Fondazioni italiane: a quando l’autofinanziamento?

Fondazioni italiane: a quando l'autofinanziamento?

Terzo pilastro. Big society. Il primo è termine coniato da Emmanuele Emanuele, il secondo dal premier David Cameron, che ha individuato nelle Fondazioni inglesi il soggetto in grado di sopperire alle mancanze del welfare britannico. La pensa così anche Emanuele, il patron di Fondazione Roma, che ha chiesto alla politica di fare un passo indietro e lasciare che le Fondazioni si accollino ciò che lo Stato è sempre meno in grado di sostenere.

La situazione britannica però è molto diversa da quella italiana. Lo dice chiaramente il notaio Enrico Bellezza, che le Fondazioni le ha “inventate” nel 1996: «Nel Regno Unito la Charity Commission è in grado di sapere in ogni momento quante associazioni e fondazioni (Charities) a scopo benefico esistono, quanto denaro raccolgono, come lo spendono, chi sono gli amministratori, insomma tutto quanto occorra conoscere per avere una visione completa del settore. Questo grazie al fatto che, se non si è iscritti presso la Charity Commission, non è possibile accedere ai benefici fiscali. In Italia la situazione è diametralmente opposta: non esiste un archivio o un database pubblico». E così le Fondazioni oggi in Italia sono passate dalle 1500 del ’96 alle attuali 10mila.

La storia. Con le leggi Bassanini del 1996-1997, si stabilì il principio per cui tutti gli enti, la cui veste pubblica non fosse indispensabile, dovessero essere trasformati con atto governativo in fondazioni di diritto privato. Iniziò così il periodo delle trasformazioni per decreto legislativo, che vide la nascita delle Fondazioni Liriche, della nuova Biennale di Venezia, della Triennale di Milano e di molte altre realtà sul territorio nazionale. Su questo esempio, molte Regioni, Province e Comuni in tutta Italia iniziarono a “trasformare” i propri teatri, musei, orchestre in Fondazioni di Partecipazione, con la speranza di migliorarne la gestione e di reperire nuove risorse. Spesso così non è stato. La Fondazione di partecipazione era nata per consentire in modo stabile la sinergia tra Pubblico e Privato, una collaborazione equilibrata nella quale ognuno dei due partecipanti avrebbe dovuto portare le proprie funzioni e competenze. Al Pubblico, la funzione di controllo interno e garanzia del perseguimento dell’interesse generale; al Privato, la funzione della capacità manageriale, del gestire l’attività culturale come fosse un’impresa. Ma le Fondazioni sono state utilizzate spesso per distribuire posti di lavoro clientelari, aggirare le lentezze burocratiche e i controlli del pubblico. A tutt’oggi moltissime fondazioni costituite dai Comuni continuano ad avere come unico partecipante il Comune medesimo.

Che cosa chiedono. La maggior parte dei presidenti e degli amministratori oggi (quando la situazione è divenuta più critica che mai per i consistenti tagli pubblici a tutti i settori) chiedono a gran voce di non essere più trattati come mucche da mungere…Vogliono una vera e propria governance e far parte a tutti gli effetti della programmazione, della gestione e della conduzione dei progetti, siano essi di carattere sociale o culturale. Luca Remmert, vice presidente della Compagnia di San Paolo, lo dice chiaramente: «Non saremo più erogatori supplenti ma veri partner»: il patrimonio della Fondazione si aggira intono agli 8 miliardi di euro. E ogni anno per cultura, ricerca scientifica, e politiche sociali investe 130milioni di euro. Il Piemonte è la seconda regione (dopo l’Emilia Romagna) in termini di patrimonio e erogazioni pro capite: il 25per cento del totale nazionale.

Cosa dovrebbero fare. D’altro canto però le Fondazioni continuano ad essere considerate delle oligarchie. Questo per due motivi: le carenti regole di accountability del settore e le assenti conoscenze scientifico/statistiche del medesimo. Se le Fondazioni avessero il coraggio e la lungimiranza di dotarsi di regole statutarie interne che garantiscano l’effettivo controllo e la trasparenza dei conti, adottando volontariamente la presenza di organi di revisione legale dei conti con poteri e doveri uguali a quelli delle società per azioni, se si obbligassero alla redazione di un bilancio con nota integrativa secondo le regole delle società per azioni, se si sottoponessero tali statuti e bilanci al giudizio di Commissioni create all’interno dei Ministeri competenti (per la cultura, ovviamente, il Mibac), composte da funzionari ed esperti del settore, potrebbero ricevere di conseguenza una certificazione che consenta a privati e imprese di effettuare in tranquillità erogazioni per finanziare i progetti delle fondazioni stesse, deducendo dal proprio reddito d’impresa o di persona fisica le somme erogate.

Perché tutto ciò non avviene e si preferisce continuare a lamentarsi, protestando contro i tagli alla cultura, trascurando il fatto che l’autofinanziamento è più dignitoso e rende le istituzioni culturali libere dal potere politico, non dovendo più essere costrette ad andare a chiedere l’elemosina? 

*giornalista, già Capo ufficio stampa Azienda Speciale Palaexpo

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