Il governo pensa solo alle elezioni e il condono lo dimostra

Il governo pensa solo alle elezioni e il condono lo dimostra

Il “tira e molla” sul condono fiscale è la cartina di tornasole di come ormai la politica italiana sia integralmente proiettata in chiave elettorale.
Sul netto rifiuto dell’ipotesi condono da parte delle forze di opposizione non c’è molto da dire. Assai più interessanti i distinguo interni alla maggioranza, con Lega Nord e Tremonti da una parte e la generalità dei maggiorenti del PDL dall’altra.

Riscontrare la netta contrarietà all’ipotesi condono da parte di un Ministro che, tra il 2002 e il 2003, ne promosse uno più di mille e che nel 2008 replicò con l’ennesimo scudo fiscale a prezzi di saldo, fa oggettivamente un po’ specie. Tuttavia – all’insegna del meglio tardi che mai – è una posizione preferibile a quella di chi vorrebbe presentare il condono fiscale come soluzione dei problemi della quadratura dei conti pubblici e, al contempo, strumento ideale per recuperare le risorse finanziarie necessarie al rilancio della crescita.

L’unico sviluppo che il condono fiscale è davvero in grado di stimolare è, infatti, quello dell’evasione.
Così come è penoso, prima ancora che falso, affermare che almeno con il condono fiscale si fanno pagare gli evasori, invece che chiedere nuovamente soldi a chi le imposte già le paga: il meccanismo stesso del condono tombale implica, da sempre, che minori sono gli imponibili a suo tempo dichiarati, minore è il costo del condono, in una perversa premialità crescente al crescere dell’evasione a suo tempo perpetrata.

Se davvero si vuole fingere di poter risolvere qualcosa con una misura una tantum che gravi, possibilmente, su chi ha evaso, l’unica via percorribile rimane quella di una patrimoniale che, fatta salva la prima casa, colpisca immobili, ricchezza finanziaria e beni mobili registrati, con possibilità di porre in deduzione dalla base imponibile patrimoniale l’ammontare dei redditi dichiarati dal contribuente negli ultimi cinque o addirittura dieci anni. Così sì, per davvero, si finirebbe per far contribuire chi non ha contribuito in questi anni e probabilmente ha pure evaso, senza però regalare nulla e assicurando al contempo il rispetto del principio del “chi ha dichiarato di più prima, meno paga oggi”, anziché viceversa.

Anche questa, tuttavia, è una misura da considerarsi allo stato attuale inaccettabile. Pure la più ragionata e accorta delle patrimoniali non può essere introdotta, senza soluzione di continuità, da quella stessa classe dirigente che l’ha resa necessaria, tantomeno se prima di introdurla non ha nemmeno il buon gusto di azzerarsi i numerosi privilegi di cui gode.

Sono in ballo gli interessi di una classe politica che si sente al capolinea. Quantomeno a livello di “istinto animale”, i politici questo lo sanno. Ed è proprio questo il motivo, non altri, per cui tutti quelli che, nella maggioranza, temono come la peste l’ipotesi di elezioni anticipate, sono pronti a sostenere gli effetti taumaturgici di un’entrata una tantum derivante da un condono con la stessa convinzione con cui continuano a sostenere l’assoluta inutilità di un’entrata una tantum derivante da una patrimoniale. Ed è sempre per questo motivo che, fatalità, all’ipotesi condono si oppongono con improvviso impeto legalitario proprio quei settori della maggioranza che, anche da molti altri segnali, dimostrano di guardare alle elezioni con occhio più benevolo.

In ballo non ci sono gli interessi del Paese, né i nobili turbamenti di chi si chiede se è davvero opportuno introdurre una misura che determinerebbe l’ennesimo momento ufficiale di discontinuità di Stato rispetto al principio di legalità.
In ballo ci sono gli interessi di una classe politica che si sente al capolinea e gli assai più prosaici turbamenti di chi si chiede quali siano le mosse migliori per riuscire ad evitare che il momento di discontinuità riguardi, una volta tanto, la sua carriera politica personale.

*commercialista in Venezia e direttore di Eutekne.info

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