal premier raccontando una barzelletta, ndr). Ecco, siamo al punto in cui non c’è più nulla da contestualizzare: ci sono comportamenti, ancorchè privati, che devono essere commisurati al decoro degno del potere pubblico che si ha, e del dovere che da esso discende. Il moralismo non mi somiglia, chi mi conosce sa bene che è atteggiamento che mi è del tutto alieno. Ma qui parliamo d’altro: di un decoro minimo commisurato alla carica, e anche della necessità di non confondere interessi privati con quelli pubblici. Il contrario di quel che ha sempre fatto Silvio Berlusconi. Monsignor Crociata spiega e precisa che la Chiesa non fa o disfa governi: e io aggiungo che lo stesso vale per i partiti. Se poi il mondo cattolico ha voglia di riproporre una trama ripartendo da una nuova opera dei congressi, ben venga: ma non posso non essere diffidente rispetto a ciò che si pensa a tavolino e si tenta di imporre su una società profondamente cambiata, rispetto ai tempi in cui esisteva la Dc.

In tutto questo, cosa resta del progetto del partito democratico?

Il Pd porta con sé di una pretesa di conciliare espressioni e culture diverse senza aver mai fatto i conti con la storia. La vecchia anima del partito comunista ne detiene ancora la capacità organizzativa, e mette a disagio molti altri. Quando Marco Follini (che durante l’ultimo governo Prodi stava all’opposdizione, nell’Udc, con Tabacci, ndr) fece quella scelta io gli dissi che non potevo seguirlo; ora lui è lì e prova a ridurre il danno. Io non posso non rivelare l’immobilismo che pesa su tutti. Perché del Pd, in questa transizione, c’è assolutamente bisogno.

Lei del resto, a Milano, col Pd ci governa. Come si trova?

L’esperienza milanese è molto particolare. Conosco bene sia Maurizio Martina, segretario regionale del partito, che il suo vice Alessandro Alfieri e ne ho sincera stima. Anche la delegazione che hanno espresso nel comune, sia in giunta che in consiglio, è fatta di giovani, prevalentemente nuovi in Comune. Sono insomma riusciti a far emergere figure nuove, grazie agli elettori e hanno incrociato la straordinaria esperienza di Pisapia. Che – lo ripeto – magari può indicare soluzioni per il paese: perchè la chiamata che Pisapia mi ha rivolto, per la giunta e in un ruolo chiave, non aveva valenza solo tecnica ma anche una nuova amalgama politica.

La politica, però, è fatta davvero di cose tecniche. Come il bilancio municipale, a cui, da assessore, sta lavorando.

Già. Abbiamo ereditato un bilancio tutto impiccato su due operazioni straordinarie: la quotazione di Sea e la vendita della quota di Serravalle. La riduzione delle partecipazioni pubbliche hanno comunque una valenza strategica che condividiamo ma, se anche riescono, ci lasciano a dover “inventare” il bilancio del prossimo anno, che si aggirerà attorno al mezzo miliardo e senza proventi straordinari. Poiché non avremo altre “Serravalli” da vendere, saremo obbligati a una robusta operazione di revisione della spesa. Dopvremo essere capaci di far capire, in città, che abbiamo bisogno di dare qualità e rigore alla nostra spesa pubblica, chiedendo anche qualche sacrificio ai milanesi. Aggiungo, in ogni caso, che questi proventi straordinari non possono essere utilizzati, come pensava la Moratti, per finanziare la spesa corrente, ma devono essere messi in conto capitale. A livello nazionale, poi, l’abolizione dell’Ici si rivela come un clamoroso errore, che paghiamo ogni giorno di più. Si poteva mettere mano a quell’imposta, ammodernandola, ma certo non abolirla del tutto, rinunciando ad avere una fotografia esatta della ricchezza in un paese che investe tradizionalmente sugli immobili. Questo no.

Di sicuro servono soldi per rilanciare la città nella competizione globale tra sistemi cittadini, per farla diventare o tornare attrattiva per gli investimenti e le intelligenze.

Assolutamente sì. Noi siamo del tutto impegnati a portare in porto una partita molto importante. La sfida della crisi è grossa, ma perché l’Italia tutta vinca è necessario ripartire da Milano, non da Cosenza, con tutto il rispetto per Cosenza.  Se vince Milano, vince il paese. Che in questa città molto sia da rifare, e molto da salvare e da far ripartire, lo dimostra una vicenda come quella del san Raffaele. Che conferma il fatto che Milano usa spesso genio e sregolatezza. Il San Raffaele è la storia di una grande intuizione, che raccoglie la migliore eredità della storia della sanità lombarda fondata dai grandi cardinali ambrosiani, ma non sa gestirla con trasparenza.

Visto che il piatto del Comune piange, forse, proprio dal Comune potreste anche bussare alle porte di quella grande borghesia milanese. Un aiuto dai privati, garantiti di un piano di investimenti e di trasparenza, potrebbe essere quasi doveroso, per rilanciare la città, magari anche pensando a Expo 2015.

Assolutamente. Nei giorni scorsi ho visto Mario Boselli, che guida la Camera della Moda, che si è lamentato per un mancato contributo che era stato promesso dalla Moratti. La Camera della Moda devono aiutarla i grandi campioni della moda, e come giunta vogliamo stabilire con loro un rapporto molto intenso. Le grandi firme della moda milanese devono spendersi e investire sulla città che è cresciuta mentre crescevano anche loro. Penso alla Scala, o anche alla Fiera: grandi marchi milanesi che, quando vanno nel mondo, hanno sempre con sé la moda italiana che fa capitale a Milano, e ad essa vengono sempre associati. E tutto questo alle grandi firme della moda non fa certo male…

A Milano, intanto torna la “questione morale”. Il caso Penati riporta le lancette a quando tutto cominciò. Un’epoca che lei ricorda bene, e che al presente ricorda che la divisione tra “puri e impuri” non è una divisione partitica.

La questione morale è una questione chiaramente bipartisan. Personalmente, mentre la Provincia di Milano da lui presieduta “scalava” la Serravalle sottolineavo – praticamente da solo – che l’operazione avvantaggiava il gruppo Gavio proprio mentre era impegnato attivamente al fianco dei “furbetti”: con Fiorani che puntava a Bnl e Ricucci, benedetto da Berlusconi, che mirava al Corriere. Non ho mai immagionato insomma che il problema morale che riguardasse solo uno: anche nel ‘92 a tirar le monetine c’erano i comunisti i fascisti e i leghisti, che erano dentro al sistema anche se si descrivevano come ad esso del tutto estranei. Ne ho ricordi vivi, anche in forza di quei processi che mi videro coinvolto e in cui volli dimostrare la correttezza del mio agire. Il tutto sta anche nella coscienza della classe dirigente che avrebbe dovuto volerla debellare: noi in questi 20 anni abbiamo fatto assolutamente il contrario, generando una classe dirigente di bassa qualità, eppure costosissima. La politica costa infatti molto molto di più e viene rimboirsata di più, ma la moralità non è cresciuta, anzi. 

Il Pd con Penati ha fatto le cose giuste?

Il Pd ha fatto le cose giuste, politicamente. Forse non ha ancora elaborato dal punto di vista psicologico. Ma Penati s’è sospeso dal partito, cioè il contrario di quel che fanno tutti. Il tema resta generale: la politica costa tanto e risponde in modo così poco efficiente alla fiducia che chiede al paese. È una crisi profonda del sistema, fondato su comportamenti distorti che la classe politica spesso giutifica. Non possiamo poi lamentarci che i nostri ragazzi vogliano diventare tutti calciatori e veline. 

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