L’autunno egiziano si tinge sempre più di rosso. Il giorno successivo alle dimissioni del governo di Essam Sharaf, migliaia di egiziani hanno sfilato per le vie del Cairo e di molte altre città egiziane, protestando duramente contro la permanenza al potere del Consiglio Supremo delle Forze Armate guidato da Hussein Tantawi, che dallo scorso febbraio, nei fatti, governa il Paese.
La manifestazione «da milioni di persone», così come è stata annunciata ieri, arriva dopo una settimana di scontri sanguinosi, che, da sabato hanno causato 36 morti, anche se gli attivisti parlano di circa 40 vittime. Oggi Tantawi, in un discorso in diretta tv, ha cercato di calmare la piazza annunciando che le elezioni presidenziali richieste dal popolo si terranno entro il prossimo luglio. Nel frattempo, l’Egitto sarà retto da un esecutivo di salvezza nazionale che rimpiazzerà quello dimissionario, mentre restano confermate anche le elezioni parlamentari previste la prossima settimana.
Il governo d’emergenza che subentrerà nei prossimi giorni sarà un governo in grado di «realizzare gli obiettivi della rivoluzione del 25 gennaio», ha detto Tantawi. Che ha fatto delle aperture. La scadenza di luglio per le elezioni presidenziali precede quella di fine 2012 – inizio 2013 sin qui indicata. Non solo ma, a sopresa, Tantawi ha aperto alla possibilità che i militari possano tornare nelle caserme «se la popolazione lo desidera attraverso un referndum». Un’affermazione ancora vaga di cui si potrà capire la validtà solo nei prossimi giorni. La piazza per ora ha reagito con scetticismo alla parole di Tantawi. D’altra parte la folla ha ripreso a scendere in strada questo mese proprio per opporsi ad una proposta del governo che voleva introdurre cambiamenti costituzionali che avrebbero messo del tutto al riparo i militari dai controlli dei civili. In un Paese dove i generali sono una casta che fa affari e controlla pezzi dell’economia.
Tra gli egiziani scesi in piazza oggi non c’era nessun rappresentate dei Fratelli Musulmani, la forza politica islamica il cui sostegno popolare è cresciuto esponenzialmente dalle rivolte d’inizio anno a oggi. Il partito ha spiegato la rinuncia alla manifestazione con la «preoccupazione di non trascinare il popolo verso nuovi scontri sanguinosi con le parti che cercano ulteriori tensioni».
La piazza quindi non si fida più, e teme che la giunta militare voglia mantenere il potere ad ogni costo. Mentre Tantawi parlava, in piazza Tahrir decine di migliaia di persone cantavano: «Noi non ce ne andremo finché lui non se ne andrà». «La situazione di instabilità dell’Egitto ci impone di unirci e di dimenticare le nostre affiliazioni politiche e intellettuali per difendere l’interesse del Paese», si legge in una nota diffusa da rappresentati del movimento 6 aprile, che ha annunciato l’istituzione di un sit-in permanente a piazza Tahrir per chiedere le dimissioni del Consiglio.
Si è insomma consumato forse definitivamente l’annunciato strappo tra il popolo e i militari, un rapporto che, sin dall’inizio della rivolta era chiaro essere a tempo. I militari, vero potere del Paese sin dal golpe di Nasser nel 1954, hanno appoggiato la cacciata di Mubarak ma il loro connubio con la piazza, e quindi con le sue istanze di cambiamento, non potevano durare a lungo: troppo divergenti gli interessi. Abili gli islamici a sfilarsi per non fornire pretesti ai generali per rimandare le elezioni di lunedì prossimo, 28 novembre, ed evitare che possano trarre comunque un vantaggio da un deterioramento della sicurrezza. Anche perché per i Fratelli Musulmani, il partito islamico, prima si fanno le elezioni, maggiore il vantaggio perché sono fra i movimenti politici più organizzati. Per l’Egitto che voleva voltare pagina i prossimi giorni, fino al risultato delle elezioni di lunedì, saranno davvero cruciali.